“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Venerdì, 10 Luglio 2020 00:00

Chi vende e chi compra

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Il cortile interno di Palazzo Reale di Napoli contiene il palcoscenico allestito per lo spettacolo Nella solitudine dei campi di cotone di Bernard-Marie Koltès, in scena per il Napoli Teatro Festival Italia 2020, scabro nella scenografia per effetto dei decreti governativi conseguenti al Covid-19, ma volutamente essenziale perché sulla scena possa parlare solo il testo, pièce ambientata in un posto non precisato di un tempo imprecisato, anche se il luogo è chiaro e l’ora è il crepuscolo.

Non fecero mai dichiarazioni di fede artistica comune, però
si leggevano tra loro, si riconoscevano gli uni nelle ricerche
degli altri, si incontravano. Si andava formando un intreccio
di relazioni, in gran parte virtuali, cioè non legate a collaborazioni
concrete. Fino ad allora non c’era mai stato niente del genere.
(Mirela Schino)

 

Le domande essenziali hanno questo di positivo: restano senza
risposta. Possiamo sempre tornarci su perché ci è consentito di
avanzare ipotesi, senza per questo temere errori definitivi, e di
accettare implicitamente le correzioni. Così la domanda essenziale
ci insegna a formulare una soluzione e nello stesso tempo a restare
sufficientemente liberi da ammettere il suo contrario come possibile.
(George Banu)

  

Ho vissuto a Roma, una decina di anni dopo la morte di Pasolini. In
un luogo ben preciso sulla collina del Pincio – un luogo chiamato
“il bosco dei bambù” – c’era una vera e propria comunità di lucciole
che, con i loro bagliori e i loro movimenti sensuali, con quella lentezza
che insiste a manifestare il suo desiderio, affascinavano tutti quelli che
passavano di là. No, le lucciole non erano dunque scomparse. Neppure
a Roma, neppure nel cuore urbano del Potere centralizzato.
(Georges Didi-Hubermann)

 

 

Qui dunque finisce. Una premessa.

Giovedì, 04 Giugno 2020 00:00

L'impero dei numeri e sua maestà l'algoritmo

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“Conterò poco, è vero – diceva l’uno ar Zero – Ma tu che vali? Gnente: proprio gnente”. Così diceva Trilussa. Eppure uno e zero, da poco e “gnente”, son diventati tutto. E non solo loro. Ci siamo messi tutti a dare i numeri: quelli dei morti, dei sopravvissuti, dei disoccupati, dei nuovi poveri. Numeri freddi, solidi e sfacciati, privi di pietas, senza storia né dolore, buttati lì senza riguardo alcuno. E poi i numeri teatrali, quelli che contano ancora meno di “gnente”: quelli del pubblico, delle repliche, dei borderò, e ora, alla fine di questa corsa senza ragione, i numeri delle visualizzazioni. A questi numeri brutali ci inchiniamo convinti dal pensiero economico che sian tutto: “Con dati sufficienti, i numeri parlano da soli”, diceva Chris Anderson su Wired.

“Ogni volta che durante uno spettacolo un bambino mangia una patatina, un pop-corn, una caramella, da qualche parte nel mondo una marionetta, un burattino, un attore... muore!”
(Tonio De Nitto, prima di ogni spettacolo, rivolto alla platea)


                                    

Tornare a Kids per me è ogni volta come tornare a un’infanzia lontana e sospesa, tornare al bambino che ero e a quel precoce senso di ”adultizzazione” (o adulterazione?) intervenuto in anticipo sul mio candore, a svilire in parte la più autentica capacità di provare stupore; quel candore e quello stupore mi pare di recuperarli quando torno a Lecce, a Kids, e mi accoccolo alle cure di chi ti fa sentire accolto, aiutandoti maieuticamente a recuperare un sentimento puro di partecipazione, di condivisione, un sentimento al centro del quale c’è il teatro, ma intorno al quale pulsa l’intima essenza di una comunità che mette in moto e guida una macchina organizzativa ‘ecologica’ e confortevole.

In questi giorni mi è tornato in mente un libro di Isaac Asimov appartenente al Ciclo dei robot, Il sole nudo. In questo romanzo il detective umano Elijah Baley, accompagnato dal robot umanoide R. Daneel Olivaw indagano su un omicidio sul pianeta Solaria.

Il decreto diffuso l’altro ieri dopo la conferenza stampa del Presidente Conte ci conferma quel che già immaginavamo, tutte le attività di spettacolo dal vivo e di formazione sono sospese.
Ci chiediamo invece in quale fase (la terza? La quarta? La quinta?) ci sarà dovuta qualche risposta più specifica, quale che sia.

Anni fa, ad Atene, ero seduta sulle pietre del primo teatro greco che il mondo occidentale abbia avuto modo di vedere risorgere dalla sua polvere. 

Lunedì, 20 Aprile 2020 00:00

A non più come prima: neoliberismo e teatro

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Quella da Coronavirus  non è la prima pandemia che ci troviamo a vivere. L’AIDS è molto più silenziosa, più letale, vive tra noi da vari decenni, ma facciamo in modo di ignorarne la presenza. Questo nuovo virus al contrario si è imposto all’attenzione del mondo con prepotenza, obbligandoci a trincerarci nelle nostre case. La principale causa del suo manifestarsi è la medesima del suo ben più letale predecessore e di altri virus dai nomi inquietanti apparsi negli ultimi anni come Ebola, Marburg o Nipah: l’economia neocapitalista sfruttando e invadendo ogni tipo di nicchia ecologica ha portato a una contiguità senza precedenti tra animali e l’uomo favorendo il fenomeno dello spillover e delle conseguenti zoonosi. La globalizzazione ha poi permesso il rapido viaggiare di questi scomodi passeggeri in ogni angolo del pianeta.

Venerdì, 10 Aprile 2020 00:00

Ascoltami

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I tragici greci erano cittadini che
scrivevano per i loro concittadini
(Jacquelline De Romilly)

 

La tragedia è un appello alla mediazione
e insieme una dimostrazione
dell’impossibilità della mediazione
(Jan Kott)

 

Come si può eliminare tutto questo dolore?
             (Martha Nussbaum)

 

 

                                                                                           

Prima che cominci l’Antigone

Impossibile parlare dello spettacolo in RV (vincitore del premio Migrarti del MiBACT dal Festival del Cinema di Venezia), prodotto da Pierfrancesco Pisani (che ha prodotto, fra gli altri, Andrea Cosentino, Valerio Binasco, Iaia Forte, Sabrina Impacciatore, Isabella Ragonese, Alessandro Roja) di Omar Rashid e di e con Elio Germano (bello, importante, necessario... lo spettacolo, non Elio Germano) senza contestualizzarlo in almeno due linee di discorso: una è, prevedibile, quella del nuovo medioevo in cui l’avvento del Covid ci ha catapultati. L’altra, non meno ovvia, è quella dell’annoso dibattito fra le due frange: quella del teatro ripreso sì o ripreso no (spoiler: la soluzione migliore è ni). Trattiamo prima (forse solo) del secondo ambito. Ha il teatro ripreso cinematograficamente (o peggio ancora, televisivamente) pari dignità del teatro live action?

Giovedì, 19 Marzo 2020 00:00

Io e te, forse

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Tesoro mio,
ho appena ricevuto il tuo pacco. Grazie infinite!
Le ghette già le ho addosso, sento un meraviglioso
tepore ai piedi: ne avevo proprio bisogno. La sciarpa è
perfetta, il maglione invece è largo. Non ho appetito,
tossicchio, ho una vescica sul fianco destro ma almeno
dormo bene. Oggi il cielo è nuvoloso, fa freddo. E i muri di
pietra intorno al giardino mi sembra diventino sempre più alti.
Dimmi nei minimi particolari come è andata la recita ieri.
Io intanto lavoro a una commedia: sarà spassosissima.
Cade una pioggiarella sottile. Snap abbaia di continuo:
sente la tua assenza.  E quanto mi piacerebbe andare al mare. 
Dio ti protegga. Ricorda di mangiare la tua adorata avena.
Ti abbraccio.
Il tuo A.
(lettera di Anton Čechov a Ol’ga Knipper)

 

 Non conoscendosi, credono non sia mai successo nulla
fra loro. Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi,
dove da molto tempo potevano incrociarsi?
(Wislawa Szymborska)

 

 Tu sei il mio tu più esteso deposto sul fondo mio. Tu.
Non c’è un’altra forma del mondo che si appoggi al mio
cuore con quel tocco, con quell’orma.
(Mariangela Gualtieri)

 

 Credevo fosse amore. Invece era un calesse
(Massimo Troisi) 

 

Martedì, 17 Marzo 2020 00:00

L'indimenticabile "Cupa" di Borrelli

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Se è vero com’è vero che Borrelli è il miglior drammaturgo vivente.
Se è vero com’è vero che è il nuovo Gadda.
Allora La Cupa è il suo pasticciaccio brutto. La sua summa. Almeno per ora.
Che poi di pasticciato non ha nulla. Anzi. È una macchina spietata e perfetta. D’altra parte è qualcosa a cui lavorava da anni. Come da anni covava l’idea di farsi crollare un pianetoide addosso, sul palco.

Architecture è la nuova opera del drammaturgo e regista Pascal Rambert presentata a Bologna, all’Arena del Sole, il 22 febbraio in occasione di Vie Festival, dopo il debutto ad Avignone in luglio. Quando le luci si abbassano, sul palcoscenico appare un piccolo coro in posizione circolare al centro del quale una donna, Marie-Sophie (Marie-Sophie Ferdane), dall’aspetto di una Grazia, dà un accordo di violino; tutti si piegano in un plié: Canto e ballo riporta la didascalia nel testo tradotto dal francese da Chiara Elefante.

Lunedì, 09 Marzo 2020 00:00

Il Cantiere Ibsen de Il Mulino di Amleto

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Abitiamo un momento in cui sembra apparentemente scomparso il dibattito intorno al senso e alla sostanza della ricerca teatrale. Anzi sembra sia diventato snob oltreché un po' vintage portare l’accento su una parola che richiama, chissà perché, un certo tecnicismo elitario. Eppure in qualsiasi altro settore delle umane attività la ricerca è il fulcro di ogni avanzamento e miglioramento dello status quo. Data questa contraddizione pare giusto e doveroso raccontare il progetto proposto da Il Mulino di Amleto avviato a partire da un bisogno impellente: ritagliare del tempo da dedicare proprio alla pratica di riflessione sull’arte del teatro, la sue funzioni e i suoi obiettivi.

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