“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 07 Marzo 2022 00:00

Il teatro di cittadinanza a est di Napoli

Scritto da 

“Le civiltà sono qualcosa di finito”
e nella vita di ognuna
 “viene un momento in cui il centro non tiene più.
 Ciò che allora le salva dalla disintegrazione non è la forza delle legioni [...]”
una volta perso il centro “il compito di ‘tenere’, allora,
ricade sugli uomini delle province, della periferia.
Contrariamente a quanto si crede di solito,
la periferia non è il luogo in cui finisce il mondo –
è proprio il luogo in cui il mondo si decanta”.
(Il dilemma dell’aragosta, Stefano De Matteis)

    


Si può insegnare all’università. Si può insegnare all’asilo. Si può insegnare alle medie. Si può insegnare nei classici o negli istituti tecnici. Ogni classe, ogni fascia d’età, ogni sotto(a)ceto sociale (sottoceti, sì, perché ormai afferiamo tutti a un unico, grande, ceto, al punto che si possa distinguere solo fra il mediobasso, il bassobasso, il medioalto, l’alto, e l’altissimo, ma sempre uno, solo, borghesissimo, da tanto di quel tempo che è difficile ricordarsi come fosse prima), ha le sue difficoltà. Il suo linguaggio. La sfumatura del proprio modello culturale.

Calandosi in ciascun contesto è necessario variare il proprio setting di strumenti. Altrimenti non si arriva e, in questo caso, se non si arriva non ha senso nemmeno partire. E dall’altra parte se ne accorgono subito. Hanno un grande senso del tempo. Può capitare che una terza classe di un classico del centro di Napoli non abbia idea se l’Italia abbia vinto o perso la Seconda Guerra Mondiale. Può capitare che a un esame universitario magistrale gli studenti non sappiano chi sia la Thatcher (sic), o quando sia morto Mao Tse-Tung. Non rileva. Tutto ciò non rileva. Immagino che l’acculturazione italiana (tremenda, imbarazzante, dilagante, ma nient’affatto sorprendente) sia sufficientemente scontata nella sua trasversalità, al punto da non conoscere distinzione di genere, età, classi, trascendendole e assurgendo, almeno lei, all’universalità tanto irraggiungibile in altri sensi.
Il quartiere, no. Il quartiere di provenienza ancora rileva. E molto. I ragazzi che sono stati in scena al Bellini (sia ringraziato per la sua scelta di campo e per la preziosa καιρός che offre, da vero teatro civile) conoscono Napoli. La vedono in tv. Ci vengono anche, ogni tanto, per uscire. Vanno a Via Toledo (troppo lunga, troppo stancante, troppa gente, uno ’ncuoll a n’ata) o ai baretti. La conoscono, ma non ci vivono. Gli piace pure, forse, ma non vi appartengono. Loro appartengono a un altro luogo. Alla periferia. E lì la storia è tutta un’altra.
Vivono a Ponticelli, ma non sanno perché si chiami così. In rioni dai nomi pittoreschi, come il CONOCAL, Le cinque torri, ’e cuoll’ ’nzavate, ecc ecc. Periferia est. Fra zingari e mao-mao, raccontano. Un quartiere non abbastanza visitato, che basta googolarlo per sapere perché è famoso. Per le stese. Perché sono tutte case popolari. Non perché è il primo quartiere d’Europa ad essersi rivoltato contro il nazifascimo. No. Nemmeno perché ha dato i natali a Bordiga (non si spiegherebbe altrimenti la scuola recante il suo nome; c’è da chiedersi se all’università qualcuno lo conosca). Un quartiere nato bene, poi operaio, poi finito male. Un giorno alla volta.
I ragazzi di Ponticelli, delle periferie, sono diversi. Non speciali. Diversi. Più veri. Hanno più fame di verità. Come se avessero meno tempo dei loro coetanei di città per accontentarsi di qualcosa di meno. I loro giudizi sono più netti. L’attenzione più accesa. Sono cresciuti così, con poco tempo da perdere. Te ne accorgi perché sono delle spugne. Molto diversi dai guappetielli di città: ambiziosi, arrivisti, anche loro, magari, infrattati nel drop-out ma, in fondo, imborghesiti, vinciuti, già arrivati. Già persi. Già manager dell’analfabetismo di ritorno, più Lucignolo che Pinocchio.
Se vuoi sapere la differenza fra il principio di uguaglianza formale e quello sostanziale, sanciti dal bell’Articolo 3 della nostra Costituzione Italiana (1948, le date sono importanti), spingiti in periferia. Perché lì le occasioni sono meno e la forbice della disuguaglianza è ancora più spalancata. E i ragazzi lo sanno. Perciò le sprecano anche meno, le opportunità. Il loro è un disillusionismo illuminato. Non sciupano perché sanno che intorno a loro c’è così poco. In periferia si sa presto che lo sgocciolamento delle occasioni (quella teoria del tricle-down in base alle quale investendo al centro, virtuosamente, si avrà un effetto a cascata con effetti positivi anche ai margini... come un’esternalità positiva da invisibile mano smithiana: una smentita bruciante e visibile se la portano su ogni faccia, come una voglia fragolina) è un mito e di alternative riservate loro ce ne sono sempre meno. E allora si è concreti.
Quel che accomuna i ragazzi di periferia e di città, però, resta il disamore per la scuola: non più gentiliana, ma gerarchica, aziendalistica, circo di stagisti, insegnanti di sostegno, educatori, tirocinanti, responsabili aziendali, tecnici informatici, presidi, vicepresidi, DSGA, PON, POF, alternanza (per avere la doppia morte bianca), personale ATA. I ragazzi sono numeri disumanizzati, caselline da riempire di nozioni e informazioni, senza mai fermarsi a chiedere come stanno, senza insegnar loro un metodo di studio, o un uso critico e consapevole di Internet e dello smartphone, figurarsi la lettura di un giornale o il commento di una notizia (la guerra, il centenario di Pasolini, di Fenoglio... e buttava malissimo già prima della DAD). Cambia il metodo, però. Nelle scuole di città c’è una certa mollezza, ormai, affermatasi. Lo studente non va traumatizzato. Non si richiama. Non si induce ad andar via. C’è la concorrenza: con meno iscritti scema il prestigio dell’istituto. Va male la campagna di rinnovo. È proprio un’azienda.
In periferia no. In periferia si va per le spicciole. C’è meno pazienza. I ragazzi sono meno inclini alla distrazione (vedi sopra). Sono sfidanti. A pieno viso. Stancano. Infastidiscono. Sono visti come inciampi verso la fine dell’anno. E quindi bisogna liberarsi dei più burrascosi. Con la falce più che col setaccio. In modo grossolano. Senza approfondire, facendo di tutta l’erba un fascio (di erba cattiva), senza separare il grano dal loglio: è tutta segale cornuta. Tanto, si pensa, sono già condannati. E loro lo sanno che sono visti così. Invisibilizzati i loro talenti, non vengono riconosciuti. Peccato. Due parabole in una vita sola.
Fine della triste storia triste: ricominciamo.
I ragazzi di Ponticelli e il laboratorio di teatro. La teatroterapia. Un anno di prove e lavori sotto la guida dei bravissimi e incredibilmente dediti Giuseppe Di Somma, Giulia Menna e Francesca Fiorillo, che si sono spesi senza risparmio. Sessioni con un maestro di scherma (Nicola De Matteo), anche se poi le spade sono solo tronconi di mazze di scope. Adulti educatori, anzi, educaTtori, che li seguono, li ascoltano, provano con loro, calcano il palco con loro. Non li fanno sentire soli. Non li fanno sentire pattume nel grigiume. Il tutto senza chiedere loro un centesimo. Infine, il grande debutto. A teatro. Un teatro vero. In pieno centro storico. Con la quasi-storia di Romeo e Giulietta, una scrittura libera ma rispettosa di un grande classico, adattato ai suoi interpreti e che riadatta gli stessi.
Il teatro è crudele. Lo è sempre stato. Sul palco sei solo. Se sei bravo, a teatro, sei bravissimo. Se sei male, invece, sei malissimo. Il teatro non cela. A teatro si finge più difficilmente. Perciò fa paura. Non c’è dove acquattarsi. Lo spettacolo di Nicola Laieta non ha una scenografia dietro la quale potersi infrattare. Il palco del Piccolo Bellini (non tanto Piccolo, anzi) è con la platea quasi a ridosso, al punto che non serve microfono e ai ragazzi s’è dovuto insegnare a usare il diaframma. A teatro, se sei falso, arriva prima addosso. Ma se sei vero?
“Dobbiamo cercare di rivivere al meglio nella performance – che sia un rituale, una festa, il teatro o altre forme attive di religione, legge, politica e arte – le scintille di vite che ci sono state trasmesse socialmente, ma che sono biologicamente spente” (cit. Il dilemma dell’aragosta, Stefano De Matteis, antropologo, esperto di teatro, professore di ruolo a Roma Tre, edito da Meltemi).
Incantano i ragazzi di periferia. Incatenano anche un po’. Scaricano addosso, tutto, senza filtri. Le loro storie. Le loro emozioni. Fuori e sopra il palco. Senza soluzione di continuità. Portano anche lì sopra le loro verità. E se ne viene investiti di rimando.
“Perché l’uomo è un ‘animale che si rappresenta’, sempre e comunque. E questo non solo per un vezzo narcisistico ma [...] le sue performance sono importanti perché sono riflessive, ‘rappresentando l’uomo si rivela a sé stesso [...] noi ci riveliamo a noi stessi [...] non solo agiamo [...] ma siamo anche agiti”.
La scrittura è brillante e vivace. Le trovate attualizzano il testo e lo contemporaneizzano senza volgarizzarlo, tradendolo il giusto, rivelando uno studio lungo e interstiziale. Le balie velate di Giulietta sono un misto di comari di Windsor, sorelle streghe, triade malefica, un po’ Parche, un po’ Moire, un po’ Norne e un po’ coro greco. Filano la vita che, in questo caso, coincide col Unmei no akai ito che lega Romeo a Giulietta. Le due narratrici, bravissime, partecipi, battibeccano e duellano, due poli opposti, due lobi della mente bicamerale a confronto: una ragione e una sentimento (un po’ come la Austen, un po’ come Maria Nazionale). Impossibile riportare ogni siparietto e gustosa deviazione dal testo del bardo di Stratford-upon-Avon filtrato da Laieta (Maestro di Strada dal 2005). Le domestiche dei Capuleti, simili al coro delle lavandaie desimoniane. La bravissima madre di Giulietta. Il divertentissimo Paride, con la sua spalla comica. Ma non si ride solamente. Ci si commuove anche. La storia grande fa il pari con quella piccola. I dissidi fratricidi. La violenza insensata. Spose bambine condannate ad andare in marito per uscire da pareti domestiche solo per imprigionarsi in altre. Succede ancora oggi. Non succede poi tanto lontano. E quella frase che Frate Lorenzo ripete ossessivamente (“passioni violente generano azioni violente”), suona tantopiù vera e sinistra. Pur con le sue divagazioni (la gustosissima scena dei pensieri che si rivoltano contro lo stesso, manco a dirlo, bravissimo Romeo) questa versione ‘rischia’ di esser persino più fedele alle altre perché l’età degli interpreti è molto più vicina a quella dei protagonisti del testo. E così la loro incertezza. Il loro senso di sconforto. Lo status di impotenza davanti a meccanismi che devono subire più grandi di loro, faide familiari che spesso stritolano chi ci capita in mezzo e, per sfuggire alle quali, restano poche alternative, una delle quali è proprio quello stesso esilio che a Romeo viene offerto (il fujetevenne eduardiano, sempre per rimanere in teatro, purtroppo sempre attuale). Ogni ragazzo porta con sé la sua storia. La sente forte bruciargli sulle guance come se la vita l’avesse schiaffeggiato. E la riporta, fedele, gettandoci addosso le sue emozioni: attingendovi ed espettorandole. E a questa empatia non si riesce a sfuggire.
Ma non c’è niente di male in questo. Nell’andare. O nello scegliere di restare. Dipende sempre se sia stata una scelta libera o meno. Ma per scegliere, bisogna conoscere. Da cui, anche, la valenza del teatro. Come: “Passaggio di testimone. C’è un campo che, coltivato, ci può dare da mangiare, prima di andare via, perché i giovani sono fatti per andare via [“per diventare adulti” – sostiene De Matteis – “bisogna lasciare il ruolo che si è avuto fino a quel momento, quello di bambini; esistono rituali in cui questo distacco viene rappresentato addirittura con una morte simbolica prima di ritirarsi in una zona appartata di margine, dove si viene preparati al nuovo ruolo; e solo dopo si potrà tornare in società con il nuovo status, e magari anche acquisire un nome nuovo, quello adulto”. E, infatti, Giulietta chiede proprio questo: “Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome, o se non vuoi, giura che mi ami e non sarò più una Capuleti. Solo il tuo nome è mio nemico: tu sei tu. Che vuol dire ‘Montecchi’? Non è una mano, né un piede, né un braccio, né un viso, nulla di ciò che forma un corpo. Prendi un altro nome. Che cos'è un nome? Quella che chiamiamo ‘rosa’ anche con un altro nome avrebbe il suo profumo. Rinuncia al tuo nome, Romeo, e per quel nome che non è parte di te, prendi me stessa”. E cos’è, il teatro se non – a parte quello consumistico e solipsistico – l’ultimo rituale contemporaneo?], a un certo punto, facciamolo fertile. Nel nostro lavoro l’idea del passaggio di testimone è fondamentale, anche perché, cinque anni fa siamo venuti al Bellini ma otto anni fa abbiamo cominciato un’altra pratica bellissima, cioè far lavorare insieme giovani adulti e adolescenti affinché avessero di fronte dei ragazzi come loro, un po’ più grandi che potessero essere un modello positivo per avere voglia di crescere. Perché a volte non viene voglia di crescere. Si vorrebbe rimanere sempre bambini [...] invece, come disse una volta un ragazzo: ‘Ah, tu si ’e Ponticiell’ e ffai ’o psicologo?’. Proprio questi lampi di novità sono quelli che noi reputiamo importanti per il nostro lavoro. C’è una cosa che unisce i ragazzi e gli adulti e li fa lavorare ben oltre i tempi necessari, ed è la passione. Questa passione comune permette di sorvolare i limiti a volte economici che i progetti sociali hanno”.
Questo è il discorso introduttivo di Laieta, in veste di membro di Trerrote, l’associazione di teatro, arte, ricerca ed educazione che, da anni, si cimenta in questo difficile connubio e prova a portare i ragazzi di periferia in teatro e il teatro nella periferia fra i ragazzi. Un sodalizio di artisti, attori ed educatori per offrire ai ragazzi nuove possibilità di espressione che portino a una fioritura del loro potenziale non solo umano ma anche generativo e quindi artistico. La modalità con cui opera, Trerrote, è quella della peer-education, ovvero crescere ma insieme, non in maniera verticistica o verticale, ma facendo crescere, insieme con noi stessi, ciò che ci circonda, e ponendo quindi la comunità stessa in cui i giovani sono calati al centro di questa fioritura e occasioni di cambiamento. Un adattamento, in chiave partenopea, al capability approach di Amartya Sen (prof di Harvard e vincitore del Nobel), in base alla quale l’empowerment umano passa per l’uguaglianza e la possibilità di pervenire al benessere richiede siano massimizzati tre valori di conversione: le qualità individuali (ma qualcuno deve riconoscertele e contronarrare la loro sistematica valorizzazione in virtù della tua nascita in un ghetto marginalizzato), sociali (smarcandosi, quindi, dalle puntuali pratiche discriminatorie o invisibili network di potere parastatale) e ambientali (no comment). Non è un caso che a Sen si accodi la Nussbaum, i cui studi sono importanti in merito all’educazione e al ruolo, nella stessa, del cum-patire, quel sentire insieme che è la base del teatro che, nuovamente, non a caso, la Nussbaum ha studiato alla New York University (in particolare greco: di nuovo, non a caso, in passato, Trerrote ha portato classici come Lisistrata o Antigone).
Che c’entra la vita felice aristotelica col teatro di periferia napoletano? Perché questi studiosi ci insegnano che la vera libertà è quella di tornare a immaginare l’individuo (trascendendo stereotipi, origini e contesti) e che se le capacità non si esprimono, spesso, ci dicono, è per mancanza di istruzione o educazione inadeguata. È rimediando a questo che si può pervenire a quella che questi filosofi chiamano “fioritura umana” (e dove fioriscono i figli ce lo insegnava De André). Con lo studio e la messinscena dei classici da parte di adolescenti si prova a scardinare quella loro “periferia interiorizzata” (è il linguaggio pedagogico degli oggetti: se tutto intorno a te è degrado, ogni parvenza di bene comune decaduto, se tutto l’universo intorno a te non vale niente... da questo imprinting cosa puoi dedurre sul tuo valore? Qui siamo ben oltre le finestre rotte di Wilson e Kelling) riconsegnando loro quella fiducia in loro stessi e nell’autoriconoscimento delle proprie capacità di riscattarsi e autodeterminare il proprio potenziale a dispetto di provenienza e disuguaglianza. Lo si fa coinvolgendoli attivamente nel lavoro teatrale, innestando in loro quel multiculturalismo che gli consentirà di provare un senso di appartenenza all’intera comunità umana, e non solo al rione, offrendo loro la conoscenza di alternative culturali, e, nello spazio liminale fra la finzione e il gioco, uscire dalle corazze emotive di cui devono dotarsi per sopravvivere alla strada, da quelle comfort zone che proteggendoli li ingabbiano, e mutare nella relazione con gli altri, nell’incontro col diverso da sé. Come dice di nuovo De Matteis: “Abbiamo tutti la possibilità di essere creativi in quanto tutti siamo dotati dei processi mentali e della capacità di acquisire, utilizzare ed elaborare varie forme di linguaggio, con cui possiamo fare e disfare [...] inventare e ricreare il mondo”.
Ma non solo. Se il teatro è l’ultimo rito, l’ingresso nel cerchio sacro, quello della parola magica, esso è anche “la fase liminale, la fase della nudità e della massima vulnerabilità” per chi ci entra e condivide “l’essenza di tutti i rituali: essi servono a modificare e a trasformare; i riti di passaggio scattano quando si raggiunge un punto massimo, fisico e/o sociale, oltre il quale non si può andare, e innescano un processo [...] l’esempio più immediato? Raggiunta l’adolescenza deve arrivare il rito di passaggio che guida verso l’età adulta [...] accostarsi al rito significa approssimarsi al limite, arrivare al momento in cui una particolare condizione diventa invivibile e si deve quindi procedere al cambiamento. E per realizzarlo bisogna essere preparati: ci si separa, ci si allontana dal proprio mondo o dal proprio gruppo e ci si isola. Si entra così nel periodo liminale [...] in questo stadio non si è. O meglio [...] non si è più e non si è ancora [...] i neofiti, coloro che devono accedere a un nuovo ruolo [...] si ‘spogliano’ della loro condizione, lasciano l’abito e la precedente vestizione e, per incamminarsi verso il nuovo ruolo, per indossare il nuovo habitus, devono attraversare lo spazio del limen. E lo attraversano nudi. Senza protezioni e difese [...] in questo spazio i soggetti sono considerati tabula rasa su cui scrivere e programmare il futuro, incidere le regole comunitaria, i sacra o i princìpi della collettività in vista del nuovo ruolo che dovrà essere ricoperto [...] è all’interno dello spazio liminale che si scatenano le più stupefacenti libertà narrative, che consentono la riformulazione di universi comuni, la riconsiderazione di alternative, la possibilità di elaborare proiezioni e progetti, in uno straordinario esercizio di creatività da parte degli individui”.
E, ancora, un’altra storia si sovrappone a questa (quando un classico è universale, capita, sarà per questo che Laieta sceglie sempre di portare classici fra i suoi attori). Non ce n’è bisogno ma ci viene detto nel preambolo. La storia di altri fili rossi del destino tranciati da eventi incontrollabili che realizzeremo solo fra tanti anni (e che poi le nostre scuole si scorderanno di insegnarci). La storia di famiglie che si fanno la guerra dimenticando la loro fratellanza e i loro legami.
“Ci sta da dire una sola cosa semplice e difficile: in questo spettacolo noi vedremo due giovanissimi che sono costretti a stare ai lati opposti di una barricata. In questo momento ci sta qualcuno che ha pensato che noi potessimo stare ai due lati di una linea rossa che divide gli amici dai nemici. Essere contro la guerra significa questo: vincere contro il senso di morte che viene messo in ognuno di noi. Non perché ci sono i morti e ci sta il sangue, ma perché ci viene impedito di pensare di essere persone. Gli educatori devono, necessariamente, essere contro la guerra. Giulietta e Romeo erano contro la guerra. Voi adesso vedrete che per esser stati gettati in una situazione di guerra sono stati costretti a morire. E noi dobbiamo sopravvivere alla guerra perché siamo capaci di non morire dentro. Di non accettare (come dice il generale von Clausewitz nel suo Della guerra) che quando c’è una guerra c’è una linea rossa: di qua ci sono gli amici e di qui i nemici. Quella linea rossa noi la rifiutiamo. Così come l’ha rifiutata una signora che si chiama Olga, che vive ai confini fra Russia e Ucraina. Le hanno chiesto con chi si schiera e lei ha risposto che è neutrale. Com’è possibile, le hanno chiesto. Ha risposto: ‘Guardi, io ho scoperto che mio fratello sta nell’esercito russo e non sapeva neppure cosa stava facendo. Dall’altra parte del confine ci sta la maggior parte dei miei amici e anche qualche parente. Mi dica lei come faccio a essere da una parte o dall’altra. Io sto da tutte e due le parti’. Questo è il messaggio da tenere a mente quando ci sono le guerre. Un’artista russa ha detto ‘io da quando sono diventata madre mi sto interessando molto di più della politica e della guerra’. Bisogna importarsene della guerra perché sono i nostri giovani che ne pagano le conseguenze. Prima al loro interno e poi, purtroppo, al loro esterno. Godiamoci questo spettacolo e teniamo la mente fissa a questa linea rossa che non ci deve essere”.
Le parole di Cesare Moreno, presidente dell’Associazione Maestri di Strada ONLUS, tra i coordinatori del Progetto Chance per il recupero drop-out della scuola media e maestro elementare, ricordano una vecchia lezione, spesso dimenticata, in questo eterno groundhog day nel quale il paese dell’oblio ci costringe a vivere, sul pacifismo (per distinguerlo dalla mutria cretina dei pacifinti): essere a favore della pace è diverso da essere contro la guerra, ed essere partigiani gramsciani è assai diverso dall’essere animati da “malsane forme di solidarietà per inimicizia, cioè uniti contro gli altri, estranei o stranieri che siano (idem)”. E se è giusto aprire corridoi umanitari verso l’Ucraina, ciò non può dare la stura a riprovevoli forme di autocensura come la cancellazione di corsi universitari su Dostoevskij perché ritenuti divisivi (altro sic) o l’esclusione di atleti dalle paraolimpiadi solo perché, come Romeo e Giulietta, “nati sotto cattiva stella” governativa. Non oversemplifichiamo questa crisi. Per dirla à la Žižek: “Viviamo veramente tempi interessanti”.
Piccola nota autobiografica di colore: recentemente sono stato a un corso di formazione d’un’associazione che si occupa di mediazione culturale, accoglienza con case famiglia per minori stranieri non accompagnati e corsi di italiano per migranti. In uno di questi incontri ho avuto modo di conoscere un loro ex beneficiario. La sua testimonianza si è rivelata preziosa perché ci ha trasmesso come, arrivato in Italia, fosse caduto preda di una, comprensibilissima, sindrome apatica da shock culturale, che lo costringeva a vegetare a letto, afflitto da un’anedonia indolente e atarassica. Impossibile da scrollare via questa sua indifferenza totalizzante, non riusciva a far altro che mangiare e dormire, ancora con la testa ai compagni morti durante il viaggio di due anni, o in mare, il che lo rendeva impermeabilizzato a qualsiasi proposta degli educatori. A un certo punto, gli è stato proposto il teatro. E lui ha ricusato, ovviamente, anche quella. Poi, però, una vocina, che è quella dell’attaccamento alla vita, ma non la sappiamo mai riconoscere prima, gli ha suggerito di cimentarsi. Il primo esercizio che gli è stato ventilato prevedeva di guardare negli occhi un altro e sorridere. Sorridere. Una volta tanto la sua reazione non è stata di cinismo, indifferenza e fatalismo. E ha cominciato a sciogliersi. Ora è un mediatore culturale, scrive sceneggiature e fa l’attore. Questa è la forza del teatro nell’educazione.
Lo spettacolo termina, si sollevano le tende. Scrosciano i meritati applausi. Le emozioni dirompono. Fuori, quando si accalcano all’uscita, verso la navetta, i ragazzi si riconoscono subito. Si sbracciano. Salutano. Prendono congedo da quel centro storico, ancora inebriati dell’adrenalina di aver calcato un teatro vero, di quasi centocinquant’anni. Risalgono nella navetta che li riporta nella loro periferia. Forse, da oggi, non sanno ancora cosa sperare per loro stessi, ma sanno cosa sognare. E i loro sorrisi euforici, ebbri di adrenalina, tantopiù veri quanto rari, per le storie difficili da cui vengono e alle quali tornare, sono il più bello degli spettacoli, in questa pungente notte napoletana.





La quasi storia di Romeo e Giulietta
regia e drammaturgia
Nicola Laieta
maestro d’armi Nicola De Matteo
costumi Martina D’Ascoli
oggetti scenici Peppe Cerilo
movimenti scenici Ambra Marcozzi
aiuto regia Giuseppe Di Somma, Giulia Menna, Francesca Fiorillo
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini − Maestri di Strada ONLUS – Trerrote (Teatro Ricerca Educazione)
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Piccolo Bellini, 2 marzo 2022
in scena 2 e 3 marzo 2022

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