“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Lunedì, 12 Aprile 2021 00:00

Nessun amico al tramonto

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“Viviamo un mondo crepuscolare”. Nella guerra tutt’altro che fredda tra passato e futuro ritratta da Christopher Nolan in Tenet la frase di Walt Whitman torna e ritorna come un preghiera sussurrata nel momento del bisogno. A queste parole si risponde: “Nessun amico al tramonto”. Due frasi, due parentesi a racchiudere il nostro presente compresso tra uno sciagurato passato e un futuro quanto mai incerto eppur pronto a reclamare a gran voce il diritto di esistere. Due aforismi difficili da ignorare, e pronti a rimbalzare molesti come le palline di Blumfeld.

Si insiste spesso che, se il teatro è un’arte o una pratica basata su regole solide e razionalmente esplicabili, esso deve basarsi soprattutto sul principio della relazione. È un fatto evidente che non vi può essere azione “teatrale” che non comporti il relazionarsi con qualcosa o qualcuno. C’è almeno un attore che è visto / ascoltato e almeno uno spettatore che vede / ascolta, per limitarci solo alla dimensione della messa in scena. Il discorso potrebbe tuttavia essere esteso anche alla regia, alla drammaturgia, all’organizzazione teatrale, all’allestimento tecnico, insomma a ogni filone che sta dietro alla complessa arte o pratica performativa. Se ci fosse tempo di scavare e argomentare, anche qui molto probabilmente troveremmo un insieme di persone e cose che lavorano relazionandosi di continuo.

“L’autenticità si rivela ostile alla società. Per via della sua natura narcisistica, essa opera contro la costruzione stessa della comunità. Decisiva per il suo contenuto non è la relazione con la collettività o un altro ordine superiore, bensì il suo valore di mercato, che bypassa tutti gli altri valori”
(Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti)
 

“Lo spirito commerciale è dotato solo di intelletto calcolante, gli manca la ragione e, perciò, privo di ragione è lo stesso sistema, dominato esclusivamente dallo spirito commerciale e dalla potenza del denaro”
(Byung-Chul Han, L’espulsione dell’Altro)
 

“Nel principato come nelle repubbliche la libertà si perdette sempre, perché vi fu una minorità audace ed una maggiorità inerte”

(Massimo D’Azeglio, Scritti politici)

  
 

Il teatro delle origini greche oltre a essere “luogo da cui si guarda”, era insieme rito e agone, festa e gioco. Si esercitava quindi lontano dalla ferialità del quotidiano. Erano presenti gli dèi, le forze dirompenti che agivano sull’uomo, ma era anche una festa, un momento in cui il lavoro era sospeso e non si faceva nulla di utilitaristico. Anche nella rinascita medievale il teatro si era sviluppato nella dimensione del sacro e della festa, dal sagrato della chiesa ai carri della fiera. Vi partecipava non un pubblico ma una comunità, fosse quella della chiesa, del castello, del villaggio.

Avevamo a quanto pare una data, fittizia e farlocca, in cui avrebbero dovuto riaprire i teatri; ma quella data, fissata per il 27 marzo, è stata, sin dal momento stesso della sua promulgazione, un illusorio specchietto per le allodole, che sapevamo già in partenza avrebbe rappresentato – nella migliore e più ottimistica delle ipotesi – un punto di ripartenza più simbolico che effettivo.

“È questo il gesto fondamentale di conquista del reale: dichiarare che l’impossibile esiste”
(Alla ricerca del reale perduto, Alain Badiou)


“Senza il nuovo, quanto può durare una cultura? Cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore?”

 (Realismo capitalista, Mark Fischer)


“L’esaurimento del futuro ci lascia anche senza passato: quando la tradizione smette di essere contestata o modificata, smette di avere senso. Una cultura che si limita a preservare se stessa non è una cultura”
(Realismo capitalista, Mark Fisher)


“Chi si aspetta sempre qualcosa di nuovo, di eccitante, perde di vista ciò che è già lì”

(La scomparsa dei riti, Byung-Chul Han)

 

 

Nel mondo dell’industria culturale qual è il prodotto più ricercato, il top di gamma? A giudicare dalla quantità di bandi, concorsi, residenze, progetti dedicati agli Under 35 si direbbe che i giovani siano la punta di diamante. Ma l’apparenza inganna.

“Per l’essenziale, i Beni culturali plasmeranno in serie gli individui che formano il bacino di clienti e di sostenitori necessari al capitale”
(La mediocrazia, Alain Denault)


“Bisogna accettare, come fosse una legge della ragione, che il reale esiga in ogni circostanza una sottomissione piuttosto che un’invenzione?”
(Alla ricerca del reale perduto, Alain Badiou)


“La pura frenesia non crea nulla di nuovo, ma ripropone e accelera ciò che è già disponibile”
(La società della stanchezza, Byung-Chul Han)

 

Nel nuovo e incalzante mondo dell’impresa in cui le arti performative si apprestano a fare il proprio ingresso è lecito farsi una domanda preventiva: di quale capitale dispone la neonascente industria di cultura? Prima di tutto di quello derivato dal sostegno dello Stato attraverso tutte le sue istituzioni (Ministero della Cultura, Regioni, Comuni, Circoscrizioni, Municipalità); in secondo luogo le Fondazioni Bancarie, le quali in alcuni territori, sono veri pilastri nel sostegno alle attività di cultura; in misura più marginale da progetti europei nei suoi vari canali dedicati (Interreg e Alcotra per esempio); infine una minima parte derivata da incasso da attività propria (bar, biglietteria, merchandising, corsi, affitti sale, etc).

Solo quando avranno ridotto le forme che si sono
sviluppate indipendentemente da loro a pure e semplici
commedie che s'inseriscono nel gioco del commercio, la
loro unica passione, fino a vederci nient’altro che una
rigida dimostrazione di forza monetaria, a quel punto
si sentirà risuonare una grassa risata.
 (Alain Desnault, La mediocrazia)

 
Come crawling faster
obey your master
your life burns faster
obey your master
(Metallica, Master of Puppets)

 




Economia è regina incontrastata di ogni settore dell’umana attività in questo Ventunesimo secolo. Regna affiancata da Burocrazia e Cronofagia e spadroneggia indisturbata come un tempo Ares dominava i campi di battaglia, insieme ai figli Phobos (Paura) e Deimos (Terrore). E come Ares strappò Afrodite, dea della bellezza, dalle braccia di Efesto, dio artigiano ma zoppo, così oggi Economia compie il ratto dell’arte rubandola alla sua bottega e mettendola sul mercato. Non è un caso che uno dei sogni nefasti sorti agli albori della modernità capitalista sia quello di Baudelaire sul bordello-museo dove lui, l’artista, accorre a presentare il suo nuovo libro alla maîtresse e trova le sale piene di opere d’arte, prostitute e signori dell’alta finanza.


… forse il domani somiglierà all’oggi. Si direbbe che noi seminiamo una semente contaminata.
(Ignazio Silone, Vino e pane)


Quando giunge il momento di agire, il tuo pensiero deve essere già completo. Non ci sarà spazio per pensare quando l’azione comincerà.
(Richard Morgan, Il ritorno delle furie)


“Sopporti che la bandiera imperiale domini sulla galassia?”. “Non è un problema se non guardi in alto”.
(Rogue One)

 


Premessa necessaria
Crisi è la parola probabilmente più usata nel corso dei primi vent’anni di questo secolo. Si passa da una all’altra, dal terrorismo alle catastrofi naturali che naturali spesso non sono, dall’economia alla sanità. Oggi più che mai nemmeno la cultura riesce a sottrarsi a questo termine dopo mesi di serrate forzate, ristori a singhiozzo (quando arrivano), provvedimenti mal digeriti.

Un fenomeno che ancora lascia sconcertati, a volte increduli, nonostante l’abbondanza di documenti e testimonianze, è la presenza di teatro e musica, non solo nei ghetti, ma nei campi di transito, di concentramento e di sterminio nazisti. Sembra impossibile e incompatibile il fare teatro, o danza, o musica in luoghi dove tutto era preda della morte e del male e sembrava essere in assoluto contrasto con i prodotti dello spirito. Eppure le arti sceniche furono presenti a Buchenwald, Auschwitz, Sachsenhausen, Ravensbruck, Dachau, Vittel, Malines, ma soprattutto Westerbork e Theresienstadt, solo per citare gli esempi più conosciuti e clamorosi.

Martedì, 19 Gennaio 2021 00:00

Lo Stato dell’Arte: la tappa di Castrovillari

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È un festival Primavera dei Teatri insolito quello che ha ospitato a ottobre del 2020 questa tappa de Lo Stato dell’Arte. All’interno del Castello Aragonese di Castrovillari questa primavera insolitamente scivolata nel primo scorcio d’autunno, complice la pandemia che ha scombussolato le tempistiche a cui eravamo avvezzi e la scansione usuale dei nostri calendari, ci ha visto assistere a una due giorni in cui fare il punto con artisti e Compagnie sullo Stato dell’Arte, progetto nato e sviluppato sotto l’egida di C.Re.S.Co., giunto alla decima tappa, la seconda del 2020 dopo quella di luglio a Campsirago al Giardino delle Esperidi; uno Stato dell’Arte necessariamente condizionato da quanto stavamo (e stiamo tuttora) vivendo e che non può evitare d’entrare nelle parole che per due giorni risuoneranno all’interno di una delle sale del fortilizio castrovillarese.

Lunedì, 21 Dicembre 2020 00:00

L’insostenibile mutevolezza dell’essere

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In cinese i caratteri per Yin 阴 e Yang 阳 indicano una montagna con a fianco la luna o il sole a determinare il versante assolato o ombroso del monte. Nella rappresentazione ideografica dei due principi motori del Tao vi è implicita la transizione degli astri, un movimento dinamico non il permanere statico. Lao Tze, patriarca del taoismo, recita nel Tao Te Ching (Il libro della via e della virtù): la Via veramente Via non è una Via costante.

Venerdì, 18 Dicembre 2020 00:00

Chi ha paura del digitale?

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In un periodo di straordinaria eccezionalità, in cui alla maggior parte dei luoghi deputati alla cultura è stata prescritta una chiusura forzata e senza appello, sempre più artisti e operatori dello spettacolo stanno tentando di convertire la propria offerta in modo da renderla fruibile attraverso i canali digitali: tentativi a volte riusciti, a volte meno, che molto spesso pagano il prezzo di un ritardo sull’agenda digitale che nel Paese affligge quasi tutti i settori, e non solamente il mondo della cultura e dello spettacolo dal vivo.

“Renato svegliati! Serve un qualche cazzo di futuro!”
(Boris 3)

 

Futuro è oggi una tra le parole più utilizzate da chi si occupa di arti dal vivo. Il presente è assente, una sorta di bolla temporale in cui tutto sembra sospeso; il passato sembra archiviato e incapace di fornire risposte alle ansie di chi oggi è impedito all’azione. Resta il futuro anche se nessuno sa bene cosa possa portare né di che sostanza sia fatto.

Giovedì, 03 Dicembre 2020 00:00

La rivoluzione di Chiara e Francesco

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Non andare dove il sentiero ti può portare;
vai invece dove il sentiero non c'è ancora
e lascia una traccia dietro di te.
Ralph Waldo Emerson

 


Tra il 1206 e il 1208 − nel Medioevo il tempo si misura all’incirca, pressappoco − Francesco, figlio di Pietro di Bernardone, nella piazza di Assisi in quella che potremmo, forse con qualche forzatura, definire una performance, si spoglia pubblicamente delle vesti e degli averi e sposa Madonna Povertà. Quale gesto potrebbe sembrare più irrilevante in pieno Medioevo del divenire poveri? Eppure Francesco, figlio di un ricco mercante e fino a quel momento gaudente scialacquatore di beni, nello scegliere di essere povero, indigente, di essere “minore”, compie una delle più grandi rivoluzioni del suo tempo costringendo il potere ecclesiastico a ripensarsi.

Una delle più avvincenti saghe della fantascienza degli ultimi anni è Il ciclo di Hyperion di Dan Simmons. Nel mondo immaginato dallo scrittore statunitense la terra è collassata e l’umanità si è divisa: da una parte l’Egemonia sparsa in centinaia di pianeti in alleanza con le IA del Tecnonucleo e che vive, bene o male, come prima della diaspora spaziale adattata a contesti differenti; dall'altra ci sono gli Ouster, umani mutati dall’adattamento della vita nello spazio profondo, unici ad aver accettato la sfida dell'evoluzione senza l’aiuto invadente delle IA: essi sono liberi, irriconoscibili, odiati, sconosciuti eppure saranno loro a vincere la guerra.

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