“immagino il teatro come un non finito, / non finibile. / nella sua natura credo sia l'imperfezione / l'imperfezione come aspirazione / l'imperfezione esatta, netta, giusta, precisa / l'imperfezione simile al difetto / il teatro come difetto. / assolutamente imperfetto”.

Roberto Latini

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Sabato, 20 Gennaio 2018 00:00

Per far crescere peschi e ciliegi

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La storia. Una storia di eroismo quotidiano, il più difficile, le cui gesta si svolgono nella piazza centrale di una piccola città, nell’ufficio del sindaco, sull’argine di un fiume. Una storia che ricorda la cronaca, ma affrancandola dalla tristezza, scovando la poesia dentro la prosa. Un eroismo dell’al di qua. Umanissima fierezza fragile.
Il corpo. I corpi di tutti sono il corpo di lei, come dell’assoluto. Dove l’assoluto passa negli occhi accesi e nella sottile muscolatura affettiva dell’anatomia. È questo tremare, la mistica, la vita che lavora alla sua trasfigurazione, la carne e il divino. L’assoluto nell’organico, dentro ogni gesto di Ermanna Montanari, un corpo dell’al di là − attualità dell’ossimoro.
Il lavoro. Il lavoro del teatro, forma raffinatissima della scena delle Albe, che con ritmo perfetto si fa e si disfa davanti ai nostri occhi. La trasparenza dei cambi di scena è artigianato esposto: vedi il martello che batte sul ferro incandescente, vedi come sposto questo tavolo. Ti racconto il modo di raccontarti.

Venerdì, 19 Gennaio 2018 00:00

Uomini, insetti e degradazione

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Continuando a recuperare quanto veduto e a restituirne testimonianza, ritorno sullo spettacolo del Teatro delle Bambole Se Cadere Imprigionare Amo, visto al Teatro Elicantropo lo scorso novembre.
Lo spettacolo trae spunto da un fatto di cronaca recente, ovvero le sevizie inflitte ad un quattordicenne da tre persone che lo deridevano e che, mediante l’uso di un compressore, gli causarono lesioni gravissime lacerandogli l’intestino.

Domenica, 14 Gennaio 2018 00:00

Il sindaco, il bando e i piccoli teatri

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L'annuncio
Intervenendo a Mattina 9, morning show televisivo in onda su Canale 9, Luigi de Magistris a un punto dichiara: “La legge Delrio non prevede la cultura come materia delle Città Metropolitane” ma “siccome cultura è anche economia a brevissimo partirà un bando da un milione di euro per finanziare tutti i piccoli teatri dei novantadue Comuni della Città Metropolitana di Napoli”. D'altronde, aggiunge, “mentre i grandi teatri hanno risorse pubbliche per i piccoli abbiamo pensato a questo bando”. La notizia viene diffusa dalle agenzie, ripresa dalle testate locali, commentata con entusiasmo da esponenti della giunta, ribadita il giorno dopo dai quotidiani cartacei: “a brevissimo”, “un milione di euro”, “tutti i piccoli teatri”.
È il 27 marzo 2017.

Venerdì, 12 Gennaio 2018 00:00

Le verità latelliane di Pinocchio

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E mi chiedo ancora mentre inizio a scrivere: come lo articolo questo pezzo? Una densità e una quantità di materia e di significati notevoli, discorsi possibili su ogni aspetto dell’opera e della sua realizzazione. Provo a fare due cose: ad andare per ordine, analizzando i vari ambiti e le diverse produzioni di senso, e a cominciare dall’inizio.
Sul palco metallo e legno. Metallo: un tavolo al centro, una porta sulla destra, una piattaforma sulla sinistra, su cui scorre un enorme tronco di legno a sezione circolare che raffigura il naso di Pinocchio. Legno: tronchi, Pinocchio, il naso di Pinocchio, trucioli sulla scena, trucioli che piovono dal cielo.

Giovedì, 11 Gennaio 2018 00:00

Storia viva in un corpo morto

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Sono un recensore accidioso. Perennemente in ritardo, con articoli da scrivere che s’affastellano e s’accavallano, accumulando ritardi sesquipedali. “La critica non scade, non deperisce” – mi ripeto come un mantra, quasi a volermi far coraggio da solo – “mica è come la cronaca”, soggiungo a tentar capziosamente di corroborare i miei pensieri, i pensieri di un recensore accidioso e perennemente in ritardo.

Martedì, 09 Gennaio 2018 00:00

Non mi resta che lasciarti andare

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L'arte del biografo consiste nella scelta. Non deve preoccuparsi  
di essere vero, deve invece creare entro un caos di tratti umani. 
Alcuni pazienti demiurghi hanno radunato per il biografo certe idee, 
certi movimenti della fisionomia, certi avvenimenti. La loro opera si 
trova nelle cronache, nelle memorie, negli epistolari. In mezzo a
questo ammasso il biografo seleziona quanto gli serve a comporre
una forma che non somigli a nessun altra.
(Marcel Schwob, Vite immaginarie)



Nel secondo atto de La vita ferma di Lucia Calamaro Riccardo prende per mano Alice, sua figlia, e guardando Simona le dice: “La bambina ha fame, la porto al bar a prendere un tramezzino”; papà “andiamo al bar?” interviene la figlia; “No” le risponde Riccardo. Da cinque minuti – cinque minuti di teatro, nei quali c'è più di mezza giornata – Riccardo sa che Simona ha un tumore e che “una soluzione non c'è”.

L’arte del gesto di Virgilio Sieni è una lezione sul movimento, che si configura come “esperienza della vicinanza” tra i copri dei danzatori, alla ricerca della “risonanza” che permette, appunto, al gesto di liberarsi e riverberare. L’Opera dei pupi di Mimmo Cuticchio è di antica tradizione: una forma d’arte la cui natura è rimasta immutata nel tempo e che, insieme alla danza, più risente delle “risonanze” interne al suo esecutore. Da qualche tempo, a Palermo, L’arte del gesto ha trovato nell’Opera dei pupi una compagna muta, ma non silenziosa: Virgilio Sieni lavora con uomini e pupi e, al suo fianco, il maestro Mimmo Cuticchio lavora con pupi e uomini.

Venerdì, 29 Dicembre 2017 00:00

La fine che rischia una giovane compagnia

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I “Randa”, abbreviativo della parola “Randagi”, sono sette amici che fanno musica nei piccoli locali dell'hinterland milanese. Restano in sette fino a quando – notati da Mogol e dal produttore Oscar Prudente e allettati dalla promessa di una “prospettiva discografica a livello nazionale” – diventano in cinque, sacrificando alla stipula di un contratto due dei componenti: cambiano il nome in “Gruppo Italiano” e incidono il primo LP, che viene distribuito dalla Mara&C. (dove “Mara” sta per Mara Maionchi): Maccherock s'intitola; è il 1982. Il Gruppo Italiano fa così comparsa nella televisione commerciale, viene poi ospitato su Rai Uno, è citato come “band rivelazione dell'anno” da Renzo Arbore in un articolo pubblicato da Il Corriere della Sera, moltiplica i concerti a Milano. Sono i mesi del grande turbamento, quelli in cui il sogno di un manipolo di ventenni sembra si stia realizzando in concreto; sono i mesi in cui il Gruppo Italiano – preso dal vortice di questa crescita accelerata – pensa, scrive e incide il singolo Tropicana.

Mercoledì, 27 Dicembre 2017 00:00

Nessuno si Illuda!

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La suggestiva Chiesa trecentesca del Museo Diocesano di Santa Maria Donnaregina Vecchia a Napoli è il teatro della messa in scena di The Minister’s Black Veil di Romeo Castellucci. Il pubblico diventa l’assemblea dei fedeli che prende posto sulle panche e a cui vengono forniti dei breviari della celebrazione in inglese con testo a fronte in italiano. Il palcoscenico è il transetto semicircolare con un ambone posizionato centralmente. Nulla manca a questo rito cattolico: il suono dell’organo, i canti Ave Regina, Alleluia e altri in latino, con bellissime voci mescolate tra il pubblico che tratteggiano l’atmosfera mistica, preparando l’ingresso del Ministro di culto che, entrando dalla porta della navata centrale alle spalle dell’assemblea, incede ieratico nella sua tonaca nera con il viso coperto da un rettangolo di stoffa dello stesso colore. Nonostante ciò sono riconoscibili i tratti spigolosi e la fisionomia nota di Willem Dafoe nel ruolo di un pastore cattolico che intratterrà il suo gregge in un’omelia che non è moralistica, ma pura esegesi biblica.

Mercoledì, 20 Dicembre 2017 00:00

Agli Orli, tra testo e spettacolo

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Cinque donne stanno in un largo trapezio di sabbia, delimitato da assi di legno. Non ne conosco il nome, la città in cui sono nate, l'età; non so se abbiano un marito o dei figli, dove siano i loro genitori, da dove provengano e dove siano dirette. Di queste cinque donne non so neanche che aspetto abbiano: di che colore siano gli occhi o la pelle, come sorridano, che abiti indossino, come sia il corpo e la voce, che atti compiano mentre si stanno parlando. Di loro so soltanto ciò che vogliono farmi sapere: che non si sono lamentate, non hanno pianto, non sono scappate; che sono state a lungo in silenzio, hanno mangiato e dormito. Di una scopro che ama correre scalza, di un'altra l'attitudine al comando, di un'altra ancora il disprezzo per ogni forma di sopruso: “Non sopporto la sopraffazione” dice infatti. Una racconta la passione che ha per i treni, quegli stessi treni che invece un'altra detesta: “Avevo le gambe legate, non potevo muovermi. Mi caricarono sul vagone come un pacco” ricorda, subito dopo aver raccontato l'infibulazione patita da bambina: “Le braccia e le gambe ben ferme, tenute da mani che sanno serrare. Anche la bocca ben chiusa, cinque dita che premono sulle labbra, perché nessuna parola deve sentire chi arriva. Ed eccolo, finalmente: un drago, le ali spiegate, grandissimo. Riempie tutta la stanza e apre la bocca, proprio nel mezzo delle gambe” e “la sua fiamma brucia come nemmeno il fuoco riesce a bruciare”. Il fuoco “recide, strappa, lacera”; poi chi assiste inizia a cucire: “un buco, due buchi, dieci buchi nella carne”.

Martedì, 19 Dicembre 2017 00:00

Aspettando un mondo più gentile

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Memoria per luoghi e persone, memoria di storie che raccontano un luogo preciso (e precisamente individuabile in Castrovillari), ma che attraverso il particolare si riallacciano all’universale, alle evoluzioni sociali, fisiologicamente più lente nel Sud Italia: in Masculu e fiammina (che nel testo recitato diventa “fimmina”) Saverio La Ruina dà corpo alla figura di un uomo costretto a fare i conti con i pregiudizi dell’Italietta bigotta e conservatrice del secondo Novecento, dando forma di narrazione postuma in prima persona alla vicenda umana e sentimentale che il suo personaggio narra dinanzi alla tomba materna.

Mercoledì, 13 Dicembre 2017 00:00

Di questo inevitabile oblio

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In Empire Milo Rau fa sorgere nella penombra del fondo di scena una palazzina diroccata mentre a metà palco quattro attori, in piena luce, abitano una cucina: la stanza che è già famiglia, la parte di casa in cui c'è più calore, le pareti tra le quali siamo abituati a intrecciare permanenze e confessioni quotidiane. Da questa cucina – allestita veristicamente – i quattro narrano, ognuno nella sua lingua, il posto e il tempo da cui vengono e dicono di una tentata, e personale, Odissea del ritorno: un ricontatto col passato che si rivela fisicamente impossibile poiché il loro luogo d'origine – il Kurdistan, la Grecia, la Siria, la Romania – nella forma in cui lo ricordano è nel frattempo scomparso: inghiottito dagli anni, ridotto in macerie dalla guerra, mutato irreversibilmente dagli uomini e dalla Storia. Quel che ci rimane quindi, perduto il fuoco originario, è la possibilità di farne almeno racconto, per citare Giorgio Agamben.

Lunedì, 11 Dicembre 2017 00:00

Šostakovič, Majakovskij e la Rivoluzione

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La storia compie il suo corso lasciandosi dietro protagonisti e testimoni, uomini che sono specchio rifratto del tempo in cui vivono e antenne che ne intercettano vette e abissi. E le rivoluzioni hanno profeti, martiri e appunto testimoni, le cui vite raccontano del tempo vissuto, del mondo  attraversato e ne sono, all’occorrenza, casse armoniche in cui – di quel tempo e di quel mondo – risuonano (anche) contraddizioni e criticità.

Lunedì, 04 Dicembre 2017 00:00

Deflorian/Tagliarini: dando calore agli oggetti

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Dopo una breve attesa al piano terra del Museo Hermann Nitsch − il tempo necessario per aggirarsi un po' tra gli oggetti strani e poco rassicuranti accumulati dall'artista austriaco − gli spettatori sono stati condotti al piano superiore, in una stanza piena di altre cose accumulate in scatoloni posizionati sull'assito. Poi qualcuno ha iniziato a raccogliere e porgere delle sedie pieghevoli, c'è stato chi le ha posizionate nel posto sbagliato ma si è subito spostato in quello giusto. È così che qualcosa ha iniziato a prendere forma: quello che un attimo prima sembrava un monolocale vuoto, e in attesa di trasloco, ha assunto l'aspetto di un rituale collettivo chiamato teatro.

Martedì, 28 Novembre 2017 00:00

Sesso e regresso

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All’interno di quello che fu un plesso scolastico, nel quartiere Libertà di Bari, c’è Spazio 13, un hub che prende il nome dal numero delle associazioni che concorrono ad abitarlo e a farlo vivere di attività varie; tra queste, il teatro. Sworkers, della Compagnia Acasă è lo spettacolo itinerante che – come era stato itinerante già il precedente H24_Acasă visto al Palazzo Baronale di Novoli nell’ambito de I Teatri della Cupa – trasporta gli spettatori in un percorso che si snoda attraverso le stanze poste ai piani più bassi dell’edificio, come a voler condurre metaforicamente in un viaggio agli Inferi, per raccontare dell’intrinseco degrado di una condizione, quella della prostituzione, indagandone pieghe sfaccettate e offrendone un punto di vista che ribalta l’angolazione, guardando al fenomeno (e al suo sfruttamento) da una prospettiva che si pone dall’interno e che tenta di offrire una panoramica non solo varia sul piano delle casistiche, ma anche composita dal punto di vista della costruzione scenica.

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