"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Roberto Cirillo

Incoscienti di classe

Quante sfide in un’unica occasione.
Sfidante era portare la classe operaia al cinema.
Sfidante è riportarla a teatro.
Sfidante è trattare della resa in teatro di un film, senza soffermarsi sul film.
Perché La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, anno del Signore 1971, è un film che, se all'uscita nelle sale venne accolto da opinioni discordanti (vedi infra), oggi si è conquistato sul campo i galloni di cult indiscusso, la cui aura di fervido amore di cui è inghirlandato è più longeva che mai. Lo stesso amore che avrà animato Paolo Di Paolo (trentacinquenne autore di Mandami tanta vita, Una storia quasi solo d’amore, Dove eravate tutti) quando avrà carezzato l'idea pazzesca di riproporlo in teatro, per conferirgli una seconda vita, insufflato indubbiamente anche da un’istanza civile urgente. La stessa che, come corrente elettrica alternata, attraversa con un flusso vibratile e febbricitante, le performance degli attori.

Ha ancora senso portare Pasolini a teatro?

Per Massimo Popolizio, evidentemente sì. Al grande pubblico più conosciuto come attore che regista (fra le sue interpretazioni al cinema spiccano il Terribile di Romanzo criminale, Vittorio ‘Lo squalo’ Sbardella de Il divo e il guru del botulino ne La grande bellezza), Popolizio non è nuovo nel percorrere solchi pasoliniani, essendosi di recente cimentato nella lettura radiofonica proprio di Ragazzi di vita e di Una vita violenta.

Sostieni


Facebook