“Dico sul serio. Riconosco il talento quando lo vedo, anche se a me manca. Quando recitavamo a Praga nel 1911 e nessuno aveva mai sentito parlare di Kafka, lui venne dietro le quinte e appena lo vidi capii che mi trovavo in presenza di un genio. Ne sentivo l’odore, proprio come un gatto sente l’odore del topo. Così è cominciata la nostra grande amicizia”.

Isaac Bashevis Singer (su Franz Kafka)

Sara Scamardella

In casa Prozorov

Giro, giro tondo. Forse la vita che stiamo vivendo è soltanto una prova, il terreno di allenamento per un’altra vita in cui partiremo da tutto quello che abbiamo imparato in questa. È un pensiero che dà le vertigini e fa girare la testa. Lo spettacolo gira e, così come inizia, finisce. Gira la poltrona di Irina spinta da tutte le sorelle. Girano anche quelle. Gira il Teatro Senza Fissa Dimora che arriva a Napoli e ci fa sedere tutti giù sui sedili del Ridotto del Mercadante. Il testo di Anton Čechov ha girato a lungo in centrifuga e come il nome del teatro ne è uscito ridotto: un solo atto, tre sole attrici, che interpretano le tre sorelle del titolo, Irina, Maša e Olga e i fantasmi degli altri personaggi.

In viaggio su una voce

Basta il ritmo della musica, la voce di Leyla e non siamo più dove credevamo di essere. Lo sfondo è un arazzo blu notte con mille pietre d’oro e d’argento. Partono da un lato con una decorazione sottile poi crescono, aumentano di numero e il disegno diventa più spesso, come il disegno che potrebbe fare il suono di una voce che parte da una piccola bocca e si sparge nello spazio. Davanti una struttura alta, sembra lo scheletro di una piramide con in cima il sole e sotto una montagna di sale. Il nord Africa è evocato da un uomo che suona un tamburo e canta e da un’anziana signora che apre la sua piccola bocca e ci regala la sua voce piena di vita trascorsa.

La vita è una partita a scacchi

 

 

Spettatori in Sala dei 500
Non c’è il sipario nella sala dei 500 del Museo Ferroviario di Pietrarsa, dove va in scena Il gioco dei re di Marco Scaccaluga. Il pubblico si accomoda in modo ordinato mentre lo sguardo è attirato da un telo nero che nasconde la scenografia. Sopra c’è disegnata una scacchiera con l’indicazione dell’ultima mossa eseguita dai giocatori, sotto una frase di Goethe: “Quanti dolori, ahimè, potremmo evitare, se solo potessimo ritirare le mosse sbagliate e giocare di nuovo”. Il tempo di leggere, di pensarci su, di porsi domande sulle regole del gioco ed ecco che lo spettacolo comincia.

Disabituati al futuro, siamo come i morti

È stato come assistere al continuo mutamento di un’opera d’arte. Una tela in cui i soggetti, la luce, le ombre, si spostano e cambiano di significato da un istante all’altro. Ogni cosa è studiata alla perfezione, ogni movimento anche piccolo ha una sua ragione d’essere ma sta a noi scoprire il perché della sua esistenza.

Nella trappola di Brook

Peter Brook è a Napoli. Noi siamo i primi ad assistere al suo nuovo spettacolo. Si tratta de Lo spopolatore, la messa in scena dal famoso racconto di Samuel Beckett. Il Napoli Teatro Festival Italia, ci permette anche questo: essere i primi spettatori di uno spettacolo di uno dei maestri del teatro contemporaneo.

Il doppio incanto della foresta

Siamo esseri umani cittadini. Siamo abituati a vedere gli alberi in un piccolo quadrato di terreno, intrappolati nel cemento di un marciapiede, così quando Le Nuvole ci invita a visitare la foresta di Cuma non possiamo che sgranare gli occhi, allargare le narici e catturare immagini, odori e sensazioni di quella passeggiata in un bosco in riva al mare. Accarezziamo le piante oleose e profumate, stiamo attenti alla pianta stracciabraghe e alle sue spine, tocchiamo le foglie spesse o pelose di altre, ammiriamo l’eucalipto, il pino e tutti gli alberi rimasti bassi per difendersi dalla salsedine. La guida ci spiega tante cose e non c’è differenza tra noi e i bambini. Ascoltiamo con attenzione e tutto ci incuriosisce.

"Sono così giovani! Che possono fare?"

Esiste un luogo, sospeso tra la terra e il cielo, in cui vanno coloro ai quali è stata spezzata con violenza la vita. È un luogo attaccato con un filo alla mente di chi resta sulla terra. Esiste perché si nutre delle nostre riflessioni, delle nostre emozioni nell’apprendere certe notizie, della nostra immaginazione, di tutto ciò che conosciamo delle persone uccise.

Cosa direbbe un bimbo sperduto?

Direi che eravamo proprio in tanti. Bambini che correvano ovunque all’ingresso dell’orto, che giocavano con l’acqua o col terreno. In programma lo spettacolo Con le ali di Peter. Ci ho pensato tanto alle ali di Peter e ho concluso che non le ha ma è come se le avesse avute. Peter correva dappertutto, saltava, faceva le capriole, saliva sugli alberi e si dondolava aggrappandosi ai rami. A che gli sarebbe servito avere anche le ali?

Basta ricordare

Applaudiamo ancora sorpresi dal finale. Gli attori sono così vicini, proprio ad un passo. Manlio Santanelli, che ha scritto la pièce, guadagna il centro della stanza mentre i protagonisti vanno a rinfrescarsi. Noi gli sediamo tutti di fronte, chi su un divano, chi su una sedia da cucina, chi su una pieghevole. Con l’umiltà di un maestro ci ringrazia e ci fa partecipi del suo mondo. Ci spiega che per scrivere una storia si parte sempre da un dato, nel caso di Disturbi di memoria, la piéce appena terminata, si tratta della rimpatriata tra amici del liceo.

Senza dubbio è una storia d'amore

“Hai avuto il volantino?”. Appena arrivati alla porta del Sancarluccio ci viene consegnato un foglio. Ci spiega che a Napoli c’è un unico luogo dedicato alla memoria di Maddalena Cerasuolo, detta Lenuccia. È il ponte che unisce Materdei a Capodimonte, prima chiamato semplicemente ponte della Sanità e dal 2011 con il nome della partigiana del Sud. Quel ponte è il palcoscenico sul quale, nel 1943, Lenuccia ha combattuto accanto al proprio padre e agli uomini e alle donne del quartiere per difendere Napoli dall’invasione tedesca durante quelle che sono ricordate come la quattro giornate di Napoli. Il palcoscenico del Sancarluccio, oggi restituisce voce a Maddalena.

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