“Scegliere modi di non agire è sempre stata l'attenzione e lo scrupolo della mia vita”.

Fernando Pessoa

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Domenica, 12 Febbraio 2017 00:00

Sulla punta di un naso turchino

Scritto da

Nasce dal dolore, Pinocchio, come tutti gli altri bambini. “Vuoi proprio venire al mondo?” chiede la fata “cercheranno disperatamente di ucciderti, nel fuoco, nell’acqua, impiccandoti”. È una scommessa antica: volerci al mondo nonostante la consapevolezza che, ad ogni passo, la morte cercherà di mettere i bastoni tra le ruote anche alla vita più ruggente. Sulla linea sottile che separa la vita e la morte, Pinocchio nasce sotto il segno del dolore e nel dolore tenterà di articolare una possibilità d’esistenza.

Sabato, 11 Febbraio 2017 00:00

Illusioni ottiche

Scritto da

In un raffinato gioco di specchi e rimandi Mirko Di Martino propone tre brevi atti unici, della durata di circa venti minuti ciascuno in cui due attori, un uomo e una donna, danno vita alle illusioni e alle nevrosi di sei personaggi in altrettante situazioni narrative minimali, in cui si viene immessi in medias res, in cui ciò che si vede non corrisponde a ciò che è, proprio come le illusioni cognitivo-geometriche, in cui l’occhio vede qualcosa che non c’è o lo percepisce in maniera differente da com’è in realtà a seconda della prospettiva da cui si guarda.

Venerdì, 10 Febbraio 2017 00:00

Occhi aperti al buio

Scritto da

Ho sempre pensato che la prima volta avrei voluto fare l’amore al buio. Invece è successo di giorno e, sul momento, chiudere le veneziane avrebbe rovinato l’atmosfera. È andata bene anche senza buio, forse meglio, era bello vederci. Fatto sta che pensare di fare l’amore al buio, prima di sapere esattamente di cosa si trattasse, mi dava uno strano senso di libertà. Non ci si vergogna di niente se nessuno ci può vedere. Il buio fa sentire liberi.

Giovedì, 09 Febbraio 2017 00:00

Dell'Amleto di Iodice, del malessere di Napoli

Scritto da

Per Jan Kott mettere in scena l'Amleto, nella sua integrità, è impossibile. Non è tanto una questione di durata, sei ore circa, quanto d'ampiezza di significati – di vastità dell'opera. Capita perciò non solo che si debba tagliare, scorciare, eliminare scene o battute, luoghi o personaggi, ma – ancora di più – che un regista o un interprete debba accontentarsi di rappresentare, nel perimetro limitato di questo palcoscenico, “uno soltanto degli Amleti” contenuti nell'Amleto. Sia chiaro: sarà sempre e comunque più povero e modesto di quello shakespeariano – lo sbircio dato a un panorama troppo vasto per essere contenuto da un qualsiasi sguardo umano – ma può essere almeno, ci avverte Kott fiducioso, “un Amleto arricchito della nostra contemporaneità” e se ciò è possibile è perché si tratta di un testo che non puoi limitarti a rappresentare, aderendogli come il volto aderisce ad una maschera, ma t'impone una riflessione epidermica e della coscienza, una messa in gioco di te stesso fisica e morale, una partecipazione maggiore di quella imposta da qualsiasi altra drammaturgia che appartiene al grande canone del Teatro.

Lunedì, 06 Febbraio 2017 00:00

Il testamento di un artista drammatico

Scritto da

“Qui facciamo teatro, qui non siamo noi stessi!”
(Thomas Bernhard)

 

Minetti, “Ritratto di un artista da vecchio”, è l'atto d'accusa di un artista indignato, una resa dei conti filosofica e un'arma a lunga gittata idonea a colpire una moltitudine di bersagli; Minetti è l'ultima maschera dell'attore, tenuta in serbo per l'ultimo spettacolo, ed è la più terrificante che sia mai stata fatta.
In quest'opera Thomas Bernhard, con la coerenza di un cecchino ossessionato dalle sue vittime, poggia il suo sguardo greve sul teatro e il suo pubblico, sineddoche di una società condannata all'eterna ottusità. È al teatro, infatti, che spetta rappresentare il mondo con le sue intrinseche menzogne, è, quindi, al teatro che spetta mostrare “la più reale delle realtà” attraverso l'arte e l'artificiosità.

Domenica, 05 Febbraio 2017 00:00

Marco Baliani e Lella Costa ci dicono del profugo

Scritto da

HUMAN in maiuscolo afferma il concetto di umanità: “Umano è il corpo nella sua integrità fisica e psichica, nella sua individualità” (note artistiche). Ma sbarrato da una linea nera, proprio al centro, nega la validità dello stesso concetto. In che mondo lo nega? Nel mondo civilizzato che ci hanno costruito intorno, o meglio, che noi abbiamo costruito per noi stessi, che abbiamo strutturato rigido, inflessibile, serio. Noi che abbiamo sognato la libertà e l’uguaglianza come diritti universalmente condivisi, noi che abbiamo adottato un linguaggio comunitario per rendere eterni quei diritti, siamo costretti a usare parole come carità e umano con quel certo imbarazzo che ci sorge dalla scoperta della loro fallibilità.

Sabato, 04 Febbraio 2017 00:00

Musica e voce per un viaggio con Céline

Scritto da

Il Teatro Bellini, all’interno della rassegna Synth, concedendo finalmente un po’ di fiato alla compagnia in scena, dà spazio alla sperimentazione, teatrale e specificamente musicale, portando sul panorama napoletano un concerto/lettura del Voyage au bout de la nuit di Louis Ferdinand Céline, frutto della collaborazione tra il musicista Teho Teardo e l’attore Elio Germano, risalente già al 2012.

Mercoledì, 01 Febbraio 2017 00:00

Un delirio pirandelliano

Scritto da

Il Camelot
“Non sono nato a Messina. La prima volta che ho sentito parlare dell'(ex) ospedale psichiatrico Mandalari è stato a causa dell'Opera dei pupi. Stavo aiutando Venerando Gargano, l'ultimo puparo della città, a registrare un cunto in cui ripercorreva il curriculum centenario della sua famiglia e venni a sapere che Rosario, suo padre, proprio nel periodo di massima indifferenza della città verso i suoi gloriosi paladini, fece laboratori ai pacci di Mandalari” – ai pazzi del Mandalari.

Giovedì, 02 Febbraio 2017 00:00

Amore, matrimonio, morte

Scritto da

“Finalmente qualcosa di nuovo”, viene da dire andando a vedere Il lavoro di vivere al Teatro Nuovo: essenzialmente perché il testo è stato scritto da un autore israeliano, Hanoch Levin, considerato il maggior drammaturgo del suo Paese e conosciuto in Francia e negli Stati Uniti ma che, in Italia, circolava solo nelle rappresentazioni della comunità ebraica romana, in qualche sala minore, mentre giaceva ignorato dal teatro ufficiale, dedito alla replicabilità del proprio repertorio classico. La direttrice del teatro Franco Parenti di Milano, Andrée Ruth Shammah, ha tradotto il testo insieme a Claudia Della Seta e sotto la sua regia Carlo Cecchi lo ha proposto in un questa prima uscita nazionale. Carlo Cecchi ricostruisce questi passaggi nell’intervista rilasciata al Il Mattino a Luciano Giannini, ricordando anche che il titolo originario − Il mestiere di vivere − ricordava troppo Cesare Pavese; quindi la scelta di utilizzare un sinonimo per evidenziare l’assoluta novità di questo autore. 

Martedì, 31 Gennaio 2017 00:00

"The Pride", orgoglio senza pregiudizio

Scritto da

Zingaretti si concede la prima regia di una pièce teatrale, The Pride, particolare per la trattazione “bi-temporale”, rilevante per il tema. Il plot si articola su due piani, uno contemporaneo, l’altro sito a metà del secolo scorso; entrambe le storie si svolgono a Londra e in entrambe i protagonisti sono tre: due uomini, una donna, ed hanno in entrambe gli stessi nomi.
La distanza cronologica e il differente periodo storico e culturale non sono gli unici elementi che sembrano porre agli antipodi le due storie: i rapporti dati, di partenza, e le modalità di vita scelte, professate e praticate sono molto diversi. Eppure, qualcosa unisce profondamente le due storie: l’omosessualità dei due protagonisti maschili.

Venerdì, 03 Febbraio 2017 00:00

Spettralità eteree

Scritto da

L’ultima volta che eravamo stati in cospetto del sovrano di Scozia e della sua sanguinosa storia la sua corte, i suoi spettri e le sue streghe erano apparsi in una messinscena d’impianto tradizionale e sostanzialmente filologico. Questa volta invece ci troviamo davanti ad un Macbeth che non solo cambia scena ed anche nome, ma ad una riduzione che provando ad esplorarne alcune pieghe di senso, si stacca dall’opera di partenza per provare ad intraprendere un percorso autonomo.

Domenica, 29 Gennaio 2017 00:00

Se ne va. Tutto come sempre

Scritto da

Delicate e malinconiche note di pianoforte echeggiano nella sala ancora buia, mentre la luce filtra sotto l’orlo del sipario che si apre su un interno elegante, col pavimento di legno. Le pareti sono celeste polvere, con modanature di legno e delicate decorazioni geometriche bianche. Quel quadrato di parquet individua lo spazio scenico, lo delimita, rappresenta la traccia delle pareti invisibili che racchiudono la scatola, il microcosmo del dramma.

Sabato, 28 Gennaio 2017 00:00

Di spiriti antichi e disastri moderni

Scritto da

Per la rassegna Il Teatro cerca Casa, formula vincente che da alcuni anni vede gli appassionati del teatro recarsi nei salotti privati ad assistere a interessanti performance, nell’abitazione del drammaturgo Manlio Santanelli è andato in scena per la prima volta in questo ambiente Enzo Moscato con la lettura drammatizzata di un suo scritto Spiritilli e altri incontri, seguito da un dibattito sul teatro che ha regalato a tutti i presenti, tra cui alcuni alunni delle scuole di recitazione napoletane, dei momenti di autentico e vibrante coinvolgimento.

Venerdì, 27 Gennaio 2017 00:00

Dell'attore di Jouvet; dell'Elvira di Servillo

Scritto da

Per un elogio del disordine
Ogni pensiero, ogni frase, ogni parola, ogni lacerto teorico – ogni lezione – con Jouvet assume la dimensione concreta, artigianale ed umana, del teatro allestito in teatro. Qui, sul palco, tra quinte scure, con qualche piazzato o qualche faro verticale a fare luce, nell'aria l'eco del rumore di un passo – un tacco ha appena battuto sul legno – mentre sulle poltrone della platea giacciono le borse, i cappelli, le sciarpe e i cappotti degli attori.

Giovedì, 26 Gennaio 2017 00:00

La geometria della sterilità sentimentale

Scritto da

Due grosse scatole di cartone da imballaggio per i traslochi messe al centro della scena e una luce aranciata che proviene da una lampada tonda che pende dall’alto. Questa è tutta la scenografia dello spettacolo Il catalogo, scritto e diretto da Angela Di Maso, già rappresentato in precedenza e ora in scena a Sala Ichòs.

Pagina 5 di 74

Sostieni


Facebook