“Vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni”

Pier Paolo Pasolini, citato da Alessandro Leogrande

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Sabato, 03 Febbraio 2018 00:00

Da dove arrivano i bambini

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Su una strada che porta al mare, i pullman accompagnano i bambini a teatro. Sono tanti i piccolini, coi grembiuli a quadretti rosa e azzurri, sistemati in file ordinate. Arrivano dalle scuole dei dintorni con il fragore delle loro voci squillanti. Eccezion fatta per qualche maestra che li accompagna, il teatro di Policoro è tutto un brulicare di bambini. Dalle poltroncine non spunta fuori una testa, si direbbe una platea vuota a guardarla dall’ultima fila, e invece essa è piena di immagini, sogni, fantasie che solo i bimbi dell’età della scuola dell’infanzia sanno creare. Non c’è posto migliore del teatro per portare in gita tutte queste cose. Lo sa bene Tib Teatro che ha costruito uno spettacolo per ragazzi ricco di stimoli, di domande e di risposte.

È pieno il teatro “Laura Betti” di Casalecchio di Reno (BO) per l’unica replica de La scortecata, spettacolo tratto dalla fiaba La vecchia scortecata, presente ne Lo cunto de li cunti di Basile, il cui pentamerone − scritto alla metà degli anni ’30 del Seicento − è stato spesso argomento, fonte, materia d'ispirazione negli ultimi anni: si pensi alla recente La Gatta Cenerentola di Rak & co. e, sempre sul grande schermo, a Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, che nel 2015 rivisita anche La vecchia scortecata.
Napoletani che raccontano un napoletano, dunque, attraverso il cinema.

Lunedì, 29 Gennaio 2018 00:00

Familie Flöz, un fatto di autenticità

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Essere unici, autentici, inventarsi una strada, essere consapevoli che quella non è l’unica al mondo, né la migliore, ma semplicemente la propria, esclusiva e inimitabile, identica a se stessa e irripetibile. Come inventarsi una maniera, un certo modo di essere in scena e nel mondo, portarlo avanti, confermarlo ad ogni svolta.
È questa la grande sfida dell’arte contemporanea?

Teatro Comunale di Ceglie Messapica, un ritorno: a circa un anno di distanza faccio una nuova puntata nel brindisino, nella casa di Armamaxa; la volta precedente avevo assistito a Digiunando davanti al mare di Giuseppe Semeraro e, anche questa volta, ripercorro l’esperienza di uno spettacolo a cui s’assiste stando sul palco, su un palco al quale lo spettatore accede entrando dal retro, ribaltamento di una prospettiva tradizionale e che sembra rispecchiare anche la posizione di Armamaxa rispetto alla questione spinosa dei Teatri Abitati (l’esperienza virtuosa delle residenze pugliesi messa di fatto in ginocchio dalla vacatio politico-culturale successiva all’insediamento di Michele Emiliano in Regione), come da lettera aperta che pubblicammo su questo giornale.

Martedì, 23 Gennaio 2018 00:00

Aemilia, Dickens e questa luce, tra le tenebre

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Aemilia, terra di mafia
“Le ndrine hanno colonizzato Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e registriamo infiltrazioni da queste regioni anche nel Veneto”. Le parole sono del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e fanno parte dell'incipit di un volume leggibile online: è scritto da due giornalisti (Gaetano Alessi e Massimo Manzoli), è intitolato Tra la via Aemilia e il West e per sottotitolo recita Storie di mafie, convivenze e malaffare.

Lunedì, 22 Gennaio 2018 00:00

Illusioni, coreografie, apparenze di vita reale

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Mentre Karl (Sandro Lombardi) – un tempo giocoliere, star internazionale al Lido, a Baden Baden, a Londra – mette nel lettore il CD di Mosè ed Aronne, di Schönberg – “Eh, lo so, Brahms lo preferisci a tutti!” – suo fratello Robert (Massimo Verdastro) – ex attore interprete memorabile del Torquato Tasso di Goethe – sembra letteralmente ammosciarsi sulla sua poltrona: già poco prima, nel lungo monologo che apriva questo L’apparenza inganna, di Thomas Bernhard, per la regia di Federico Tiezzi, in scena in questi giorni qui a Napoli, al Teatro Nuovo, l’anaffettivo e solipsista Karl ci aveva avvertito: “Io posso ascoltare Schönberg per ore/lui si annoia...” e così, quasi per ripicca ad una osservazione di Robert riguardante il suo nuovo vestito scuro, inaugurato al funerale di Mathilde, moglie di Karl (“un vestito da società / come tu hai sempre odiato. / − Veramente? / − Sempre odiato questo tipo di vestiti! / − Questo tipo di vestiti? / −Ti sei sempre rifiutat / d’indossare un vestito così / − Veramente? / − Veramente! / − Può darsi che sia vero”) sceglie di ascoltare la musica atonale che profondamente annoia il fratello.

Sabato, 20 Gennaio 2018 00:00

Per far crescere peschi e ciliegi

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La storia. Una storia di eroismo quotidiano, il più difficile, le cui gesta si svolgono nella piazza centrale di una piccola città, nell’ufficio del sindaco, sull’argine di un fiume. Una storia che ricorda la cronaca, ma affrancandola dalla tristezza, scovando la poesia dentro la prosa. Un eroismo dell’al di qua. Umanissima fierezza fragile.
Il corpo. I corpi di tutti sono il corpo di lei, come dell’assoluto. Dove l’assoluto passa negli occhi accesi e nella sottile muscolatura affettiva dell’anatomia. È questo tremare, la mistica, la vita che lavora alla sua trasfigurazione, la carne e il divino. L’assoluto nell’organico, dentro ogni gesto di Ermanna Montanari, un corpo dell’al di là − attualità dell’ossimoro.
Il lavoro. Il lavoro del teatro, forma raffinatissima della scena delle Albe, che con ritmo perfetto si fa e si disfa davanti ai nostri occhi. La trasparenza dei cambi di scena è artigianato esposto: vedi il martello che batte sul ferro incandescente, vedi come sposto questo tavolo. Ti racconto il modo di raccontarti.

Venerdì, 19 Gennaio 2018 00:00

Uomini, insetti e degradazione

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Continuando a recuperare quanto veduto e a restituirne testimonianza, ritorno sullo spettacolo del Teatro delle Bambole Se Cadere Imprigionare Amo, visto al Teatro Elicantropo lo scorso novembre.
Lo spettacolo trae spunto da un fatto di cronaca recente, ovvero le sevizie inflitte ad un quattordicenne da tre persone che lo deridevano e che, mediante l’uso di un compressore, gli causarono lesioni gravissime lacerandogli l’intestino.

Domenica, 14 Gennaio 2018 00:00

Il sindaco, il bando e i piccoli teatri

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L'annuncio
Intervenendo a Mattina 9, morning show televisivo in onda su Canale 9, Luigi de Magistris a un punto dichiara: “La legge Delrio non prevede la cultura come materia delle Città Metropolitane” ma “siccome cultura è anche economia a brevissimo partirà un bando da un milione di euro per finanziare tutti i piccoli teatri dei novantadue Comuni della Città Metropolitana di Napoli”. D'altronde, aggiunge, “mentre i grandi teatri hanno risorse pubbliche per i piccoli abbiamo pensato a questo bando”. La notizia viene diffusa dalle agenzie, ripresa dalle testate locali, commentata con entusiasmo da esponenti della giunta, ribadita il giorno dopo dai quotidiani cartacei: “a brevissimo”, “un milione di euro”, “tutti i piccoli teatri”.
È il 27 marzo 2017.

Venerdì, 12 Gennaio 2018 00:00

Le verità latelliane di Pinocchio

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E mi chiedo ancora mentre inizio a scrivere: come lo articolo questo pezzo? Una densità e una quantità di materia e di significati notevoli, discorsi possibili su ogni aspetto dell’opera e della sua realizzazione. Provo a fare due cose: ad andare per ordine, analizzando i vari ambiti e le diverse produzioni di senso, e a cominciare dall’inizio.
Sul palco metallo e legno. Metallo: un tavolo al centro, una porta sulla destra, una piattaforma sulla sinistra, su cui scorre un enorme tronco di legno a sezione circolare che raffigura il naso di Pinocchio. Legno: tronchi, Pinocchio, il naso di Pinocchio, trucioli sulla scena, trucioli che piovono dal cielo.

Giovedì, 11 Gennaio 2018 00:00

Storia viva in un corpo morto

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Sono un recensore accidioso. Perennemente in ritardo, con articoli da scrivere che s’affastellano e s’accavallano, accumulando ritardi sesquipedali. “La critica non scade, non deperisce” – mi ripeto come un mantra, quasi a volermi far coraggio da solo – “mica è come la cronaca”, soggiungo a tentar capziosamente di corroborare i miei pensieri, i pensieri di un recensore accidioso e perennemente in ritardo.

Martedì, 09 Gennaio 2018 00:00

Non mi resta che lasciarti andare

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L'arte del biografo consiste nella scelta. Non deve preoccuparsi  
di essere vero, deve invece creare entro un caos di tratti umani. 
Alcuni pazienti demiurghi hanno radunato per il biografo certe idee, 
certi movimenti della fisionomia, certi avvenimenti. La loro opera si 
trova nelle cronache, nelle memorie, negli epistolari. In mezzo a
questo ammasso il biografo seleziona quanto gli serve a comporre
una forma che non somigli a nessun altra.
(Marcel Schwob, Vite immaginarie)



Nel secondo atto de La vita ferma di Lucia Calamaro Riccardo prende per mano Alice, sua figlia, e guardando Simona le dice: “La bambina ha fame, la porto al bar a prendere un tramezzino”; papà “andiamo al bar?” interviene la figlia; “No” le risponde Riccardo. Da cinque minuti – cinque minuti di teatro, nei quali c'è più di mezza giornata – Riccardo sa che Simona ha un tumore e che “una soluzione non c'è”.

L’arte del gesto di Virgilio Sieni è una lezione sul movimento, che si configura come “esperienza della vicinanza” tra i copri dei danzatori, alla ricerca della “risonanza” che permette, appunto, al gesto di liberarsi e riverberare. L’Opera dei pupi di Mimmo Cuticchio è di antica tradizione: una forma d’arte la cui natura è rimasta immutata nel tempo e che, insieme alla danza, più risente delle “risonanze” interne al suo esecutore. Da qualche tempo, a Palermo, L’arte del gesto ha trovato nell’Opera dei pupi una compagna muta, ma non silenziosa: Virgilio Sieni lavora con uomini e pupi e, al suo fianco, il maestro Mimmo Cuticchio lavora con pupi e uomini.

Venerdì, 29 Dicembre 2017 00:00

La fine che rischia una giovane compagnia

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I “Randa”, abbreviativo della parola “Randagi”, sono sette amici che fanno musica nei piccoli locali dell'hinterland milanese. Restano in sette fino a quando – notati da Mogol e dal produttore Oscar Prudente e allettati dalla promessa di una “prospettiva discografica a livello nazionale” – diventano in cinque, sacrificando alla stipula di un contratto due dei componenti: cambiano il nome in “Gruppo Italiano” e incidono il primo LP, che viene distribuito dalla Mara&C. (dove “Mara” sta per Mara Maionchi): Maccherock s'intitola; è il 1982. Il Gruppo Italiano fa così comparsa nella televisione commerciale, viene poi ospitato su Rai Uno, è citato come “band rivelazione dell'anno” da Renzo Arbore in un articolo pubblicato da Il Corriere della Sera, moltiplica i concerti a Milano. Sono i mesi del grande turbamento, quelli in cui il sogno di un manipolo di ventenni sembra si stia realizzando in concreto; sono i mesi in cui il Gruppo Italiano – preso dal vortice di questa crescita accelerata – pensa, scrive e incide il singolo Tropicana.

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