“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Sabato, 15 Giugno 2013 07:08

Disabituati al futuro, siamo come i morti

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È stato come assistere al continuo mutamento di un’opera d’arte. Una tela in cui i soggetti, la luce, le ombre, si spostano e cambiano di significato da un istante all’altro. Ogni cosa è studiata alla perfezione, ogni movimento anche piccolo ha una sua ragione d’essere ma sta a noi scoprire il perché della sua esistenza.

Gli attori sono bambole che non parlano ma sussurrano oppure scrivono. La loro voce non proviene dal loro corpo ma dall’esterno. Essi parlano dall’esterno ma noi siamo dentro, in una caverna in cui vive il pensiero, la vita interiore che è anche la morte interiore, l’assassinio di uno spirito avvilito dalla realtà.
Il Teatro Rebis ha debuttato al Fringe Festival con un progetto dedicato a Danilo Dolci, intitolato Io non so cominciare. Del sociologo e poeta, caduto nell’oblio, non hanno narrato la storia o le sue gesta come si fa con gli eroi. Essi si sono immersi nella sua visione del mondo, si sono impregnati della sua lirica per realizzare uno spettacolo particolarmente affascinante. Assistiamo con i nervi tesi ad ogni movimento e una strana angoscia si impossessa di noi. Guardiamo allo stesso modo dell’uomo alla finestra che con l’occhio sano guarda il mondo dei vivi e con quello fisso guarda il mondo dei morti. Questo perché siamo come quelle tre figure che si muovono all’interno e all’esterno della scena, almeno lo sono io che scrivo e tantissime altre persone, definite giovani ora che il tempo si è come fermato. Siamo disabituati al futuro, senza prospettive, senza nulla da costruire. La società, la politica, la crisi economica ci tengono così, come rinchiusi in una caverna. Senza futuro siamo come i morti e il nostro corpo che sopravvive ogni giorno è il corpo di una bambola destinato a fare ciò che le viene imposto di fare.
Lo spettacolo è fatto di luci e di ombre ma soprattutto di ombre, sono la vita segreta di ognuno, il lato oscuro ma anche la parte che lotta e gratta la parete della caverna per venir fuori. Non assistiamo perciò ad una storia, semplicemente ci rendiamo conto della nostra situazione. Per questo lo spettacolo somiglia tanto ad un’opera pittorica o ad un’istallazione. C’è il movimento, però, e anche il suono. In entrambi i casi, il Teatro Rebis ha mostrato di aver fatto un lavoro straordinario. In molte scene l’attore sul palco e quello nascosto dietro al telo di fondo, lavorano all’unisono, creando il corpo e la sua ombra, che segue alcune decisioni ma è indipendente per altre. Tutto è preciso e senza errori. Così il suono, che ci trasporta nella caverna dove gocciola l’acqua che scandisce il tempo. Il suono che trasporta le voci come vento che ci sveglia. Il suono che porta la poesia perché tutti si muovano sul tempo metrico delle poesie.
Le immagini della vita esterna sono prodotte da un proiettore. L’uomo che parla attraverso tutti i libri che ha letto, scrive poesie luminose sulla parete di fondo. Dice con Pessoa che “Ognuno di noi è più d'uno, è molti, è una prolissità di se stesso”. E allora ecco che il proiettore crea sulla parete una fila di quei 'se stesso' e l’attore muto e in carne ed ossa riesce a muoversi perfettamente a tempo con loro, creando una delle scene che ho più amato dello spettacolo.
Nel finale finalmente si ritorna alla vita, le parole raggiungono la bocca e vengono fuori. La lotta per liberarsi dalla caverna porta all’affermazione dell’uomo come individuo vivo, non più morto. È la lotta che ha caratterizzato la vita di Danilo Dolci, la nonviolenza e la parola contro il fascismo, la povertà, la mafia, la guerra. Una vita che dovrebbe ispirare non solo uno spettacolo bello come questo ma anche tante altre vite.
Io non so cominciare è uno spettacolo che inquieta, scuote e resta impresso nella memoria. Bellissimo da vedere e da vivere.

 

 


Fringe E45
Io non so cominciare
scrittura scenica e regia 
Andrea Fazzini
con Gianluca Balducci, Meri Bracalente, Beatrice Cevolani
produzione Teatro Rebis
in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival − E45 Napoli Fringe Festival
in collaborazione con Teatro Lauro Rossi, A.M.A.T., A.D.A.M., Regione Marche, Comune di Macerata, Provincia di Macerata, Comune di Caldarola, Comune di San Ginesio, Biblioteca Mozzi-Borgetti di Macerata, Laboratorio di produzione audiovisiva multimediale dell’Università degli Studi di Macerata, Centro per lo sviluppo creativo “Danilo Dolci” di Palermo, Vi.Va. Festival, Festival Orestiadi di Gibellina, Festival Drammaturgie Visioni di Avezzano
lingua italiano
durata
55'
Napoli, Sala Assoli, 11 giugno 2013
in scena 10 e 11 giugno 2013

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