“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 24 Marzo 2022 00:00

Fortunato il paese che ha bisogno di umani errori

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Io non voglio essere tranquillo
Io brucio
Sono una torcia
Alla ricerca del suo volo eterno...
Persino quando voi pensate che io non faccia niente
Brucio più violentemente di quanto concesso e previsto
Brucio e non solo per me
Ma anche per dare
Fuoco e luce agli altri
Proprio come dagli altri ho ricevuto
Fuoco e luce.

  

Dopo tanti anni molto importanti sui set di produzioni nazionali rilevanti, quest’anno si conferma importante per Lino Musella anche dal punto di vista teatrale (ma è solo una piacevole conferma visto che le sue lodi erano già intessute in lungo e largo). Solo a Napoli è andato in scena con Tavola, tavola, chiodo, chiodo... e Brevi interviste con uomini schifosi. Chiude questo suo tripartitico passaggio con The Night Writer di Jan Fabre, l’imperatore della perdita.

L’incontro quindi è fra due grandi, il che lo rende sicuramente più ambizioso ma anche potenzialmente più scivoloso. In tal senso è lecito sgomberare da subito il campo a questa possibilità: il monologo è appassionante e scivola senza timore che la tensione possa scemare mai. E non è cosa da poco visto che si tratta, perlopiù, della lettura di stralci del Giornale notturno di Fabre, in forma, praticamente di aforismi (procurabile dalla lodevolissima realtà editoriale della Cronopio – infatti erano in vendita anche i libri a un banchetto fuori – da sempre uno dei pochissimi fari dell’editoria campana, e non solo, il cui nome è un marchio di garanzia), alternati a spezzoni dei suoi spettacoli. La lettura di questi passi consente quindi all’autore di autonarrare la propria autobiografia artistica e non, tramite una serie di siparietti godibilissimi anche come frammenti a sé stanti, che conducono per mano verso il suo percorso artistico, non semplice, non lineare (come la stessa selezione) ma che fungono da perfetta introduzione alla sua conoscenza e alle motivazioni e tribolazioni che cela. Il tutto, fondamentale, innaffiato da dosi copiose di autoironia. Ed è forse lì, fra queste pieghe interstiziali, che Musella dà (ma in realtà anche altrove... praticamente un po’ ovunque) il suo meglio.
La sua fatica è abbastanza improba, infatti, e i paletti che si dà per domare il testo sono tanti. Si tratta praticamente di un monologo e la sua mimica è quasi sempre mortificata dovendo esser bloccata dietro una scrivania. L’oggettistica sulla scena è particolarmente scarna e anche le proiezioni alle sue spalle sono alquanto scarne. Il recupero dell’arte antica della lettura a voce alta, con la conseguente valorizzazione dell’ascolto tutto figurativo senza assistenze possibili, è impresa ardua e fatigante. Se è vero come è vero, infatti, che viviamo nell’epoca del biopotere foucaultiano, come faceva giustamente notare Donna J. Haraway gran parte di questa biotecnologia è ottica e aumenta le capacità collettive di visualizzazione e instaura un nuovo regime ottico-politico. L’atto di ascolto è sempre più inscindibile da quello apparente e visualizzante. Da cui, per un attore, tutto il lavoro è relegato alla mimica del viso, quella gestuale, e quella vocale. Di cui, in particolare, Musella è maestro e dà una gran prova. Non è vero, infatti, che tutti gli attori hanno una gran voce. O una voce propria. E non è vero che ognuno pronuncia le battute a modo suo. Le parole. Le lettere, addirittura. Sono ormai pochi ancora gli artigiani della lettera addentellata e arrotata. Forse perché a teatro vanno sempre meno persone. O sempre le stesse. Per cui serve a poco darsi tanta pena. Sarà anche per questo che chi lo fa spicca ancora di più. Non solo chi non si arrende a questa sciatteria ma, in particolare, chi non si adagia mai. Chi continua a sperimentare. A porsi in difficoltà. A infilarsi in situazioni scomode che lo costringono a trovare espedienti creativi. Questo e molto altro ancora è ciò in cui si cimenta Musella.
Già brillante nei ruoli in cui ci ha abituati in questi ultimi tempi (in prestito a Sorrentino in un personaggio carico di naïveté, ai fratelli D’Innocenzo con tutta la sua ambiguità, solo per citare gli ultimissimi ruoli che, sebbene di contorno, siano apprezzabilissimi e in grado di figurare in modo smagliante e smarcarlo da un passato gomorrista, forse l’unico, al momento, far gli altri di quella quadruplice stagione televisiva) da questa prova esce ulteriormente trionfante. Capace di sfruttare abilmente l’incipit ricorrente di ogni frammento, fatto di luogo geografico e data, come fosse una specie di mantra o rosario, fa sì da plasmare il diario in una specie di ipnotico disco rotto, monocorde ma al tempo stesso vorticoso: come se la puntina scavasse solchi concentrici nei nostri gherigli cerebrali. Come se leggesse resoconti dell’Ansa, dispacci dal fronte della guerra esistenziale ingaggiata dal giovane artista in conflitto con se stesso e la sua realtà, il tutto condito con uno sguardo sornione e abili ammiccamenti di chi un po’ si compiace del livello di maestria che ha saputo raggiungere, Musella ci sciorina i punti nodali della formazione di Fabre, la cui vita somiglia per certi versi a quella burrascosa e artisticamente trionfale e spericolata di un Limonov di carreriana memoria. Se i frammenti dei monologhi sono letti con lo stesso ritmo incalzante e musicale fatti di volute e involuzioni, descrivendo tornanti vocalici, come fosse il teatro canzone gaberiano, altri passi invece sono letti a un ritmo incalzante e parossistico, dove l’ironia si fa sferzante come un Majakovskij in salsa yiddish, che fa somigliare Musella a un pirotecnico Gene Wilder, inghirlandato fra uno Ionesco e un Ken Kesey. Armato solo dei tendini del suo viso e della capacità di alterare la sua voce, specie in sforzi canori volutamente variabili, Musella incanta, irretisce e ghermisce il suo pubblico, stregandolo e soggiogandolo al suo gioco, come un incantatore (arrivando persino a concedersi un vero e proprio gioco di prestidigitazione) talvolta ricorrendo, per coinvolgerlo, a espedienti da avanspettacolo, fino a performance anche audaci di autolesionismo, complice l’unico attrezzo di scena cui ricorre, oltre l’acqua e il sale di cui è cosparso il palco: un paio di sigarette.
Fermi sul posto, viaggiamo con Musella e Fabre nel tempo e nello spazio spostandoci fra Anversa, Bruges e New York, un momento prima nella scena artistica del 1983, quello dopo nell’angusta stanzetta a mediare liti domestiche. Ma tutto sempre in modo che non venga mai meno la partecipazione al cosentire dei due artisti. In loro compagnia si cede alle loro provocazioni, si ripercorrono passi a ritroso, ci si forma e si lascia deformarsi. Una vita vissuta e non sprecata quella che esce da questa doppia rappresentazione di un ritratto di un giovane artista che vende i suoi peli pubici e il cui fratello morto misurava le nuvole. Questo e tanto altro ancora per un uomo che voleva solo essere un errore. E vi riesce nel modo migliore.


La bellezza:
persino quando crea confusione
ed è sovversiva,
arreca
sempre
un messaggio di riconciliazione





The Night Writer. Giornale notturno
di Jan Fabre
regia Jan Fabre
con Lino Musella
drammaturgia Miet Martens, Sigrid Bousset
traduzione Franco Paris
disegno luci Jan Fabre
musica Stef Kamil Carlens
produzione Troubleyn/Jan Fabre, Aldo Grompone, FOG Triennale Milano Performing Arts, LuganoInscena, Teatro Metastasio, TPE – Teatro Piemonte Europa, Marche Teatro, Teatro Stabile del Veneto
produzione esecutiva Carnezzeria SRL
lingua italiano
durata 1h 40’
Napoli, Teatro Sannazaro, 19 marzo 2022 
in scena dal 18 al 20 marzo 2022

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