“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 05 Maggio 2022 00:00

Un silenzio smisuratamente chiassoso

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Nel teatro ottocentesco, quello che va da Molière a Dumas figlio, il termometro morale di tutti gli accadimenti nella storia che si sviluppava sul palcoscenico era un personaggio denominato raisonneur.
Il silenzio grande, romanzo teatrale di Maurizio De Giovanni diventata sia film che spettacolo teatrale in entrambi i casi con la regia di Alessandro Gassmann, ha allora una figura assimilabile al raisonneur nella governante (Paola Senatore, in scena): donna pragmatica, dai modi spicci, anima della casa nella quale lavora da venti, trenta, quarant’anni.

La casa è quella della famiglia Primic, famiglia borghese partenopea che viveva nel lusso portato dalla fama e dai romanzi del padre, Valerio (Massimiliano Gallo): lo studio, ricostruito in scena, è pieno di libri nel primo atto, stracolmo, con un vogatore al centro e un luminoso balcone sullo sfondo.
Me è insieme pieno di polvere, di ricordi, di vecchie storie e vecchi rancori inespressi che soffocano la vita dentro quelle quattro mura: soffocano il respiro dei componenti della famiglia oltre a Valerio, ovvero sua moglie (Rosa, interpretata da Stefania Rocca, sostituita nella replica a Lamezia Terme da Gaia Benassi), la figlia (Pina Jarmanà) e il figlio (Jacopo Sorbini).
La scrittura di De Giovanni è come sempre ottima: perché la sua cifra stilistica costruisce i personaggi su misura, discrezione, dolcezza e attenzione per le emozioni. Ugualmente di alto livello l’espressività di Massimiliano Gallo, interprete raffinato e capace di sottigliezze impercettibili che sanno però dare spessore al personaggio anche nel retrogusto – un’efficacia che si lega anche a parte della personalità di Gassmann regista, perché l’essere entrambi figli d’arte inevitabilmente porta a sovrapporre privato e pubblico, arte e vita, in un intricato labirinto emotivo che sicuramente riaffiora tra le righe delle rivendicazioni dei personaggi, nella storia. Certo, il rapporto padre-figlio è uno dei segmenti centrali: che però si ingarbuglia piacevolmente con le altre tracce narrative, sempre alla ricerca della elaborazione della costruzione dei legami famigliari.
Per una costruzione drammaturgica accurata e preziosa, elaborata e di gusto, intelligente e mai sopra le righe, il problema sta però nella messa in scena: partendo proprio da Gassmann, che in ogni suo film cinematografico, partendo da Razzabastarda, ha modo di affilare le armi e mostrare buone qualità nell’ordito generale, salvo poi perdersi nella smania − tipica di chi non ha eccessiva esperienza dietro la macchina da presa − di raccontare tanto, troppo e di più. E se sul grande schermo questa bulimia narrativa si è parzialmente risolta, proprio tra Il premio (del 2017) e Il silenzio grande (2021), a teatro rimane e diventa mancanza di misura nell’esporre i personaggi e i propri percorsi interiori.
Perché il problema principale della pièce viene fuori quasi dall’inizio. La storia mostra Valerio che, mentre la famiglia vive una crisi economica, si vede colpito dagli strali dei familiari più stretti che gli vomitano addosso recriminazioni, rancori, frustrazioni, pensieri nascosti e rabbie rimosse: dal figlio che gli rivela di essere omosessuale alla figlia che teneva nascosta la sua gravidanza, incinta di un collega settantenne del padre, fino alla moglie, la quale sostiene che il marito ha sempre preferito la carriera a loro, perdendosi in silenzi grandi.
“Tanti piccoli silenzi danno vita ad un silenzio grande”, dice proprio la governante. Ma di silenzi non sembra esserci ombra nei dialoghi fittissimi: madre, figlio e figlia entrano ed escono dallo studio del padre senza soluzione di continuità, urlando le loro problematiche personali senza nessun preambolo, senza nessun sentiero emotivo e psicologico che giustifichi in parte quanto vediamo. Semplicemente, di punto in bianco, Valerio Primic assiste ad una passerella di personaggi che entrano ed escono dal palcoscenico restando giusto il tempo di vomitare i loro dolori. Oltretutto, in un mosaico dei sentimenti contraddittorio e mai chiaro: il risultato è un saliscendi che fin da subito respinge l’immedesimazione, come se fosse necessario andare subito al sodo e mettere in chiaro cosa affligge i personaggi.
Le metafore, le belle prove del protagonista e del regista, non riescono a reggere il ritmo di una storia che mai esce dal perimetro del dramma ombelicale, tentando la via del conflitto: sulle due ore (eccessive) di racconto, i siparietti con Gallo e la Senatore sono la cosa migliore, sul filo di un umorismo napoletano che guarda da vicino lo stile di Pupella Maggio, cadenzando le battute in modo mai marcato e ricreando una spontaneità vernacolare che colora i personaggi di vera umanità.
Tolte queste intuizioni, Il silenzio grande si perde nel rincorrere una tesi sbandierata già nel titolo, sacrificando una leggerezza che avrebbe giovato al respiro: e se allora Dumas con le sue piéce a thése faceva i conti con la società del tempo, Gassmann sembra circoscrivere la sua riflessione morale alle dinamiche che riguardano un prototipo di famiglia medioborghese. Con tutti i limiti del caso.





Il silenzio grande
tratto da una commedia di
Maurizio De Giovanni
regia
Alessandro Gassmann
con
Stefania Rocca (Gaia Benassi), Monica Nappo, Paola Senatore, Pina Giarmanà, Jacopo Sorbini
regista assistente Emanuele Maria Basso
scene Gianluca Amodio
costumi Mariano Tufano
light designer Marco Palmieri
suono Paolo Cillerai
elaborazioni video Marco Schiavoni
musiche originali Pivio & Aldo De Scalzi
foto di scena Manuela Giusto
produzione Diana OR.I.s.
lingua italiano
durata 2h
Lamezia Terme (CZ), Teatro Grandinetti, 29 aprile 2022
in scena 29 aprile 2022 (data unica)

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