“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Martedì, 12 Aprile 2022 00:00

Per quanto ci crediamo assolti...

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Tornare al San Ferdinando. Mi succede per la prima volta da dopo la pandemia. Ci andai, poco prima del primo, durissimo lockdown, per vedere La Cupa di Borrelli. La platea era sventrata. Ora è ricostuita e sembra miracoloso. Ci torno a vedere un altro Dürrenmatt dopo aver visto La panne allo Stabile.

Di Dürrenmatt ho letto tutti i racconti ma i miei preferiti restano La morte della Pizia e Il minotauro per il modo in cui stravolge il mito con un pensiero laterale. La scelta di trasporre Il complice è facilmente prevedibile: si tratta, infatti, di un testo contingente e attualissimo per il messaggio che vuol trasmettere: la complicità che la modernità richiede, sistemicamente, per non essere messo ai margini. Il puntuale sacrificio di pezzi della nostra coerenza per non finire banditi ed esclusi. Eppure il protagonista della pièce, Doc, un escluso lo è. Vive addirittura nel sotterraneo di una città, che poi, essenzialmente, è tutta e l’unica scenografia. Infatti l’opera è ambientata in un non-luogo. Un non-luogo interstiziale, una fase che è sempre sul punto di diventare altro senza mai diventarlo. Doc è interpretato da Salvatore D’Onofrio, attore napoletano come la sua filmografia (una delle guardie del corpo di Servillo ne Il divo sorrentiniano, o il nume tutelare di Marco D’Amore nel suo debutto alla regia, ne L’immortale). È lui che si porta un po’ sulle spalle tutta l’opera, voce narrante e protagonista. Un personaggio non facile il suo, praticamente ambiguo con brio, epitomico dell’antieroe borghese, visceralmente compromesso al di là di ogni rimedio, piatto, grigio, eppure D’Onofrio riesce in qualche modo a renderlo simpatico nel suo disfattismo cosmico. Gustosissimo il suo duetto poi, al rialzo continuo, col boss di Carpentieri, qui anche regista.
Impossibile elencare cosa non ha fatto Carpentieri al cinema: su tutto andrebbe perlomeno recuperato, in ordine di tempo, se non il suo zio Alfredo visionario ne È stata la mano di Dio, almeno La tenerezza, praticamente ambientato a Largo Banchi Nuovi: un film quasi esclusivamente d’interni, asfissiante, teatrale, dove presta corpo e la sua voce arrochitissima a un personaggio scabroso fin quasi all’indisponenza, respingente non fosse per il modo in cui la tenerezza (per l’altro, perché talvolta è più facile provarla per chi non si conosce più che per chi si conosce da sempre) lo vince e si fa strada in lui, lentamente. Carpentieri, colonna del cinema e del teatro napoletano impossibile da eludere, ha settantanove anni ma in questo film non li dimostra: scattoso, una recitazione quasi nervosamente palpabile, irrequieto, solca le assi del palco del San Ferdinando con falcate come sciabolate. Il suo personaggio è sicuramente avvincente nel modo in cui, a differenza di Doc, lui il compromesso lo ha abbracciato senza remissione. Se D’Onofrio infatti è un clown sotto sotto, molto triste, anche se sorride sempre, quello di Carpentieri, complici anche un paio di imponenti e carrollmente trichecheschi favoriti rosso fuoco a spina di scopa, è un pagliaccio con l’arteteca, indomito, simpatico come quei cattivi non tentati da alcuna redenzione. La loro recitazione, come quella di tutti d’altra parte, è volutamente sopra le righe, in quella che è una commedia dolceamara, dove si ride per non piangere, dove tutti i personaggi, a parte Doc, a un certo punto, e poco prima di morire in quella che è una mattanza, si concedono di avvolgersi nell’allure di una nuvola di tabacco, come in un polar francese. Guardiamo il Carpentieri dürrenmattiano ma non possiamo non pensarlo come un Antonio Barracano defilippiano velato d’una pungente autoironia (d’altra parte anche lì c’era un dottore a farne da controcanto, grillo parlante esternalizzato in tempi in cui sopravvive ancora l’esigenza di una voce interiore fuori dal coro, una spalla che ci faccia da dialettica ma che dobbiamo trovare sempre in un terzo altro da noi e non più dentro di noi, ossessionati da un’adamantina coerenza che nega la nostra autoevidente scissione interna).
Sopra le righe è l’unico personaggio femminile, la femme fatale di Valeria Luchetti, a Carpentieri legato, anch’essa presente ne La tenerezza. Il suo personaggio è, fra tutti, quello che porta in dote una certa fragilità ancora resiliente, in qualche modo. Un personaggio che non sfugge alla corruzione imperante ma, in qualche modo, contiene un residuo di tentativo di riscatto, una propria innocenza: sia Dürrenmatt che Carpentieri hanno scelto di conservare uno scampolo di speranza o, almeno, un fondale di bontà in un personaggio che, fra bonari assassini, ancora è in grado di avvertire la propria discrepanza e provare un’altra via. Ovviamente invano. Gli altri attori, in parte, sono quasi tutti poliziotti e quindi corrotti fino all’inverosimile, peggiori persino dei criminali. Quello di Giovanni Moschella, in particolare, luciferino come un Telly Savalas, lo è al punto da esser l’unico a riconoscere la contraddizione. A provare, in qualche modo, a sovvertirla. Ciò lo rende, alla resa dei conti, il più scafatamente ingenuo di tutti, condannato all’esito peggiore, una Cassandra al maschile. Incredibile come una recitazione talmente irrefrenata riesca, allo stesso modo se non di più, a fornire la chiave per un personaggio che riesce a contenere eroisimo, supereroismo e antieroismo al contempo, senza fallo. Spicca infine Antonio Elia, studente della Scuola del Teatro di Napoli, bravissimo, quasi un guitto, capace di una recitazione nervosa, tradita da un uso sapiente della voce, che riesce a sfumare nel suo provocatorissimo personaggio: antianarchicamente anarcoide in un tempo in cui, per sua stessa ammissione, sono saltate norme e leggi, codici morali e detentori delle stesse, e l’unico atto anarchico rimasto in un tempo di potere anarchico e corruttore è quello di far saltare, a sua volta, tutto il sistema. Elia è riuscito a padroneggiare la voce come dovrebbero i grandi attori di teatro, capace di supportare qualsiasi testo, restituendone tutte le sfumature. Perché di questo il testo tratta: tutte le sfumature del Potere. Come questo amalgamante magma riesce ad agglutinare tutti i personaggi, soffocandoli e sottomettendoli, ciascuno a modo proprio. Non sorprende, data la sua verve critica e una vis polemica che va a braccetto con un afflato civile, che Carpentieri abbia scelto di portare questo testo nei teatri in cui si sente, con sempre più necessità, l’urgenza di opere che siano portatrici di istanze di impegno e di denuncia, in tempi che sono diventati grotteschi in modo sfacciato. Su tutto, basta ricordare le sirene che, anche stavolta, hanno annunciato l’inizio della messinscena, ricordando il primo complimese di una guerra inutile come tutte ma ancor più dissennata come poche, che vede i destini di un mondo in balia ai capricci dei potenti. La sirena che non suona più fuori il teatro di Mariupol.
Il teatro si apre dunque sopra le macerie di un potere corruttore, affidato a mani untuose e mollicce. Mai i nostri potenti sono stati così scialbi e poco drammatici, così privi di nerbo e di ideali, come in questi tempi. Almeno l’accoppiata Dürrenmatt e Carpentieri ce ne fa ridere, ma noi siamo i Doc di turno: quelle vittime a cui capita la malasorte di sopravvivere, a testimonianza di tempi che si vorrebbero solo rimuovere, dove non sopravvive nemmeno più il pathos e l’atto, il dramma, è sempre slittato in un fuori le quinte che non ha nulla di misterioso, ma solo di già-non-visto, del quale è difficile provare qualcosa che non sia un senso di stanchezza per questo eterno ritorno all’idiozia del quale siamo abituati fino alla noia. Ridere, forse, è l’ultima forma di resistenza per un ritorno di senso, fuori tempo massimo, davanti a tempi che abbiamo imparato essere inutile anche comprendere, quando l’idiotismo senza remore è al potere. E la nostra scelta di rinunciare a un Potere che sappiamo esser corruttore non ha pagato, lasciando solo i corrotti così stupidi da poterlo desiderare ancora.





Il complice
di Friedrich Dürrenmatt
traduzione Emilio Castellani
regia Renato Carpentieri
con Salvatore D’Onofrio, Renato Carpentieri, Giovanni Moschella, Valeria Luchetti, Antonio Elia, Francesco Ruotolo, Pasquale Aprile
scene Arcangela Di Lorenzo
costumi Annamaria Morelli
luci Cesare Accetta
suono Andreas Russo
aiuto regia Renato Rotondo
assistente alla regia Serena Sansoni
sarta Francesca Colica
foto di scena Giuliano Longone
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Associazione Culturale Il punto in movimento
lingua italiano
durata 1h 35’
Napoli, Teatro San Ferdinando, 8 aprile 2022
in scena dal 31 marzo al 10 aprile 2022

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