“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Venerdì, 22 Aprile 2022 00:00

Peggy Pickit e una serata disastrosa

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Entrare nella sala del Teatro Nuovo è già accedere in casa di Liz e Frank. Il sipario è aperto e il salone, anche se a luci spente, è  in mostra. A questa serata tra amici siamo tutti invitati e più volte, nel corso dell’azione, saremo chiamati in causa. I colori  e gli arredi utilizzati per scene e costumi sono accoglienti. Si ha l’impressione di guardare una vecchia foto: tanti marroni come il colore terra dei vestiti di Karen, il rosa acceso delle scarpe di Liz intonate alla camicia di suo marito Frank, gli abiti di Martin che si fondono col verde acqua del divano quasi a farlo scomparire. Poi il mobile bar in vetro e metallo laccato, con sopra il giradischi, un busto di donna bianco.

Frank e Liz aprono la loro casa a Karen e Martin, loro amici dei tempi dell’università. Al termine degli studi di medicina, le due coppie hanno compiuto scelte differenti. Liz e Frank hanno svolto la loro professione in modo convenzionale, lavorando in ospedale e riuscendo quindi a raggiungere un buono status sociale. Karen e Frank sono partiti per l’Africa, collaborando a progetti umanitari. Queste scelte hanno portato gli amici non solo in continenti diversi ma in dimensioni interiori lontanissime. La cena, organizzata al ritorno di Karen e Martin dopo sei anni trascorsi in Africa, sarà una sorta di momento della verità e in tavola saranno messe paura, rabbia, invidia, desiderio, noia. Tutte portate pesanti da digerire. Dallo scontro che nasce da qualche bicchiere bevuto di troppo, nessuno esce vincitore.
Quella dei quattro personaggi è una recita nella recita. Come quattro macchine perfettamente programmate, essi pronunciano le frasi di circostanza, quelle accettabili in società, tutto quello che si deve dire quando si ospita o si è ospitati in casa di qualcuno. Così Marcello Cotugno ci introduce nell’azione costruendo una sorta di discoteca nella quale tutti si muovono seguendo i passi a tempo. In numerosi ‘a parte’ rimandati anche in loop da una mini postazione da deejay, per l’intero spettacolo, ogni personaggio svela il proprio pensiero, la visione reale dietro il comportamento convenzionale. È un angolo di palco, una sorta di balcone dal quale spettegolare liberamente con il pubblico, sicuramente curioso. La ripetizione delle frasi attraverso le casse amplifica l’effetto di rimbalzo delle parole da un orecchio all’altro e si scontra con quello che vediamo accadere in scena. Anche qui le battute sono ripetute più volte: dette, interrotte dalla confessione del personaggio nel suo ‘a parte’ e ridette con una diversa intonazione, spesso più ironica e pungente, come se si trattasse di uno smascheramento della battuta precedente. Eppure le parole sono esattamente le stesse. Diventa evidente come il modo di pronunciare una frase possa cambiarne l’effetto, quanto quindi ogni uomo sia padrone delle proprie parole e possa averne il controllo. Questo gioco con le parole si fa sempre più interessante man mano che lo spettacolo procede e coinvolge gli spettatori che imparano alcune battute a memoria. Si avverte, in tutti gli ‘a parte’, l’intenzione di ognuno dei personaggi di ottenere il consenso del pubblico. Ogni volta è una sorta di giustificazione al proprio agire e una critica all’azione degli altri. In modo particolare il personaggio di Frank appare come un vero e proprio intrattenitore e in più occasioni annuncia il dramma che sta per compiersi ma sempre cercando di risultare simpatico, spesso banalizzando gli argomenti. Ma non si parteggia per nessuno, non esistono buoni e cattivi o giusti e ingiusti. Ognuno ha il proprio lato oscuro e i propri segreti.
Il confronto tra i quattro non riguarda solo le scelte personali ma si sviluppa attorno alla percezione che le due coppie hanno del continente africano. Il testo fa parte, infatti, di una trilogia che Roland Schimmelpfennig ha dedicato all’Africa e alla visione distorta che hanno gli europei circa le culture e le società di quel continente. Nei dialoghi ci sono visioni stereotipate e paure, soprattutto legate alle malattie virali. Ed è il più popolare, o populista, Frank a insistere su questo punto: chi arriva dall’Africa porta malattie. La contrapposizione tra Europa e Africa è simboleggiata da due bambole, presenti in scena, e due bambine di cui sentiamo solo parlare. La bambola che rappresenta l’Europa, Peggy Pickit, è tutta di gomma, con lunghi capelli biondi e tanti accessori che le consentono di essere tutto ciò che vuole. Peggy Pickit è l’esponente di una serie di bambole di produzione industriale. La bambina europea, Katie, è robusta, intelligente, molto precoce e anche generosa. La bambola africana, Abeni, ha il corpo duro del legno, ha pochissime possibilità di movimento ed è unica nel suo genere, di produzione artigianale. La bambina africana, Annie, è di debole costituzione, fragile. Non si sa dove sia finita, è una bambina scomparsa. Liz e Frank l’hanno adottata a distanza, le inviano soldi perché possa curarsi e nutrirsi. Le scrivono lettere piene d’amore. Karen e Martin sono i medici che l’hanno curata e poi abbandonata nel momento in cui il loro lavoro è terminato e hanno deciso di tornare a casa, pur avendo pensato per un momento di portarla via con loro. Ma non è così che si porta via un bambino all’Africa. Chi ama davvero Annie? Chi ostenta la propria generosità? Chi ha scelto di occuparsene per carriera? Forse tutti nel loro piccolo ma ognuno  infanga con le proprie parole l’amore dell’altro. Forse nessuno.
In una serata nella quale non mancano aspre critiche tra amici, sulla genitorialità, la vita di coppia, le scelte lavorative, lo stile di vita, è proprio su Annie che l’azione diventa più drammatica. In questo lavoro trovo abbia avuto molto risalto la figura femminile. I due uomini fanno da contorno alla grande emotività delle donne. C’è una figura maschile che tende ad annullarsi e a fondersi con la scena bicchiere dopo bicchiere e un’altra che pur nel suo continuo ingraziarsi il pubblico, non sembra che un accessorio della moglie. E sono le donne a rimanere in scena fino alla fine, ad arrivare fino alla violenza nello scontro.
Lo spettacolo è una bella rappresentazione della realtà. La comunicazione è sempre alterata, difficile trovare la verità. Il lato del mondo in cui siamo nati ci pone in una prospettiva alta dalla quale osserviamo le altre popolazioni della Terra. Ed è difficile cambiare punto di vista senza aver viaggiato o conosciuto.
Tra chi si sente genitore stando a chilometri di distanza e prova un reale o fittizio sentimento d’affetto e chi si dedica a salvare vite lontano da casa propria, provando un reale o fittizio sentimento di solidarietà, c’è un’Africa che non vuole vivere di elemosina o di tutti i sani o presunti sentimenti che i Paesi più sviluppati possono provare, ma un’Africa che ambisce ad essere libera, autonoma e autosufficiente. Non possiamo che augurarcelo.






Peggy Pickit guarda il volto di Dio
di
Roland Schimmelpfennig
traduzione Marcello Cotugno, Suzanne Kubersky
regia, colonna sonora e luci Marcello Cotugno
con Valentina Acca, Valentina Curatoli, Aldo Ottobrino, Emanuele Valenti
scene Sara Palmieri
costumi Ilaria Barbato
aiuto regia Martina Gargiulo
assistente alla regia Chiarastella Sorrentino
foto di scena Sara Terracciano
produzione Teatri Associati di Napoli
con il sostegno di Goethe Institute Napoli
lingua italiano
durata 1h 20’
Napoli, Teatro Nuovo, 7 aprile 2022
in scena dal 7 al 10 aprile 2022

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