“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Roberto Cirillo

L’olocausto del dio della frantumaglia

In molti attendevano questo spettacolo con grande aspettativa. Per alcuni è l’apice della stagione teatrale napoletana. Un appuntamento immancabile per gli appassionati di danza ma anche per chi di danza ne sa pochissimo o niente.

No Paris, just Texas

Lo spettacolo è strutturato per avere posti limitati e cadenzati. Si entra fino a che non è giunto l’ultimo dei prenotati. Non c’è, infatti, possibilità per i ritardatari di aggregarsi dopo, una volta che lo spettacolo sia cominciato. I posti sono solo diciotto. E tutto troverà un suo perché.

Per quanto ci crediamo assolti...

Tornare al San Ferdinando. Mi succede per la prima volta da dopo la pandemia. Ci andai, poco prima del primo, durissimo lockdown, per vedere La Cupa di Borrelli. La platea era sventrata. Ora è ricostuita e sembra miracoloso. Ci torno a vedere un altro Dürrenmatt dopo aver visto La panne allo Stabile.

Non si uccide un tordo beffardo

Tutti conoscono il Pojana, ma il Pojana è degno di essere conosciuto da tutti? Questa la domanda che un po’ indugia dopo la visione dello spettacolo. Andrea Pennacchi è assai bravo, questo era ovvio, e questo spettacolo se l’è scritto e ritagliato addosso come un divertissement nel quale potersi esibire, fare un giro d’Italia con gli amici, incontrando quel pubblico che l’ha conosciuto e riconosciuto e che gli si è affidato.

Il Binasco di Ionesco

Valerio Binasco torna al Bellini di Napoli, stavolta non in qualità di attore (come in The Spank) ma come regista. Sceglie di portare in scena Le sedie di Ionesco. Grazie a un gioco di prospettiva la scenografia di Nicolas Bovey (bellissima), altra grande protagonista assieme ai soli due attori che monopolizzano il palco, sembra traslare e piombare addosso agli spettatori.

Fortunato il paese che ha bisogno di umani errori

Io non voglio essere tranquillo
Io brucio
Sono una torcia
Alla ricerca del suo volo eterno...
Persino quando voi pensate che io non faccia niente
Brucio più violentemente di quanto concesso e previsto
Brucio e non solo per me
Ma anche per dare
Fuoco e luce agli altri
Proprio come dagli altri ho ricevuto
Fuoco e luce.

  

Dopo tanti anni molto importanti sui set di produzioni nazionali rilevanti, quest’anno si conferma importante per Lino Musella anche dal punto di vista teatrale (ma è solo una piacevole conferma visto che le sue lodi erano già intessute in lungo e largo). Solo a Napoli è andato in scena con Tavola, tavola, chiodo, chiodo... e Brevi interviste con uomini schifosi. Chiude questo suo tripartitico passaggio con The Night Writer di Jan Fabre, l’imperatore della perdita.

Come una marea

Lo spettacolo parla di Pasolini e Napoli. Del rapporto fra queste due entità che si sono conosciute e riconosciute tardivamente nelle rispettive esistenze. Pasolini ha conosciuto Napoli, infatti, relativamente tardi, tornandoci sporadicamente dapprincipio, e poi approdando con maggiore convinzione, fino a immaginare vari progetti brutalmente estirpati dalla sua morte. Ma questa è cosa nota.

Paul Watson, il Sisifo felice della Sea Shepherd

Stupisce ci siano ancora storie che meritano di essere scoperte. Che ancora non ci sono arrivate. Che ancora non abbiano trovato la via, per quanto il nostro radar sia allertato, per arrivare a noi. Sembra un segno che non si esauriranno mai.

Il teatro di cittadinanza a est di Napoli

“Le civiltà sono qualcosa di finito”
e nella vita di ognuna
 “viene un momento in cui il centro non tiene più.
 Ciò che allora le salva dalla disintegrazione non è la forza delle legioni [...]”
una volta perso il centro “il compito di ‘tenere’, allora,
ricade sugli uomini delle province, della periferia.
Contrariamente a quanto si crede di solito,
la periferia non è il luogo in cui finisce il mondo –
è proprio il luogo in cui il mondo si decanta”.
(Il dilemma dell’aragosta, Stefano De Matteis)

    


Si può insegnare all’università. Si può insegnare all’asilo. Si può insegnare alle medie. Si può insegnare nei classici o negli istituti tecnici. Ogni classe, ogni fascia d’età, ogni sotto(a)ceto sociale (sottoceti, sì, perché ormai afferiamo tutti a un unico, grande, ceto, al punto che si possa distinguere solo fra il mediobasso, il bassobasso, il medioalto, l’alto, e l’altissimo, ma sempre uno, solo, borghesissimo, da tanto di quel tempo che è difficile ricordarsi come fosse prima), ha le sue difficoltà. Il suo linguaggio. La sfumatura del proprio modello culturale.

Con gli occhi fangosi e belli

Era nota la passione di Pasolini per il calcio. Un buon assist, quindi, per parlare di lui nell’anno, questo, il 2022, il suo anno, l’anno del suo giubileo, del suo centesimo compleanno, che cade questo cinque di marzo. Un modo per mescolare amore sacro (anzi, sacrilego) e amor profano.

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