“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 06 Aprile 2022 00:00

Non si uccide un tordo beffardo

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Tutti conoscono il Pojana, ma il Pojana è degno di essere conosciuto da tutti? Questa la domanda che un po’ indugia dopo la visione dello spettacolo. Andrea Pennacchi è assai bravo, questo era ovvio, e questo spettacolo se l’è scritto e ritagliato addosso come un divertissement nel quale potersi esibire, fare un giro d’Italia con gli amici, incontrando quel pubblico che l’ha conosciuto e riconosciuto e che gli si è affidato.

Il pubblico di aficionados, il precipitato di quella sinistrata sinistra italiana, scontenta, facile all’indignazione, che ogni settimana si dà l’appuntamento di rito sul divano, per farsi quell’idea complessa e non superficiale sui fatti politici del momento, davanti a Propaganda Live. Quella sinistra che da ormai qualche decennio ha fatto della cinica autocritica la propria cifra stilistica, che si conferma sugli schermi televisivi, fra una risata autoassolutoria e l’ennesima autodafé, pettinando i curriculum imbarazzanti, e in costante aggiornamento, dei loro sempre più immeritevoli rappresentanti politici (sempre in bilico fra un Tafazzi che si mortifica il pacco scrotale e un Cipputi la cui zona sottococcigea è stata usucapita da un padrone tamponatore e in una fase irrimediabilmente anal-itica). La sinistra dei Crozza. La sinistra dei Fazio. La sinistra del Pippochennedy Show. Nulla di male da eccepire.
O forse anche sì. Pennacchi ha il physique du rôle d’un John Goodman luciferino e lisergico, un po’ Walter Sobchak un po’ Charlie Meadows/Karl Mundt, con le sopracciglia meno cispose che in televisione, le movenze d’un John Belushi scattoso e snodato, ma in una gustosissima salsa veneta. Quel Veneto che sta veramente dando tanti e incredibilmente raffinati attori, recentemente e non, al punto che seguirli e affidarsi è un guilty pleasure tutt’altro che inconfessabile (da Paolo Pierobon a Gabriele Paolini a Natalino Balasso, il cui accento lo accosta in maniera impressionante al retroterra di Pennacchi).
Se la scena non è tutta sua, tuttavia è completamente a suo agio è il suo, se non uno one-man-show, poco ci manca nel modo in cui scorrazza felicemente sul palco, soggiogando il suo pubblico, in un lavoro che mischia, disinvoltamente, il teatro-canzone gaberiano con quello civile in salsa, almeno apparentemente e all’inizio, pop. Il gioco Nord/Sud è piacevole e Pennacchi non ha difficoltà a rendere in maniera dissacratoria il suo Veneto, con bravura da bestia di stile qual è. Uno spettacolo quindi a mezzo fra il cabaret, una spruzzata di macchiettismo, la lettura di brani che ricordano le disavventure paolovillaggesche dei bei tempi che furono, e la stand-up comedy (ma tutto con garbo, per carità).
Eppure, dopo questo inizio che ha strappato tante risate, applausi ritmici e creato quell’atmosfera tipica d’una di quelle osterie tanto spesso invocate (complici anche il paio di birre sorseggiate, unici oggetti di scena presenti oltre il leggio e gli strumenti musicali dei due maestri accompagnatori) Pennacchi parla anche di sé. Parla di come ha conosciuto i due maestri, in particolare quel Giorgio Gobbo la cui voce è molto incantevole e già sentita. Sì, già sentita. Giorgio Gobbo, infatti, era (è?) il cantante della Piccola Bottega Baltazar, un gruppo storico dell’indie italiano, che ha regalato, per i pochi melomani sotto il Po, bellissime perle come Rapita da un pettirosso, Stregata da un sorriso, L’ombra del Caliburo (omaggio al Colombre di Buzzati, di cui quest’anno cade il cinquantenario della morte) o la cover de Un giorno come un altro, eseguita insieme ad Alessandro Grazian e i Non voglio che Clara. Se i brani con cui accompagna Pennacchi strizzano più l’occhio (per loro stessa ammissione) alle murder ballad di Nick Cave e non, infatti, l’ugola del cantante d’Oltrepò sarebbe mirabile e dagli accenti di un bellissimo lirismo, che fanno della sua presenza un surplus degno di fierissima nota e un vantaggio competitivo non da poco che si aggiunge alla faretra dello spettacolo Pojana e i suoi fratelli.
Appunto quanto al titolo che ci richiama a dov’eravamo rimasti prima della digressione melodica, Pennacchi (ed è qui che si fa assai vicino al teatro civile di nomi più diffusi, basti pensare all’ultima intervista che ci ha rilasciato Celestini stesso) si rivela anche, se non soprattutto, affabulatore, raccoglitore di storie, recuperatore delle stesse, riscattandosi da un pubblico che forse era convenuto unicamente per ridere beato (e un po’ beone) in modo rassicurante. Qui, invece, Pennacchi rivela la sua arte di schiodinatore, di regista teatrale che ha portato, porta e forse porterà ancora, il teatro non fra le borghesissime poltrone dei salotti buoni ma nelle carceri, fra quelli che a teatro non ci andavano nemmeno quand’erano a piede libero. E in questo scambio reciproco che, solitamente, va sempre tutto a guadagno di chi meno si direbbe (il teatrante) c’è andato guadagnando le loro storie, assorbendole come spugna, impregnandosene la propria mimica, conservandole, preservandole e, con l’inganno, restituendole a quel pubblico che era lì per essere rassicurato e mica per sentire di maestrine settantenni pluriomicide à la Arsenico e vecchi merletti, di rivoluzionari topicida che vogliono passare, dopo i roditori, a liberare la terra di parassiti ben più infestanti e molesti (i padroni della società dello spettacolo), fino al Pojana stesso, un imprenditore dal grilletto facile che vuol improvvisarsi il Robocop del Polesine.
Storie di ordinario provincialismo padano sui cui impaludamenti soffia, stagnante, il vento immobile del perturbante. È il lumpenproletariat che bussa alle porte del teatro, tamburella sulle schiene del pubblico impellicciato e gli scava il confortevole terreno da sotto i piedi, ricordandogli cosa l’attende fuori. E a farcelo entrare è Pennacchi stesso, riprendendo quella che un poco dovrebbe essere la funzione del teatro. Non tanto rassicurare o essere accomodante. Anzi, tutt’altro. Sminare. Spiazzare. Tendere imboscate. Far cadere nei tranelli. Pennacchi ci riesce. Mina certezze. Col sorriso e divagando, mimando, quasi panteresco, con tempi comici perfetti e padrone assoluto anche dell’ultimo dei tendini del viso, ungendo così la nostra attenzione, senza farci accorgere di star deragliando insieme con lui verso spiacevoli verità d’un sottobosco poco lusinghiero. Una picconata alla volta, infatti, apre una breccia nella diga che separa il pubblico in sala dai racconti che narra, liberando quel fiume carsico di razzismo, ignoranza, abbandono, povertà, odio di classe misto a odio fra poveri, di cui poco si vuol sapere e meno ancora si vuol fare, che erompe e investe, catartico, il pubblico, travolgendolo via in questa fiumana di storie. E così, se con una mano ci ha fatto ridere, con l’altra ci ha fatto pensare. Che poi è tutto quel che vale. E ci è di conforto sapere che forse fra venti o trent’anni, quando saremo più o meno passati noi, lui, loro, da qualche parte, qualcuno potrà ancora leggere di uomini che hanno costruito un carro blindato artigianale per assediare il campanile di San Marco, o di un malcapitato ragazzo di periferia che non ha trovato di meglio, nella vita, che guadagnarsi il pane facendo la guardia giurata, e dopo la bottigliata in testa d’un figlio di papà strafatto e ubriaco lercio, ha finito per placcarlo più del dovuto.
Pennacchi non fa che fare propri i versi finali de La città vecchia di De André, per motivi che è facile prevedere. Perché, forse, se continueremo a sentire queste storie, ad ascoltare i diretti interessati con orecchi meno giudicanti, chiedendoci cosa abbiamo fatto per dar loro un destino migliore, se avremmo potuto fare qualcosa di più anziché far finta che non esistessero, salvo notarli solo quando è troppo tardi, forse, chissà, uno, fors’anche solo uno, ci riuscirà a tenerlo presente, e guardarlo per ciò che è e continua a essere: un individuo come noi.





Pojana e i suoi fratelli
di e con
Andrea Pennacchi
musiche dal vivo Giorgio Gobbo, Gianluca Segato
produzione Teatro Boxer
in collaborazione con People
lingua italiano
durata 1h 15’
Napoli, Teatro Nuovo, 2 aprile 2022
in  scena 2 e 3 aprile 2022

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