“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 17 Febbraio 2022 00:00

Maestri(n)a di bambole

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Tutto quello che riguarda la scuola o i bambini, quando viene comunicato da un medium, è sempre pieno di luce, coloratissimo. La scuola e anche gli insegnanti si adoperano per trasformare il cemento degli edifici cittadini in boschi, isole dai mille tesori, castelli volanti. Gli adulti filtrano e trasformano la realtà per renderla più bella agli occhi dei piccoli.

Ne La classe di Fabiana Iacozzilli, spettacolo che ha come protagonisti dei bambini, questo non avviene. C‘è molto buio e l’atmosfera è estremamente tesa.
Arriviamo in sala mentre i performer sistemano le ultime cose per lo spettacolo. Caricano di luce i segni tracciati con il nastro luminescente che serviranno da punti di riferimento. Tutti i cambi di scena e i vari spostamenti avverranno a luci spente. Lo spettacolo, un docupuppets per marionette e uomini, trae spunto dall’esperienza personale della regista che, partendo dai suoi ricordi personali e da quelli dei suoi compagni di classe, cerca di ricostruire un periodo traumatico della propria infanzia, dapprima presentandolo come una denuncia poi arrivando, pian piano che i ricordi degli aventi riaffiorano, ad un processo di introspezione finalizzato alla ricerca del suo vero io. Il tema principale è Suor Lidia, maestra di una scuola cattolica che educava la sua classe schiaffeggiandola e umiliandola. Le scienze umane ci insegnano quanto l’infanzia e le esperienze vissute da bambini influenzino non solo la personalità ma anche lo sviluppo cognitivo di una persona, in questo caso specifico, sembra ne abbiano proprio influenzato il destino.
Le luci si spengono in sala, si riaccendono flebili sul palco e siamo a scuola. Fabiana è una marionetta, una bambola realizzata dall’artista Fiammetta Mandich. È bellissima, ha il grembiule, le codine e grandi occhiali gialli. Cammina usando tutte le articolazioni, i suoi passi risuonano sulla passerella che la conduce fino al banchetto. Sentiamo il suo respiro, i suoi sospiri, qualche verso, mai una parola. Eppure tutto è perfettamente comprensibile. Avvertiamo la sua angoscia per aver lasciato i genitori all’ingresso e la paura per l’arrivo della maestra, Suor Lidia. Ogni emozione traspare dalla sua pelle di legno. Le mani le tremano, la testa si gira ad evitare gli sguardi. Non è sola di fronte alla gigantesca presenza di Suor Lidia. Con lei un gruppetto di tre compagni di classe, altre bellissime bambole ognuna con la propria personalità ben evidente. Mescolando la ricerca documentaristica al teatro, in sala vengono riprodotte le registrazioni delle interviste ai compagni di classe della Iacozzilli. Tutti hanno terribili ricordi legati alla figura di Suor Lidia. Gli accenni a determinati comportamenti e atteggiamenti della suora nei confronti dei bambini sono recitati dalle bambole. Tutte senza parlare, solo qualche “shhh” oppure “dai!”. Tutte impugnano le loro penne o pennarelli e lavorano, riempiendo i quaderni nel migliore dei modi. È quello che la scuola spesso chiede ai bambini. Dopo aver speso tanti anni ad imparare a camminare e a parlare, essi incontrano la scuola che gli chiede di stare seduti e in silenzio, oggi più che mai. E in questa particolare scuola, nemmeno a ricreazione i bambini hanno il coraggio di muoversi. Suor Lidia, unico personaggio umano in scena, terrorizza quando schiaffeggia o dà i pizzichi e inquieta quando abbraccia. Ma Suor Lidia è attenta a quella sua classe, ha occhiali spessi che le permettono di vedere oltre. Così affida alla piccola Fabiana la regia della recita scolastica. È in questo modo che la suora ha indirizzato la Iacozzilli verso il proprio destino. Lo spettacolo è un modo per chiedersi quanto di quella donna tanto temuta sia rimasto nella piccola Fabiana e sia cresciuto insieme a lei. Rimanendo nell’indagine documentaristica, la regista sposta la lente su sé stessa, senza temere di accendere le luci sulle sue proprie ombre. È un gioco verità, uno svelamento inaspettato pur essendo la regista il personaggio principale fin dall’inizio. La donna viene fuori dalla bambola.
Lo spettacolo è un racconto di emozioni affidato alle interviste ma creato materialmente dall’insieme di tutti gli elementi della messa in scena: l’enorme espressività delle bambole con i loro minuziosi movimenti resa possibile da una squadra di performer molto abili, le ombre create dal disegno luci, ogni suono prodotto e che risulta più esplicito di una parola pronunciata in modo chiaro. Tutto funziona alla perfezione. Momento particolarmente affascinante è il finale che rivedrei ancora e ancora e ancora. Si tratta davvero del momento della meraviglia: il suono, le luci, i manovratori, la maestria delle bambole.





La classe − un docupuppets per marionette e uomini
uno spettacolo di
Fabiana Iacozzilli, Cranpi
collaborazione alla drammaturgia Marta Meneghetti, Giada Parlanti, Emanuele Silvestri
collaborazione artistica Lorenzo Letizia, Tiziana Tomasulo, Lafabbrica
performer Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti
scene e marionette Fiammetta Mandich
luci Raffaella Vitiello
suono Hubert Westkemper
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
assistenti alla regia Francesco Meloni, Silvia Corona, Arianna Cremona
foto di scena Tiziana Tomasulo, Valeria Tomasulo
consulenza Piergiorgio Solvi
un ringraziamento a Giorgio Testa
produzione Cranpi, La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello Centro di ProduzioneTeatrale, Carrozzerie n.o.t
con il supporto di Residenza IDRA, Teatro Cantiere Florida/Elsinor nell’ambito del progetto CURA 2018, Nuovo Cinema Palazzo
con il sostegno di Periferie Artistiche Centro di Residenza Multidisciplinare della Regione Lazio
lingua italiano
durata 55’
Napoli, Piccolo Bellini, 10 febbraio 2022
in scena dal 10 al 13 febbraio 2022

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