“La gran parte degli editori non crede per niente alla letteratura, non crede negli scrittori, non crede in niente fuorché nel commercio e negli affari”

Da una lettera di Lucio Mastronardi a Guido Davico Bonino

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

L'immagine iniziale de Il giardino dei ciliegi diretto da Alessandro Serra ricorda un bellissimo racconto breve di Kafka intitolato Di notte: “Sprofondato nella notte. [...]. Gli uomini intorno dormono. Una piccola commedia, un’innocente illusione che dormano nelle loro case, nei letti solidi, sotto un tetto solido”, e giunge un lume da dietro il fondale, poi entro la stanza: “Uno deve vegliare, dicono. Uno deve essere presente”.

Venerdì, 21 Febbraio 2020 00:00

Malacarne, Malarazza, Malammore: Malacrescita

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Malacrescita

Accoglie di spalle, il suo pubblico in sala, Mimmo Borrelli, attendendo che prenda, rumorosamente, posto. Avviluppato in una palandrana dickensiana, sdrucita, quadrettata come un tartan, spia di sottecchi, divertito, gli occhi piccoli, incastonati fra le guance floride. Lo spettacolo inizia. Sarà una lunga cavalcata, una tirata via (It’s just a ride, per parafrase Bill Hicks), che, come una rete a strascico, calerà sugli spettatori e li strattonerà via dalle loro sedie, scarnificandoli d’ogni certezza, investendoli con la sua irruenza. Comincia a disegnare dei giri sul palco, Mimmo Borrelli, circumnavigando un pentacolo di bottiglie vuote (verdi, quelle delle passate, delle sarse che, ogni agosto, come un rito, si rinnova, ancora, nelle case di alcuni meridionali), come i fortini che i bambini improvvisano, con gli oggetti da casa, per giocare.

Giovedì, 20 Febbraio 2020 00:00

Lo specchio opaco del fondo d'un bicchiere

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Per parlare di Animali da bar di Carrozzeria Orfeo, spettacolo del 2015 – preceduto da Thanks for Vaselina e seguito da Cous Cous Klan, coi quali va a formare una trilogia – in scena al Teatro Bellini mi piace partire da un riferimento cinematografico che di Animali da bar sembra essere padre (poco) nobile: Barfly – Moscone da bar. Si tratta di un film americano del 1987, scritto da Charles Bukowski e nel quale l’alter ego dello scrittore – Henry Chinaski – è interpretato da Mickey Rourke; il film è ambientato in gran parte in un bar, vero fulcro narrativo della vicenda, che poi altro non è che una proiezione su pellicola dell’universo letterario bukowskiano: lo stesso Bukowski vi compare in un cameo – guarda caso – proprio all’interno del Golden Horn, il bar per l’appunto da cui si parte e si ritorna tra un’ubriacatura e l’altra, tra una discesa agli inferi e la successiva, tra una gita ai margini dell’abiezione notturna e il ritorno alle poche comatose ore del giorno.

Lunedì, 24 Febbraio 2020 00:00

"Finestre": istantanee ed appunti

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La Piccola Compagnia Dammacco − ovvero Mariano Dammacco, autore, regista e pedagogo, Serena Balivo, attrice, e Stella Monesi, illustratrice e tecnico − compiuto il processo di fondazione e avviamento della propria comune ricerca teatrale con gli spettacoli L’ultima notte di Antonio (2012), L’inferno e la fanciulla (2014), Esilio (2016), La buona educazione (2018), continua il lavoro di costruzione di una compagnia teatrale accogliendo all’interno del proprio percorso altri attori. La prima tappa di questa nuova costruzione è accaduta tra febbraio e giugno del 2019 grazie al progetto Finestre. Esercizi di ricerca e composizione teatrale, attraverso il quale la compagnia ha potuto, in quattro diversi momenti di laboratorio, sperimentarsi al lavoro con gruppi di oltre dieci attori.

Giovedì, 13 Febbraio 2020 00:00

Il teatro e la cura del tempo

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Come si fa a spiegare a un bambino che gli adorati nonni muoiono? Come si può raccontare la morte, la malattia, l’Alzheimer a un bambino se non attraverso una fiaba, un sogno, un racconto che abbia contenuti di verità trasfigurati dall’immaginazione? La risposta la dà César Brie con il suo spettacolo e, alla fine della pièce, in coda agli applausi per la messa in scena de Il Vecchio Principe, spiega che una volta un amico gli chiese di scrivere un’opera che avesse potuto vedere sua figlia.

Martedì, 11 Febbraio 2020 00:00

C.Re.S.Co. - Lettera aperta sul caso Eliseo

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LETTERA APERTA
sul caso del Teatro Eliseo

 

 

  Egr. On.le
 Dario Franceschini
 Ministro per i Beni e le Attività
 Culturali e per il Turismo
 Via del Collegio Romano, 27
 ROMA

  

 Egregi On.li Capigruppo
 5^ Commissione Bilancio Camera dei Deputati

 

 Egr. On.le
 Claudio Borghi
 Presidente 5^ Commissione Bilancio Camera dei Deputati

 


Egregio Ministro, Egregi On.li Capigruppo 5^ Commissione Bilancio Camera dei Deputati, Egr. On.le Presidente 5^ Commissione Bilancio Camera dei Deputati,

Venerdì, 31 Gennaio 2020 00:00

Il fascino ambiguo del tribunale: “Il caso W.”

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Il teatro ha avuto fin dalle origini una passione per il tribunale, tanto da poter quasi dire che le due istituzioni, in Occidente, siano nate gemelle. Questa attrazione reciproca continua tutt’oggi. Pensiamo solo a molti lavori di Milo Rau dove il tribunale è la forma teatrale stessa. Oppure a come molti artisti oggi scelgano di incontrare l’Orestea di Eschilo. Il caso W. di Claudio Morganti, con la scrittura di Rita Frongia, è un’ulteriore immagine di tale fascinazione a sua volta innesco per far deflagrare altre seduzioni pericolose.

Mercoledì, 29 Gennaio 2020 00:00

La vita attorno a un tavolo

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Al centro della scena la tavola, non quella del palcoscenico, dell’assito ligneo, ma proprio la tavola, il desco. Coperta da una tovaglia plastificata a quadretti bianchi e rossi, come quelle delle trattorie classiche, vi è questa lunga mensa, tanto lunga da permettere a trenta persone circa di sedersi attorno ad essa. Ma non siamo in trattoria, siamo al TAN − Teatro Area Nord a Piscinola e non siamo sul palcoscenico. Siamo nello spazio deputato alla biglietteria, al foyer, trasformato nella cucina della campagna di Valsamoggia, in provincia di Bologna dove nasce e vive il Teatro delle Ariette, in mezzo ai campi.

Giovedì, 23 Gennaio 2020 00:00

Non c’è onore nel digiuno

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Torna l’affiatatissima coppia Lo Cascio/Rubini. Nato sul set di Mio cognato (anno di grazia, 2003, del “compianto” Piva, regista però, forse, da poco risorto), questo sodalizio artistico, che ci ha già regalato, un paio d’anni fa, la bella trasposizione teatrale del classico dostoevskiano, Delitto e castigo (di cui quest’altra opera rivela l’influsso, quantomeno nella scenografia, in cui ritroviamo almeno un oggetto di scena: la piccola scrivania dove Rodia Lo Cascio Raskolnikov riversava il suo flusso di coscienza), torna ora ad affondare i canini  in un altro poderoso tomo da mettere in scena: il Dracula, di Bram Stoker.

Ogni volta che Roberto Latini sale su un palcoscenico, piccolo o grande che sia, è un evento. Autore capace di spogliare la scena, di spogliarsi di tutto e allo stesso tempo riempire di senso e di emozione ogni istante, ha deciso di leggere i versi di La delicatezza del poco e del niente. Non è la prima volta che Latini affronta un testo in versi: d’altronde, ben si sposa la forza con cui l’autore romano piega le parole alle sue volontà interne con lo sforzo che il poeta fa per piegare la grammatica ai suoi versi.

Se c’è una riflessione generica da fare intorno al focus della Triennale di Milano, dedicato alle regie di Alessandro Serra nello scorso dicembre, e che ha visto nuovamente lo spettacolo Macbettu, seguito da Il giardino dei ciliegi, è che entrambi gli allestimenti  sono ormai percepiti di ampio respiro internazionale, dotati di un’intrinseca istanza, vale a dire quella in cui ricerca e riproducibilità di un classico universale convergono in modo virtuoso.

“Io è un altro”
(Arthur Rimbaud)



Che cos’è l’autofinzione? Lo spiega molto bene Sergio Blanco, drammaturgo e regista franco-uruguagio nel primo capitolo del suo saggio intitolato appunto Autofinzione. L’ingegneria dell’io (Cue Press, 2019): neologismo coniato nel 1977 da Serge Doubrovsky, il termine designa un genere letterario che associa e fonde elementi autobiografici con elementi finzionali. Non che tale pratica non esistesse già – e per spiegarlo Sergio Blanco passa in rassegna esempi significativi che vanno da Paolo di Tarso a Sant’Agostino e Santa Teresa d’Avila, da Montaigne a Rousseau e Stendhal, per arrivare fino a Rimbaud e Nietzsche, prima di inoltrarsi nei meandri del Novecento con le ricadute speculative della psicologia freudiana e del pensiero filosofico – ma è a Doubrovsky che se ne fa risalire la codifica in forma di genere.

Venerdì, 17 Gennaio 2020 00:00

Filippo Dini e la divisibilità dell’uno

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Ci sono introduzioni sonore all’opera che realmente introducono, nel senso che conducono dentro, dentro alla situazione, dentro all’atmosfera, dentro alla scena. Arturo Annecchino ci conduce dentro, sdraiati a terra, sull’arida terra estiva di campagna, al chiar di luna, ad ascoltare le cicale cantare, con il latrare dei cani che, in lontananza, avvisano di arrivi inaspettati; quando il sipario si apre la scena pensata da Laura Benzi ci rivela subito la cogenza dell’introduzione, siamo proprio in campagna, davanti ad una villa della campagna emiliana (nome d’invenzione Fasolara), a far ombra, nel buio pesto della notte, ci pensa la luna.

Lunedì, 20 Gennaio 2020 00:00

Nei meandri oscuri e illusori della mente

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Intorno al 1290 circa Rodolfo il Glabro, da non confondere con l’omonimo autore delle Cronache dell’anno Mille, pubblicò un interessante e curioso libro titolato Historia de Nemine. In quest’opera l’autore racconta la storia di Nemo, ossia Nessuno, personaggio a cui era possibile ciò che agli altri era negato. Rodolfo infatti con un semplice gioco di parole e dando nuovo senso ad alcuni versetti biblici quali Nemo propheta in patria o Nemo deum vidit, rendeva il suo protagonista capace di ciò che era ritenuto impossibile.

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