“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Venerdì, 18 Febbraio 2022 00:00

Con gli occhi fangosi e belli

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Era nota la passione di Pasolini per il calcio. Un buon assist, quindi, per parlare di lui nell’anno, questo, il 2022, il suo anno, l’anno del suo giubileo, del suo centesimo compleanno, che cade questo cinque di marzo. Un modo per mescolare amore sacro (anzi, sacrilego) e amor profano.

Si racconta Pasolini, anzi, si omaggia Pasolini, passando per un controcanto, parlando di qualcun altro. Qualcuno di più vecchio, eppure morto dopo. Il suo calciatore preferito. L’ala del suo Bologna (Pasolini era friulano, ma nato a Bologna e lì ha frequentato parte delle scuole e l’Università). Il calciatore dal paso doble. L’unica persona a cui Pasolini abbia mai chiesto un autografo. Forse il record più grande per il quale verrà mai ricordato: Amedeo Biavati.
Pasolini era uomo del popolo ma non per il popolo. Non popolare, anzi, impopolare. Lo resta anche oggi che tutti ne fanno un santino. E in Italia non c’era, e non c’è, niente di più popolare del calcio, coi suoi idoli volgari, sempre in bilico a metà, fra le stelle e il fango. Ricordare uno per ricordare l’altro, in ossequio all’audio originale riportato dalla stessa flautata voce di Pasolini (nella celebre intervista televisiva fatta da Enzo Biagi e solo successivamente diffusa), laddove il calcio era l’ultimo scampolo di sacralità sopravvissuto, e il capocannoniere, a fine stagione, il più grande fra i poeti. E se a dirlo era l’ultimo dei Tiresia, dei Cassandra, dei profeti senza patria, dovrà averci ragione, no?
L’overture della pièce è bellissima. Fatta di false partenze. Danze sul posto fra fumogeni impazziti, come se le nostre due eroine fossero due Pizie strafatte di incenso fumigante, mimando stop e calci di rigore, punta e tacco, come un tip tap con gli scarpini chiodati. La loro danza, la musica che le accompagna (bellissima, estremamente evocativa, un imperdonabile peccato ogni volta che viene interrotta) di Marco Guazzone, la loro arte mimica, sono capaci di condurre in un altrove: battesimo ideale per l’ultimo inintegrabile fra gli spettacoli perentoriamente dal vivo e mai riproducibili, assieme al calcio, qual è il teatro (e forse ora non è più. O quasi certamente). Si scambiano di vesti, letteralmente, offrendo i loro corpi, nudi, alla rappresentazione, come Pasolini rivendicava a sé l’importanza di gettare il corpo nella lotta... che non è poi quello in cui si traduce, ancora, il calcio? Sono brave, le nostre due eroine: Veronica D’Elia e Sara Esposito, né spalla dell’una né protagonista dell’altra, si avvicendano, ognuna con la propria cifra. L’una, Veronica (indimenticata papera Rachele ne La Cupa) quasi una marionetta chapliniana, fra Totò e lo slapstick, con le sue movenze snodate, il suo agitarsi convulso, eppure padrone d’ogni gesto, che quel pallone, con cui palleggia, come faceva Maradona con l’arancia, pare quasi di vederlo. L’altra, Sara Esposito, più misurata, più quieta e aggraziata, capace di caricare ogni silenzio e ogni fermoimmagine di significato. Eppure pronta, allo stesso tempo, a erompere e sciabordare, offrendo il suo fiato alla rabbia pasoliniana, la rivoluzione ferma dell’uomo in rivolta, anche quando quest’uomo è una donna. Soprattutto quando a essere quest’uomo è una donna. Si danno il paio. Si mutano di pelle. Si fanno il verso. Si scambiano di ruolo. Come una partita di ping pong, come schegge impazzite, allo spettatore non resta che errare seguendole.
La scrittura di Sara Bilotti e Luciano Melchionna è poliedrica: muta continuamente di registro in un saliscendi che non dà tregua, sapendo, di volta in volta, intrattenere, educare, meravigliare, commuovere. Le schermaglie iniziali sono brillanti, con quelle innaffiate di metateatro, di improvvisazioni riportate nel testo, senza le quali, oggi, non si va da nessuna parte. Si ride di sé, del mondo, del testo, e del metatesto. E va bene così. Le informazioni non sono lesinate. Davanti agli occhi ci passa in rassegna tutta la vita di Biavati, dagli esordi ai trionfi, dal goal spettacolo con cui dribbla i terzini inglesi, dall’adorazione delle folle, dalle strette di mano importanti, dai piedi piatti fonte di imbarazzo ma anche di esaltanti scoperte – perché tutti noi veniamo al mondo con una ferita che ci accompagna e da cui dobbiamo riscattare la forza per superarla. E in questo c’è molto del Pasolini iniziale –, dall’allenamento in Libia, dalle pubblicità mancate, dallo scouting di altri testimoni del bel calcio. Vediamo le vite degli altri, e le attrici che le inscenano, e la scrittura che le drammatizza, e le parole che vengono riesaminate, e infine siamo visti a nostra volta, in questa nuova, ennesima linea narrativa, un immaginario iperuranio da cui i morti/più vivi di noi ci osservano, dal mostro a un occhio solo, lo schermo di quella tanto vituperata televisione, oggi fossile lento a morire nella sua obsolescenza. Lo sguardo di Pasolini da questo schermo dell’al di là verso l’al di qua è impietoso, sprovvisto di tutta la pietas, intriso di impietrimento. Schermo cui siamo rimandati veramente, nelle poetiche composizioni di Fabio Schiattarella, bianchi e neri lynchiani, scarsamente movimentati, pallidi soli di mezzanotte a fotografare paesaggi lunari di un lucore abbacinante: nello stormire di un canneto, cui non riesce di nascondere la punta di una ciminiera, c’è tutto l’inascoltato epitaffio delle morti delle periferie pasoliniane.
Il rush finale. Dopo il riso, il pianto. L’urlo di Veronica è atroce mentre Sara si sgola. Le parole che Moravia pronunciò nell’elogio funebre sono ripetute e scandite fino alla nausea. Perché ci si scolpiscano in mente. Perché noi cambiamo (ma ricordano quelle che pronuncerà, in seguito, in un altro funerale, Rosaria Costa, la vedova dell’agente Vito Schifani: “Se avete il coraggio... di cambiare... loro non cambiano... se avete il coraggio... di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro...”. No. Noi non vogliamo cambiare). I loro polmoni si vuotano ricacciandocele quelle parole. Ma sono gli stessi polmoni che poi vengono invocati. I nostri polmoni, quelli di chi non ha saputo avere cura del suo poeta, lasciando che morisse, gli occhi immersi nel fango. Permettendone il linciaggio morale. Santo martire controvoglia animato da una disperata vitalità che hanno dovuto smorzare con forza e accanimento. Passandoci sopra con l’auto un paio di volte. In un campetto di calcio, appunto, all’Idroscalo ostiense.
Le parole della seconda parte della drammaturgia a doppia mano sono felicissime nella loro drammaticità, forse perché più sentite. O più ispirate. O più libere di dare sfogo a un mal d’anima a lungo covato. Sono quelle di chi quei versi li ha amati, e ci si è consumato gli occhi. Li ha interiorizzati e non si limita a un omaggio pedissequo, riportandoli puntualmente, o ricamandoli. In questa scrittura, Pasolini viene onorato senza essere oltraggiato o infamato. Non si parla delle sue opere. Non si parla dei suoi film. Si parla del suo amore per il calcio. E poi neanche più di quello. Poi è un’auto da fé. È un J’accuse – uno dei suoi – verso noi stessi. Una confessione. Le parole finali, pronunciate da una voce invisibile, come quella di Pasolini, sono toccanti e profonde. Sono vere. Sono le parole di chi sa che, avercelo avuto in vita, Pasolini sarebbe stato inaccostabile. Si sarebbe dovuto fuggire per non rischiare di esserne assorbiti o peggio. Solo con la morte è possibile avvicinarsi a lui. Perdersi in lui. Illudersi di comprenderlo. Di padroneggiarlo. E scoprire che c’è sempre qualcosa di nuovo. Qualcosa di altro. In soli cinquantatré anni ha scritto come un indemoniato, vissuto con ferocia. Reso la sua vita stessa non integrabile. Manca tanto. Manca forte. Questa mancanza trasuda da ogni parola. La sua immagine ricorre in un solo fotogramma. Le sue parole sono brevemente riportate. Eppure, nonostante ciò, così come nella realtà di oggi, è sempre più presente in quei settanta minuti, a mano a mano che si corre verso il finale. Spompati, si arriva alla meta, estenuati. L’arbitro fischia il fine partita. Non resta che il congedo. E lo studio.

“Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo. Ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo”.

E continuiamo a perderlo.
Ogni giorno che passa.
Solo che, con spettacoli del genere, riusciamo almeno a tenerne viva la mancanza in noi. Ed è già moltissimo, nel Paese dell’oblio, di temporali, e di primule.





L’ala destra del dio di cuoio
di Sara Bilotti, Luciano Melchionna
regia Luciano Melchionna
con Veronica D’Elia, Sara Esposito
costumi Milla
musiche Marco Guazzone
suggestioni fotografiche Fabio Schiattarella
foto di scena Ivan Nocera
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro
in collaborazione con SportOpera nell’ambito del Campania Teatro Festival 2021
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Teatro Nuovo, 17 febbraio 2022
in scena dal 17 al 20 febbraio 2022

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