“Vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni”

Pier Paolo Pasolini, citato da Alessandro Leogrande

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Venerdì, 16 Marzo 2018 00:00

In memoria di Brenda

Scritto da

Molfetta, uno spazio in pieno centro cittadino, in quell’intrico di vicoli che si susseguono per poi sbucare tra il porticciolo e il lungomare; lì, tra quelle strade strette e regolari, ad un angolo si trova la Pro Loco Babilonia, un ex frantoio che si reinventa sala teatrale, gestito dall'associazione culturale (e teatrale) Malalingua, di Marianna De Pinto e Marco Grossi; spazio accogliente e funzionale, anche piuttosto capiente e con tanto di foyer. Vi va in scena Vita oscena di Brenda Wendell Paes, di Gabriele Paolocà e Simonetta Damato (lei in scena, lui in regia) e va in scena, questo spettacolo, lì dove ha avuto la sua gestazione, prima di cominciare il  proprio cammino.

Giovedì, 08 Marzo 2018 00:00

Di Istria, storia e memoria

Scritto da

Una sigaretta che non riesce mai ad accendersi, una nave per l’America su cui non ci si riesce mai ad imbarcare, pronta lì il mercoledì, ma sempre vietata da un imprevisto, un accidente, o semplicemente dalla storia, che frappone i suoi sgambetti fatalmente il lunedì.
Una narrazione che affonda nella memoria, individuale e collettiva, di un popolo fra i popoli, concentrato in quel crogiuolo multietnico che è quel lembo d’Italia un po’ sloveno e un po’ croato, o quel lembo fra Slovenia e Croazia che persiste un po’ italiano, che va a formare un triangolo isoscele fra Trieste, Pola e Fiume ed è da lì che proviene la materia prima di questo Esodo, è di lì che è originario Diego Runko, è nelle sue vene che scorre il sangue di cui s’imporpora questa storia, è nella sua memoria – personale e famigliare – che sopravvive il ricordo di cui si materia questa narrazione.

Martedì, 06 Marzo 2018 00:00

Una gioia confusa e noiosa

Scritto da

La mia prima volta a uno spettacolo di Pippo Delbono. Senza aspettative particolari se non il sentimento positivo dell’attesa dinanzi a un regista noto da decenni, pluripremiato e con collaborazioni eccellenti (Odin Teatret, Pina Bausch, per fare due nomi su tutti) e il titolo dello spettacolo, La Gioia, che ha evocato in me spazi e movimenti, ritmiche e armoniche possibilità. Nessuna conoscenza pregressa diretta: solo articoli letti su di lui. Con interesse, dunque, sono andata a vederlo.

Domenica, 04 Marzo 2018 00:00

L'esilio politico dell'uomo flessibile

Scritto da

Stiamo all'inferno con una dignità inimmaginabile. 
(Mariano Dammacco; L'inferno e la fanciulla)



Nel quarto episodio de Lo splendore dei supplizi, il penultimo spettacolo di Fibre Parallele, due operai sequestrano un dirigente aziendale e – poiché il dirigente è vegano – lo sottopongono alla tortura di ingoiare carni e derivati animali: le sottilette, il latte, le uova e la mortadella, la maionese, il prosciutto, i petti di pollo (“due pacchi: li ho trovati in offerta”).

Venerdì, 09 Marzo 2018 00:00

La notte più buia. Su "Misura per misura"

Scritto da

Vienna sembra un girone dell'Inferno dantesco: masse di uomini rozzi, abbruttiti, che paiono gobbi e deformi occupano lo spazio, intenti all'esercizio della punizione quotidiana. Corpi giacciono in un angolo, in attesa di essere squartati; un condannato – trafitto al collo da una freccia che gli passa la cassa toracica fuoriuscendo da un fianco – è portato in mostra come si porta in mostra un maiale appena cotto alla brace; una donna è sul punto di essere penetrata. Qualcuno s'insozza il mento, lavandosi la faccia col vino di cui si sta rimpinzando la pancia; una fanciulla dai capelli castani – nudo il seno, coperte le cosce da un drappo rosso – viene cavalcata; giace abbandonato un cadavere. La galera segrega, la macina gira: esseri trattati come bestie diventano quarti di carne appesa, animali da soma, buchi in vendita per il piacere del coito. Fa caldo a Vienna, nonostante sia notte. Liquami e fetori rendono l'aria irrespirabile mentre le strade – in bilico un ponte, che pare prossimo al crollo – formano una piana arida, screpolata. Qualche lampo, in penombra: è la lama del coltello che serve il furto, l'omicidio, lo stupro, il ricatto, la violenza. Ci vorrebbe la pioggia, per alleviare l'epidermide della città dal tormento, ma la pioggia non viene.

Sabato, 03 Marzo 2018 00:00

La follia e il tentativo di restare umani

Scritto da

Perché Rodion Romanovič Raskol’nikov ha ucciso la vecchia usuraia, sua proprietaria di casa? Perché era povero e indebitato con lei e vedeva in quest'omicidio la sua unica via di fuga? Era questa la vera soluzione a tutto o avrebbe potuto agire diversamente, magari fuggire, abbandonare l’appartamento, far perdere ogni traccia di sé, in ogni caso evitare di sporcarsi le mani?

Mercoledì, 28 Febbraio 2018 00:00

“Sutor”. Legami e destinazione

Scritto da

Quando questa realtà parallela si manifesta, il rumore di sfregamento di una lima ha già sortito il suo effetto straniante, restituendoci un luogo che si confermerà operoso e contemplativo. Appena il buio si dissolve è proprio così che la scena principia: nel mondo della certosina ma schietta lavorazione creativa.

Lunedì, 26 Febbraio 2018 00:00

“Battlefield”, una vittoria che sa di sconfitta

Scritto da

“Questa guerra − chiede il giovane − avverrà su un campo di battaglia o nel mio cuore? Krishna gli risponde: non vedo alcuna differenza”.
Partiamo da queste battute della pièce per avere la cifra di ciò di cui tratteremo nei prossimi righi.
Prima però torniamo indietro.
Festival di Avignone 1985: Peter Brook inscena il Mahābhārata, uno spettacolo della durata di nove ore che segna così un momento di svolta nella storia mondiale del teatro.
Napoli 2018: al teatro Bellini fino al 25 febbraio torna in scena il regista londinese alla veneranda età di novantadue anni per proporre una nuova versione di quello spettacolo che si presenta in una veste decisamente abbreviata – la durata complessiva è di appena settanta minuti − e in una chiava di lettura estremamente universale e trasversale, nonché con un titolo differente: Battlefield, ovvero campo di battaglia.

Venerdì, 23 Febbraio 2018 00:00

Chiaromonte, un quaderno e due attori

Scritto da

“Dobbiamo fidarci di noi stessi, smettere di abdicare
al nostro sguardo per guardare soltanto quello che
tutti guardano, questa dubbia eucarestia a cui volta
per volta diamo nomi diversi: mainstream, società
globale, mercato. I numeri del teatro sono esigui?
Pazienza, sono almeno certi: disegnano la concretezza
di un incontro, la comunione di un'esperienza”
(Attilio Scarpellini)

 

“La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve”
(Massimo Troisi)

 

“Cosa abbiamo condiviso?”
(Peter Brook)

 

 

Nicola Chiaromonte quasi ogni sera andava a teatro, alternando le grandi sale – nelle quali assisteva alle produzioni di quelli che oggi definiamo addirittura Teatri Nazionali – ai piccoli luoghi, “i teatrini e stambugi”, così li chiamava, dove gruppi di artisti “cercano di mettere su degli spettacoli non convenzionali” stando a un metro dalla prima fila della platea: ne puoi sentire “il fermento”, diceva Chiaromonte, ne puoi sentire la voglia e il respiro, l'imperfezione inevitabile delle scelte, la forza (quasi sempre non necessaria) dei gesti, il valore che ha uno sguardo e la voce – che qui è ancora pura, nuda – e ne puoi sentire i silenzi, i vuoti, la fragilità e la verità, ben oltre ogni realismo.

Sabato, 24 Febbraio 2018 00:00

Un sipario, una cornice, un mondo

Scritto da

A sorpresa, entrando nella sala della Galleria Toledo, un sipario chiuso. Ultimamente le messe in scena, nella maggior parte dei casi, ne fanno a meno proiettando subito lo spettatore al centro della storia, attore ignaro, silenzioso partecipante. Il sipario scuro, qui, ne Le braci di Laura Angiulli tratto dal romanzo omonimo di Sándor Márai, con l’adattamento di Fulvio Calise, è il diaframma vellutato che solo in apparenza chiude lo spazio platea/palco perché crea quel momento breve di distacco, è il lungo respiro che riempie i polmoni che precede una immersione in un mondo lontano ma non lontanissimo, un mondo proiezione e introiezione di se stessi.

Giovedì, 22 Febbraio 2018 00:00

La delicatezza di un'anima di gommapiuma

Scritto da

Ho aspettato Il fiore azzurro per svariati mesi, da quando nel maggio scorso vinse la sezione verde di In-box e i riscontri che ne raccoglievo lasciavano intendere trattarsi di uno spettacolo che meritasse di essere visto. A lungo inseguito, finalmente completo la mia rincorsa incrociandolo a Monopoli, Auditorium Bianco Manghisi, una domenica di gennaio. E tanta attesa ebbe dovuta ricompensa, perché Il fiore azzurro di Daria Paoletta (e di Tzigo, il pupazzo che con lei è in scena) è visione che piace e diverte, strabilia e incanta, fino a conquistarti col suo connubio di tenera leggerezza e profonda densità di senso; materia plastica che nelle mani sapienti dell’attrice viene plasmata, questa favola zigana che la Paoletta riscrive, compone con levità e intensità il suo racconto.

Martedì, 20 Febbraio 2018 00:00

CReSCo: L'impresa eccezionale è essere normali

Scritto da

Come altre testate giornalistiche Il Pickwick riceve e pubblica il comunicato di CReSCo (Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea) relativo alla diminuzione del FUS ed è a disposizione per la condivisione di documenti analoghi da parte di altre realtà di rappresentanza dei lavoratori dello spettacolo.

 
Una breve nota, tuttavia, nella condivisione.
 
Il Pickwick sottolinea quanto sia importante la battaglia per il rispetto di parametri economici minimi che diano dignità alla materialità e all'immaterialità del lavoro artistico e quanto sia anche significativo che i tagli del FUS operati al momento (e in attesa di risorse integrative) riguardino gli under 35 (ovvero i soggetti più giovani) e le residenze, cioè quei luoghi di pensiero, di prova, di tempo lento, nei quali è ancora possibile l'errore formativo, l'incertezza compositiva: aspetti fondamentali per la creazione artistica e in controtendenza rispetto all'esercitata iperproduttività ministeriale del fare molto, anche male, per certificare l'impiego del denaro pubblico con la quantità dei titoli in cartellone.
Occorre che il FUS abbia dunque una dotazione maggiore, certo. Ed occorre che l'investimento italiano in cultura si allinei agli standard europei.
E tuttavia.
C'è una battaglia ulteriore da compiere, se volete ancora più alta e difficile, che riguarda non solo "quanti" soldi si possono spendere ma "come" questi soldi vengono spesi. Perché fin quando gli Stabili continueranno ad allestire le proprie stagioni basandosi (non solo ma) soprattutto sullo scambio degli spettacoli (magari firmate dal proprio Direttore), fin quando certi Festival saranno finalizzati solo alla produzione di consenso politico momentaneo, fin quando i Circuiti Regionali insisteranno a non assolvere alle proprie funzioni e a non rispettare le finalità dichiarate nei propri Statuti non ci sarà (eventuale) aumento del FUS che basti, da solo, a migliorare le condizioni di salute del sistema teatrale italiano che invece ha bisogno che al suo centro torni ad esserci il palcoscenico e chi vi lavora e necessita della definizione − nel rispetto delle diversità politiche e poetiche dei soggetti interessati − di una filiera creativa integrata, dotata di una visione comune, che sia seriamente sostenuta negli sforzi che compie, costantemente monitorata nei passaggi intermedi, e rigorosamente valutata negli esiti finali.
Il Pickwick
 

 


DOPO IL RIPARTO DEL FUS: IL SISTEMA DELLO SPETTACOLO DAL VIVO E LA CONFUSIONE

Giovedì, 15 Febbraio 2018 00:00

L'adolescenza salverà il mondo

Scritto da

Arriva in periodo di campagna elettorale, spunta come un improvviso fiore su un marciapiede in una sequenza quotidiana di brutture vissute nel mondo, ascoltate alla radio o in tv, inserite nei discorsi di chi vorrebbe guidare il Paese. Mette l’individuo e la storia personale lì dove si parla di numeri, statistiche e percentuali. È un fiore da curare, un fiore a cui bisogna dare la linfa della nostra attenzione, del nostro silenzio. Perché in un periodo di tante parole inutili esso emana il profumo di un qualcosa che potrebbe salvarci, tirarci fuori dalle acque contaminate dall’odio.

Quando nel 2015 al Covent Garden di Londra andò in scena la prima del Guillaume Tell di Damiano Michieletto il pubblico reagì molto male a una scena di stupro collettivo su una donna, da parte dell’esercito, al culmine del terzo atto. Questa scena sostituiva l’imposizione di Gesler, capo dell’esercito, sul popolo svizzero di inginocchiarsi davanti al suo cappello per il centenario della dominazione austriaca; atto che faceva sorgere il senso di rivalsa e dava il via alla ribellione svizzera di cui capofila era Guillaume, l’eroe sovversivo che non si era inchinato.

Pagina 2 di 82

Sostieni


Facebook