“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 11 Novembre 2021 00:00

Parla (ancora) Bellavista

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’A libertà, ‘a libertà: pur’ ’o pappagall’ l’ha dda pruvà: un “pensiero poetico” che parte da una constatazione ovvia, si traduce in una proposizione inutilmente rimata, e appassiona per la sana grossolaneria con cui viene pronunciata, come se fosse un trionfo del pensiero.

Così parlò Bellavista è stato prima un romanzo di straordinario successo – venticinquemila copie vendute – poi un film che ha celebrato la bravura del suo autore, Luciano De Crescenzo, anche in sala; e adesso è uno spettacolo adattato e prodotto da Geppy Gleijeses (il quale, per un curioso cortocircuito, nel film interpretava il fidanzato della figlia del protagonista, qui con il volto di Gregorio Maria Paola).
Un’operazione probabilmente non necessaria, ma che diventa intrinsecamente interessante nel momento in cui il racconto nato quasi quarant’anni fa si dimostra ancora vivo e affascinante, capace di coinvolgere il pubblico con intatta freschezza; e che profeticamente aveva nel titolo un passato remoto che diventa chiave di lettura e metafora sempre aggiornata.
De Crescenzo, personaggio vulcanico e artisticamente poliedrico, descrisse Napoli e la napoletanità in modo così completo e lucido nella sua complessità, da diventare parte integrante del tessuto culturale partenopeo in un cortocircuito affascinante ieri come oggi. Il suo essere sia ingegnere che filosofo probabilmente era sostrato necessario alla sua straordinaria vitalità ma soprattutto della precisione millimetrica con cui ha saputo descrivere i napoletani e quel senso gioioso della vita che declinava la tragedia in chiave metafisica.
Si accennava sopra al verbo parlò: che sembra suggerire un racconto del passato e che invece restituisce un racconto sul passato che è base e radice del presente.
La Napoli di fine anni Settanta non può essere quella di oggi: eppure a sentire gli aneddoti sparsi nel testo appare chiaro come quell’affresco corale non sia né seccato né appassito nel momento in cui mostra ancora oggi tracce di stupefacente verità.
Gleijeses non fa però un adattamento, bensì una vera e propria trasposizione: perché porta sul palcoscenico pezzi interi del film riprodotti con fedeltà quasi calligrafica, arrivando addirittura a riprodurre la parlata di alcuni personaggi.
L’unico adattamento è infatti quello operato sullo spazio scenico: dove però anche la scenografia riproduce la facciata del grande palazzo di via Foria nel quale furono girate molte scene del film.
Il resto sono siparietti dislocati sul palco con una piccola e gradevole digressione meta (la sequenza del cavalluccio rosso si sposta dal mercato all’aperto nella platea, tra gli spettatori) e diversificati con l’uso delle luci, con un ovvio taglio di alcune sequenze. Diventa in questo tratto più evidente la difficoltà – e la conseguente strozzatura drammaturgica – di riportare i tratti essenziali di un racconto che era strettamente legato ai colori, ai rumori e ai volti di un territorio, e che qui si traduce invece con la necessità di contenere spazi, tempi e personaggi nell’ambito della struttura fisica teatrale.
La numerosa compagnia torna a dare voce alle consuetudini, a vizi e virtù, ai tic dei napoletani che con il tempo sono diventati un fare comune; quello che viene fuori è uno spettacolo forse fin troppo lungo in alcune parti (la lezione di filosofia che il professore tiene ai portieri occupa uno spazio eccessivo, che dilata il ritmo della pièce) e che regala un’allegria bozzettistica e spensierata, mai frivola, che tocca con l’intelligenza del suo autore originale temi importanti con insostenibile leggerezza. C’è il Divenire di Eraclito, la Virtù secondo Socrate, il Mondo delle Idee di Platone, Sant’Agostino, ma anche la camorra, la difficoltà della disoccupazione, la tradizione familiare e il difficile incontro/scontro generazionale. Il merito di Gleijeses emerge allora solo quando attualizza impercettibilmente la visita dell’esattore del pizzo, che riprende un’integrità morale ormai superata dall’attualità più disastrosa: e che dà la possibilità al regista di raccontare una Napoli autonoma rispetto a quella eduardiana.
Le scenette sono però fluide e ovviamente impregnate del pensiero di De Crescenzo, conservandone la freschezza ironica e la voglia socratica di portare avanti e quindi affrontare la quotidianità con un ragionamento che non è mai fredda logica ma una visione dell’esistenza profonda e consapevole. Bravi tutti, ma è merito solo del testo originario se quel passato di cui sopra è ancora presente: perché qui parla (ancora) Bellavista.





Così parlò Bellavista
dal film e dal romanzo di
Luciano De Crescenzo
adattamento  teatrale e regia Geppy Gleijeses
con Geppy Gleijeses, Marisa Laurito, Benedetto Casillo, Nunzia Schiano, Salvatore Misticone, Vittorio Ciorcalo, Patrizia Capuano, Gianluca Ferrato, Elisabetta Mirra, Gregorio De Paola, Agostino Pannone, Gino De Luca, Ester Gatta, Brunella De Feudis
scene Roberto Crea
costumi Gabriella Campagna
luci Gigi Ascione
musiche Claudio Mattone
foto di scena Federico Losito
produzione Gitiesse Artisti Riuniti, Best Live
lingua italiano, napoletano
durata 2h
Lamezia Terme (CZ), Teatro Comunale Grandinetti, 4 novembre 2021
in scena 4 novembre 2021 (data unica)

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