”In coscienza, Kàtja, non lo so.“

Anton Pavlovič Čechov

Sara Scamardella

Un gioco di Shakespeare

Il mare in tempesta travolge la nave. L’acqua sbatte furiosa contro lo scafo, lo sovrasta, lo spezza in due tronconi.  Due giovani fratelli gemelli, maschio e femmina, sono buttati tra le onde dalla potente natura. Separati nella vastità di quel mare, lei raggiunge la terraferma, lui sopravvivrà altri tre mesi navigando, recuperato da un’altra barca.

Danza su parole

Un palazzo di ferro e di vetro occupa quasi l’intero palco. La grande novità architettonica del secolo scorso: palazzi di ferro e vetro, come serre che custodiscono giardini, come gabbie per uccelli, palazzi che ingabbiano esseri umani. Ma belli, tanto belli da diventare uno dei simboli della Belle Epoque. Età dello splendore, dell’energia produttiva, del lavoro e del divertimento, età della giovinezza.

Partita con Dio

Come una palla da tennis che percorra l’aria a grande velocità verso di noi, gli eventi della vita spesso, senza neanche darci il tempo di rendercene conto, ci chiedono una risposta, la giusta reazione per rispedire la palla dall’altra parte della rete. Mettere il corpo, la mente, lo spirito nella giusta posizione ed essere provvisti dell’energia adeguata per poter rispondere nel modo migliore è indispensabile. Ma abbiamo nel nostro equipaggiamento tutto quello che serve per affrontare questi siluri improvvisi? E se chi tira verso di noi quei colpi forti come missili fosse un onnipotente dio, servirebbe davvero provare a reagire?

Non è stato nessuno

Esistono mondi nei mondi, città nelle città. Regni chiusi da cancelli e alti muri, dove la città libera si interrompe improvvisamente per riprendere a vivere oltre il muro opposto. Sfidando le leggi anche del tempo, le città dei reclusi lasciano entrare ed uscire persone, abitanti delle nostre città. Qualunque sia il ruolo che indossi ogni persona, ogni volta che attraversa il muro, subito comprende che ciò che valeva fuori dentro non vale: la quotidianità è differente, le relazioni umane sfalsate, le leggi facilmente aggirabili, lo Stato non è più Stato.

L'adolescenza salverà il mondo

Arriva in periodo di campagna elettorale, spunta come un improvviso fiore su un marciapiede in una sequenza quotidiana di brutture vissute nel mondo, ascoltate alla radio o in tv, inserite nei discorsi di chi vorrebbe guidare il Paese. Mette l’individuo e la storia personale lì dove si parla di numeri, statistiche e percentuali. È un fiore da curare, un fiore a cui bisogna dare la linfa della nostra attenzione, del nostro silenzio. Perché in un periodo di tante parole inutili esso emana il profumo di un qualcosa che potrebbe salvarci, tirarci fuori dalle acque contaminate dall’odio.

Da dove arrivano i bambini

Su una strada che porta al mare, i pullman accompagnano i bambini a teatro. Sono tanti i piccolini, coi grembiuli a quadretti rosa e azzurri, sistemati in file ordinate. Arrivano dalle scuole dei dintorni con il fragore delle loro voci squillanti. Eccezion fatta per qualche maestra che li accompagna, il teatro di Policoro è tutto un brulicare di bambini. Dalle poltroncine non spunta fuori una testa, si direbbe una platea vuota a guardarla dall’ultima fila, e invece essa è piena di immagini, sogni, fantasie che solo i bimbi dell’età della scuola dell’infanzia sanno creare. Non c’è posto migliore del teatro per portare in gita tutte queste cose. Lo sa bene Tib Teatro che ha costruito uno spettacolo per ragazzi ricco di stimoli, di domande e di risposte.

Quel posto in cui tutto è possibile

Sulla superficie affatto liscia della terra, tra sporgenze di roccia, foglie o cemento, c’è una piccola escrescenza che spunta oggi qui, domani lì e che ho trovato con piacevole sorpresa nel cortile di un teatro. È un ricovero dal mondo, un luogo in cui cercare ospitalità quando tutto ciò che circonda l’uomo nel suo quotidiano diventa scialbo e stancante, un luogo per rifarsi l’anima. Lì la logica comune è messa al bando. Chi vuole può lasciare fuori chi crede di essere, mettere via la propria identità con tutti i documenti ed essere solo occhi che vedono, orecchie che ascoltano, cuore che batte, mente che immagina e può lasciarsi trasportare via, senza timore, da questa superficie affatto liscia della terra. È un luogo di stoffa e di carne, è un posto oltre il mondo dove tutto è possibile, è un circo, il circo contemporaneo El Grito.

Occhiali

Alcune cose non sono visibili ad occhio nudo, esso deve vestirsi della lente dell’immaginazione per riuscire a vedere al di là delle presenze fisiche, concrete, che occupano tutto lo spazio davanti nascondendo ciò che c’è oltre. Alcune cose non sono visibili all’occhio umano quando esso si schermisce dietro la lente dell’indifferenza che fa percepire alcune cose e ne nasconde altre. Così l’occhio vede strade e stazioni affollate, cattura il continuo viavai di uomini e macchine ma assimila i corpi immobili di coloro che abitano la strada ai muri o ai marciapiedi. Ne fa presenze invisibili.

Amore è pazzia

“Sei pazza!”, “Ma sei impazzito?”, “Tu sei pazzo.”, “È impazzita.”, “Sei impazzita!” E poi amore, amore, amore, amore. Quanto più se ne ha, per tenere tutto insieme, per legare i pezzi di uno spettacolo vario, quanto può essere vario un sentimento. Forse la domanda su cosa sia l’amore, nell’arco di un’esistenza, se la sono posta tutti almeno una volta.
Al Teatro Nuovo, attraverso le parole di Joël Pommerat,  Alfonso Postiglione ci dà la sua risposta e  dice che, sotto qualsiasi forma esso si presenti, l’amore è pazzia.

La luce calda del desiderio

Fuori è un freddo di fine autunno, un freddo da tremare, da fermarsi al bar del teatro per mangiare cioccolata con le noci. I tappeti, i rivestimenti interni, il legno, l’oro, i piccoli palchi, tutto ci riporta al desiderato caldo. Il freddo l’abbiamo lasciato alle spalle, dietro i vetri dell'ingresso. Lo ritroviamo solo a sipario ormai aperto, quando Blanche DuBois, in un giorno estivo, scende dal tram ai Campi Elisi di New Orleans, in cerca di sua sorella Stella. La scena è in penombra, la voce di Blanche tremante.

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