“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Lunedì, 26 Febbraio 2018 00:00

“Battlefield”, una vittoria che sa di sconfitta

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“Questa guerra − chiede il giovane − avverrà su un campo di battaglia o nel mio cuore? Krishna gli risponde: non vedo alcuna differenza”.
Partiamo da queste battute della pièce per avere la cifra di ciò di cui tratteremo nei prossimi righi.
Prima però torniamo indietro.
Festival di Avignone 1985: Peter Brook inscena il Mahābhārata, uno spettacolo della durata di nove ore che segna così un momento di svolta nella storia mondiale del teatro.
Napoli 2018: al teatro Bellini fino al 25 febbraio torna in scena il regista londinese alla veneranda età di novantadue anni per proporre una nuova versione di quello spettacolo che si presenta in una veste decisamente abbreviata – la durata complessiva è di appena settanta minuti − e in una chiava di lettura estremamente universale e trasversale, nonché con un titolo differente: Battlefield, ovvero campo di battaglia.

Venerdì, 23 Febbraio 2018 00:00

Chiaromonte, un quaderno e due attori

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“Dobbiamo fidarci di noi stessi, smettere di abdicare
al nostro sguardo per guardare soltanto quello che
tutti guardano, questa dubbia eucarestia a cui volta
per volta diamo nomi diversi: mainstream, società
globale, mercato. I numeri del teatro sono esigui?
Pazienza, sono almeno certi: disegnano la concretezza
di un incontro, la comunione di un'esperienza”
(Attilio Scarpellini)

 

“La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve”
(Massimo Troisi)

 

“Cosa abbiamo condiviso?”
(Peter Brook)

 

 

Nicola Chiaromonte quasi ogni sera andava a teatro, alternando le grandi sale – nelle quali assisteva alle produzioni di quelli che oggi definiamo addirittura Teatri Nazionali – ai piccoli luoghi, “i teatrini e stambugi”, così li chiamava, dove gruppi di artisti “cercano di mettere su degli spettacoli non convenzionali” stando a un metro dalla prima fila della platea: ne puoi sentire “il fermento”, diceva Chiaromonte, ne puoi sentire la voglia e il respiro, l'imperfezione inevitabile delle scelte, la forza (quasi sempre non necessaria) dei gesti, il valore che ha uno sguardo e la voce – che qui è ancora pura, nuda – e ne puoi sentire i silenzi, i vuoti, la fragilità e la verità, ben oltre ogni realismo.

Sabato, 24 Febbraio 2018 00:00

Un sipario, una cornice, un mondo

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A sorpresa, entrando nella sala della Galleria Toledo, un sipario chiuso. Ultimamente le messe in scena, nella maggior parte dei casi, ne fanno a meno proiettando subito lo spettatore al centro della storia, attore ignaro, silenzioso partecipante. Il sipario scuro, qui, ne Le braci di Laura Angiulli tratto dal romanzo omonimo di Sándor Márai, con l’adattamento di Fulvio Calise, è il diaframma vellutato che solo in apparenza chiude lo spazio platea/palco perché crea quel momento breve di distacco, è il lungo respiro che riempie i polmoni che precede una immersione in un mondo lontano ma non lontanissimo, un mondo proiezione e introiezione di se stessi.

Giovedì, 22 Febbraio 2018 00:00

La delicatezza di un'anima di gommapiuma

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Ho aspettato Il fiore azzurro per svariati mesi, da quando nel maggio scorso vinse la sezione verde di In-box e i riscontri che ne raccoglievo lasciavano intendere trattarsi di uno spettacolo che meritasse di essere visto. A lungo inseguito, finalmente completo la mia rincorsa incrociandolo a Monopoli, Auditorium Bianco Manghisi, una domenica di gennaio. E tanta attesa ebbe dovuta ricompensa, perché Il fiore azzurro di Daria Paoletta (e di Tzigo, il pupazzo che con lei è in scena) è visione che piace e diverte, strabilia e incanta, fino a conquistarti col suo connubio di tenera leggerezza e profonda densità di senso; materia plastica che nelle mani sapienti dell’attrice viene plasmata, questa favola zigana che la Paoletta riscrive, compone con levità e intensità il suo racconto.

Martedì, 20 Febbraio 2018 00:00

CReSCo: L'impresa eccezionale è essere normali

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Come altre testate giornalistiche Il Pickwick riceve e pubblica il comunicato di CReSCo (Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea) relativo alla diminuzione del FUS ed è a disposizione per la condivisione di documenti analoghi da parte di altre realtà di rappresentanza dei lavoratori dello spettacolo.

 
Una breve nota, tuttavia, nella condivisione.
 
Il Pickwick sottolinea quanto sia importante la battaglia per il rispetto di parametri economici minimi che diano dignità alla materialità e all'immaterialità del lavoro artistico e quanto sia anche significativo che i tagli del FUS operati al momento (e in attesa di risorse integrative) riguardino gli under 35 (ovvero i soggetti più giovani) e le residenze, cioè quei luoghi di pensiero, di prova, di tempo lento, nei quali è ancora possibile l'errore formativo, l'incertezza compositiva: aspetti fondamentali per la creazione artistica e in controtendenza rispetto all'esercitata iperproduttività ministeriale del fare molto, anche male, per certificare l'impiego del denaro pubblico con la quantità dei titoli in cartellone.
Occorre che il FUS abbia dunque una dotazione maggiore, certo. Ed occorre che l'investimento italiano in cultura si allinei agli standard europei.
E tuttavia.
C'è una battaglia ulteriore da compiere, se volete ancora più alta e difficile, che riguarda non solo "quanti" soldi si possono spendere ma "come" questi soldi vengono spesi. Perché fin quando gli Stabili continueranno ad allestire le proprie stagioni basandosi (non solo ma) soprattutto sullo scambio degli spettacoli (magari firmate dal proprio Direttore), fin quando certi Festival saranno finalizzati solo alla produzione di consenso politico momentaneo, fin quando i Circuiti Regionali insisteranno a non assolvere alle proprie funzioni e a non rispettare le finalità dichiarate nei propri Statuti non ci sarà (eventuale) aumento del FUS che basti, da solo, a migliorare le condizioni di salute del sistema teatrale italiano che invece ha bisogno che al suo centro torni ad esserci il palcoscenico e chi vi lavora e necessita della definizione − nel rispetto delle diversità politiche e poetiche dei soggetti interessati − di una filiera creativa integrata, dotata di una visione comune, che sia seriamente sostenuta negli sforzi che compie, costantemente monitorata nei passaggi intermedi, e rigorosamente valutata negli esiti finali.
Il Pickwick
 

 


DOPO IL RIPARTO DEL FUS: IL SISTEMA DELLO SPETTACOLO DAL VIVO E LA CONFUSIONE

Giovedì, 15 Febbraio 2018 00:00

L'adolescenza salverà il mondo

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Arriva in periodo di campagna elettorale, spunta come un improvviso fiore su un marciapiede in una sequenza quotidiana di brutture vissute nel mondo, ascoltate alla radio o in tv, inserite nei discorsi di chi vorrebbe guidare il Paese. Mette l’individuo e la storia personale lì dove si parla di numeri, statistiche e percentuali. È un fiore da curare, un fiore a cui bisogna dare la linfa della nostra attenzione, del nostro silenzio. Perché in un periodo di tante parole inutili esso emana il profumo di un qualcosa che potrebbe salvarci, tirarci fuori dalle acque contaminate dall’odio.

Quando nel 2015 al Covent Garden di Londra andò in scena la prima del Guillaume Tell di Damiano Michieletto il pubblico reagì molto male a una scena di stupro collettivo su una donna, da parte dell’esercito, al culmine del terzo atto. Questa scena sostituiva l’imposizione di Gesler, capo dell’esercito, sul popolo svizzero di inginocchiarsi davanti al suo cappello per il centenario della dominazione austriaca; atto che faceva sorgere il senso di rivalsa e dava il via alla ribellione svizzera di cui capofila era Guillaume, l’eroe sovversivo che non si era inchinato.

Kids Festival, quarta edizione, a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno Lecce si fa “città bambina” – come recita il sottotitolo della manifestazione e concentra tra il 28 dicembre e il 7 gennaio una programmazione fatta di teatro e non solo per bambini e non solo. Dieci giorni a cavallo tra un anno che se ne va ed un altro che arriva, come a simboleggiare continuità fra il teatro che abbiamo visto e quello che vedremo, in un Festival che è all’insegna dell’inclusività e della contiguità di iniziative artistiche, intersecando i linguaggi e diversificando l’offerta, il tutto perseguendo un’idea viva che sappia coniugare teatro e aggregazione.

Sabato, 03 Febbraio 2018 00:00

Da dove arrivano i bambini

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Su una strada che porta al mare, i pullman accompagnano i bambini a teatro. Sono tanti i piccolini, coi grembiuli a quadretti rosa e azzurri, sistemati in file ordinate. Arrivano dalle scuole dei dintorni con il fragore delle loro voci squillanti. Eccezion fatta per qualche maestra che li accompagna, il teatro di Policoro è tutto un brulicare di bambini. Dalle poltroncine non spunta fuori una testa, si direbbe una platea vuota a guardarla dall’ultima fila, e invece essa è piena di immagini, sogni, fantasie che solo i bimbi dell’età della scuola dell’infanzia sanno creare. Non c’è posto migliore del teatro per portare in gita tutte queste cose. Lo sa bene Tib Teatro che ha costruito uno spettacolo per ragazzi ricco di stimoli, di domande e di risposte.

È pieno il teatro “Laura Betti” di Casalecchio di Reno (BO) per l’unica replica de La scortecata, spettacolo tratto dalla fiaba La vecchia scortecata, presente ne Lo cunto de li cunti di Basile, il cui pentamerone − scritto alla metà degli anni ’30 del Seicento − è stato spesso argomento, fonte, materia d'ispirazione negli ultimi anni: si pensi alla recente La Gatta Cenerentola di Rak & co. e, sempre sul grande schermo, a Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, che nel 2015 rivisita anche La vecchia scortecata.
Napoletani che raccontano un napoletano, dunque, attraverso il cinema.

Lunedì, 29 Gennaio 2018 00:00

Familie Flöz, un fatto di autenticità

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Essere unici, autentici, inventarsi una strada, essere consapevoli che quella non è l’unica al mondo, né la migliore, ma semplicemente la propria, esclusiva e inimitabile, identica a se stessa e irripetibile. Come inventarsi una maniera, un certo modo di essere in scena e nel mondo, portarlo avanti, confermarlo ad ogni svolta.
È questa la grande sfida dell’arte contemporanea?

Teatro Comunale di Ceglie Messapica, un ritorno: a circa un anno di distanza faccio una nuova puntata nel brindisino, nella casa di Armamaxa; la volta precedente avevo assistito a Digiunando davanti al mare di Giuseppe Semeraro e, anche questa volta, ripercorro l’esperienza di uno spettacolo a cui s’assiste stando sul palco, su un palco al quale lo spettatore accede entrando dal retro, ribaltamento di una prospettiva tradizionale e che sembra rispecchiare anche la posizione di Armamaxa rispetto alla questione spinosa dei Teatri Abitati (l’esperienza virtuosa delle residenze pugliesi messa di fatto in ginocchio dalla vacatio politico-culturale successiva all’insediamento di Michele Emiliano in Regione), come da lettera aperta che pubblicammo su questo giornale.

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