“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Lunedì, 24 Giugno 2013 02:00

In viaggio su una voce

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Basta il ritmo della musica, la voce di Leyla e non siamo più dove credevamo di essere. Lo sfondo è un arazzo blu notte con mille pietre d’oro e d’argento. Partono da un lato con una decorazione sottile poi crescono, aumentano di numero e il disegno diventa più spesso, come il disegno che potrebbe fare il suono di una voce che parte da una piccola bocca e si sparge nello spazio. Davanti una struttura alta, sembra lo scheletro di una piramide con in cima il sole e sotto una montagna di sale. Il nord Africa è evocato da un uomo che suona un tamburo e canta e da un’anziana signora che apre la sua piccola bocca e ci regala la sua voce piena di vita trascorsa.

Nata sotto una pianta di datteri è lo spettacolo che porta sulla scena la storia di Leyla, matriarca di una tribù nordafricana, e di Yusdra, sua nipote, mandata da bambina a vivere lontana da casa, in un Occidente che non le appartiene. È una riflessione sulle proprie radici e su quanto sia importante non perdere mai il contatto con la propria terra. È un inno alla cultura e alla forza delle parole e dei libri. Le parole trasmettono le tradizioni, istruiscono, raccontano storie, formano gli esseri umani e i libri sono il mezzo attraverso il quale le parole possono essere trasmesse di generazione in generazione e da un capo all’altro del mondo. È un omaggio alla forza delle donne e al matriarcato.
Pamela Villoresi ci affascina fin dalla prima parola che pronuncia, dal primo gesto che accenna. Non ci fa mai dubitare di lei. È davvero Leyla, accecata dalla sabbia del deserto, con le tasche piene di datteri e il desiderio irrefrenabile di dirci tutto. Ci racconta una verità che ha tenuto nascosta per anni e noi non abbiamo occhi che per lei, per i suoi segreti, per la grande attrice che si è trasformata in una vecchia saggia di fronte a noi.
Lo spettacolo di Gigi Di Luca sembra costruito proprio per dare alla Villoresi tutto lo spazio che le serve per incantarci. La storia di Yusdra in Africa ce la racconta lei e la vita che la ragazzina si ritrova ad affrontare lontana da casa è solo accennata. Forse è proprio in questo che pecca la regia: il personaggio di Yusdra e gli interventi dell’uomo sembrano inseriti come intermezzi nel lungo monologo di Leyla. Per questo motivo non riusciamo ad affezionarci alla ragazza. Il suo sentirsi sradicata, i problemi legati all’integrazione o alla ricerca di un posto in cui sentirsi a casa sono affidati a poche frasi gridate con rabbia dalla giovane attrice Dalal Suleiman prima e dopo il viaggio che la riporta in Africa. Con un bell’effetto scenico, il viaggio di Yusdra avviene su un lettino trascinato dall’uomo da un lato all’altro della grande struttura centrale. Il resto del tempo è tutto per Leyla, narratrice e protagonista. Su un doppio livello, assistiamo al rapporto tra queste due donne che si muovono sulla scena. Il rapporto tra i due personaggi ma anche tra le due attrici sembra analogo. Tutta la passione che viene fuori dalla recitazione della giovane Dalal Suleiman, che sottolinea con enfasi ogni parola, si scontra con la naturalezza del tono di Pamela Villoresi, capace di portarci in Africa solo con un sorriso. Sembra proprio di trovarsi di fronte ad una maestra e alla sua allieva, alla matriarca e all’aspirante erede. Il paragone è crudele ma non per demerito della Suleiman.
Il testo è profondo e suggestivo. Lo spettacolo è tratto dal romanzo Yusdra e la città della sapienza di Daniela Morelli. Ogni cosa che ascoltiamo ci arricchisce e ci fa riflettere. “Che stoltezza misurare la vita con il tempo” ci dice Leyla e immaginiamo innumerevoli scale di misura più adeguate. Forse la matriarca avrebbe preferito contare le parole conosciute o i libri letti, le storie raccontate o ascoltate o rinunciare del tutto ai numeri. Finiamo col distrarci correndo dietro ai nostri pensieri. Forse quegli spunti di riflessione si addicono di più alla dimensione del libro. Possiamo sollevare lo sguardo, non seguire più le righe, perderci nelle nostre fantasie e poi ritornare, ricominciando proprio dal punto in cui eravamo rimasti. La distrazione a teatro ci fa perdere sempre qualcosa: i personaggi vanno avanti anche senza di noi. Gli stiamo dietro stavolta, però, e li recuperiamo in corsa. Giungiamo alla fine, applaudiamo e riguardiamo il fondale. L’arazzo di mille pietre d’oro e d’argento su un telo blu notte. Ma no, sono le luci del golfo di Napoli. Si recita all’aperto in riva al mare per il Napoli Teatro Festival Italia. È bastato il ritmo della musica e la voce di Leyla a trasformare il cielo e la città, a portarci lontano dalla nostra terra.

 

 

 

Napoli Teatro Festival
Nata sotto una pianta di datteri
liberamente tratto da Yusdra e la città della sapienza 
di Daniela Morelli
adattamento drammaturgico di Daniela Morelli, Gigi Di Luca
regia Gigi Di Luca
con Pamela Villoresi, Dalal Suleiman, Marzouk Mejri
scene Luigi Ferrigno
costumi Giovanna Napolitano
disegno luci Design Gianni Netti
produzione Fondazione Campania dei Festival - Teatro Festival Italia
in coproduzione con La Bazzarra
durata 1h10'
Napoli, Museo Nazionale di Pietrarsa (Arena), 19 giugno 2013
in scena 19 e 20 giugno 2013

 

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