“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 31 Gennaio 2022 00:00

Gli incondonabili errori che ci portiamo dentro

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Ma che è successo?
Eh?
È qui che è successo tutto.
Proprio qui.
Proprio qui dove andava tutto bene.
Dove è andato tutto bene per tanto tempo.
E dove, un giorno, molto rapidamente tutto è andato male.

  

 

The Spank è tratto da un testo di Hanif Kureishi del 2020, edito in Italia da Scalpendi, per la quale ha inaugurato la collana Teatro diretta da Federica Mazzocchi. Autore anglopakistano, noto per Il Buddha delle periferie, dai suoi Intimacy e The Mother sono stati tratti film che hanno vinto, rispettivamente, Berlino e Cannes.

Quest’opera (che ha esordito a Teatro Carignano di Torino a maggio 2021, in anteprima mondiale, avendo debuttato la messinscena in Italia) riesce quasi a rispettare l’unità spazio-tempo, essendo tutta l’azione ambientata in un unico luogo: il pub (da cui il nome, appunto) fra i cui tavolini va in scena il dramma di due uomini borghesi, di mezza età (“Dice che i borghesi come noi devono solo morire”). Attraverso l’alternanza di scene, come tableaux vivant, con brevi intermezzi musicali e giochi di luce fra l’una e l’altra, a scandire il tempo che passa, come se si fosse in un film, assistiamo alla dissezione del cadavere di un’amicizia capitolata sotto un insanabile conflitto, e al suo dipanarsi. Un tema, questo, quantomeno imminente, dati i tempi di fragilità psichica (ben più gravi di qualsiasi vulnerabilità fisica) derivanti dal dilagare, ormai al suo secondo compleanno, di una sindemia che sta realizzando quella che De Martino chiamava “crisi della presenza”.
I nostri due protagonisti, Vargas e Sonny − rispettivamente Filippo Dini, anche regista, e Valerio Binasco (amici nella vita ma per la prima volta a lavoro insieme) − sono i più classici fra gli uomini occidentali, in crisi permanente, da post-Sessantotto, nevrotici, nevrastenici, puerili e impreparati a un mondo di sfide e conflitti, specie quelle relazionali. La loro immaturità infatti è tutta lì: nell’incapacità conclamata di essere nelle loro relazioni interpersonali, di saperle vivere e gestire, sia quella fra loro che quelle, problematiche, con i loro familiari.
Trattandosi di due uomini occidentali e bianchi la grande Alterità con cui, più di tutte, temono il confronto e non riescono a entrare in un contatto produttivo, manco fosse un alieno, è la donna (e di cos’altro potrebbero parlare due uomini soli, in un pub, davanti a una pinta di bionda?). Vargas (riferendosi alla moglie: “Senza di lei la mia vita sarebbe un lungo attacco di panico”) e Sonny sono le due facce della stessa medaglia, infatti: titubante antieroe arroccato nel proprio traballante castello di carte, sempre intento a mantenerne un equilibrio precario e uscire dalla giostra della vita minimizzando la massimo le ferite, l’uno; l’altro, invece galleggia, come può, cercando di rincorrere il proprio piacere e una forma di riscatto da quella vita scialba e vuota cui sembra esser condannato, fatta di routine, infelicità coniugale, e un rapporto quantomeno indefinibile coi propri figli adolescenti.
La scrittura è brillante ed è piacevole seguire come si dipana, nel loro autonarrarsi, la rete dei loro affetti e, ancor di più, delle loro ansie e paure e delle loro confidenze. In quel cerchio intimo che è l’amicizia maschile può accadere che uno dei due si lasci andare, esca dal suo ruolo e dal suo tempo, si rilassi al punto da far vedere parte della sua natura vera, per farsi conoscere dall’amico e confidente, per ottenere un feedback dal suo ascolto, per vedersi restituito un tassello, una parte di sé nascosta, senza uno sguardo giudicante. Sonny, scarsamente consapevole (di questo come del resto della sua vita, da cui si nasconde rifugiandosi nell’edonismo cui Vargas, invece, è estraneo e quasi spartano nel suo trascendentismo più di fuga che spirituale) esce dal ruolo che la società ha cucito loro addosso, mostra, per un attimo, uno scampolo di libertà al suo sodale, condividendo con lui una gioia e, probabilmente, peccando più che di mancanza di prudenza, di ostentazione: la sua storia extraconiugale. La sua gioia riflessa, però, come tutte le confidenze e le verità non richieste, si riverbera sull’altro, smascherandone la vita scialba e piatta, e scaricandogli addosso l’involontaria responsabilità, ispirata da un imprevedibile effetto luciferino, di farsi agente del destino e della verità. Vargas tradisce, quindi, il segreto dell’amico vedendo in lui il traditore non tanto di sua moglie, quanto del ruolo che spartiva con lui: quello del buon padre di famiglia, triste, annoiato, arresosi a un’infelicità senza scampo. Da questo si genererà un effetto a catena dagli esiti, se non prevedibili, quasi.
Dini/Vargas è il Virgilio di Sonny/Binasco, assistendo alla sua anabasi fatta d’un inferno di fughe da casa, crisi coniugale, attacchi di panico della figlia, esili in sordidi motel. Su Binasco, infatti, cade l’orrendo stigma del giudizio e del gossip e l’intera società si coalizza contro di lui, punendolo come capro espiatorio per aver osato tentare quel che a tutti loro è vietato: provare a inseguire la felicità come fosse un atto di egoismo anche il solo pensarlo. Il feeling fra gli attori è profondo ed entrambi sono bravissimi nelle loro parti ed è assolutamente godibile, a mano a mano che la storia si evolve e si succedono le rivelazioni, lasciare che ci entri sottopelle la loro recitazione, e i loro visi, da che erano tabule rase, vanno dispiegandosi delle maschere dei loro personaggi. Binasco (cinque premi Ubu, regista, attore, memorabile attentatore nel Noi credevamo di Martone) è bravissimo in una recitazione che è tutta corporale, sulfurea, in come rende sul suo volto il lento smottamento del suo Sonny. Il suo è un crollo nervoso costante e irreversibile, come un franare che dà vertigine. Il suo personaggio prova a districarsi da questo purgatorio di asfissiante anaffettività famigliare, a trovare una ragione, a issare un argine, ma resta, come dapprincipio, impotente come Sisifo.
Le maglie del sistema di consuetudine sono più forti di lui e, a ogni passo che prova per sottrarsi a quella morsa, non ne riceve che ulteriori inciampi infamanti, come una falena che, tentata dalla luce, si trovi prigioniera di una ragnatela kafkiana intessuta dalle infaticabili Penelope del gossip, del rumor, della buona educazione, della condotta ligia, del conformismo disintegrante.
Dini (da me intravisto cinegraficamente in un cameo in America Latina, eppure profondo e intenso anche lì) per contrasto ha una recitazione piegata su se stessa, quasi a sollevare il suo corpo per difendersi dagli schizzi dei rovesci della sorte del suo amico. Non è una spalla ma il necessario controcanto. È un puro piacere assistere a come questi due attori si fronteggino, lanciandosi rimandi, come due schermidori, fatti di parate e affondi, alzando, a ogni scena, il tiro di questo rapporto che si sgretola sotto i loro piedi, come la vita di Sonny (ma anche quella di Vargas, essendo intrecciate, come lo sono tutte).
Due grandi si fronteggiano, e non hanno vergogna di farlo, in un dramma che regala molti risi ridanciani e indossando i panni scomodissimi di due antieroi ridicoli e grotteschi. Si ride molto, infatti, ma è un riso nervoso e antipatico, come quando si guarda qualcuno cadere e farsi del male. È un riso di cui bisognerebbe sentirsi in colpa. Si ride di noi, infatti. Si ride per il nostro impietrimento, la nostra empia mancanza di empatia, la nostra incapacità di riconoscere che le debolezze di questi personaggi sono le nostre, per esorcizzare il timore che, se finissimo per compenetrarci troppo, comprenderemmo che la loro deriva è la nostra, che il vuoto in cui barcamenano le loro vite è lo stesso che il nostro. Sonny ha peccato di hybris (“Io sono passionale, la passione mi si addice”) cercando un riscatto, sfidando le convenzioni con un amore dal trasporto vero, violando il patto tacito su cui si fonda la nostra civile comunione: esser tutti infelici e condurre una vitta piatta fatta di lavoro e casa (“Difficile capire a quale delle tre cantiche appartiene la casa”, Binasco). E per questo atto di tracotanza verrà inesorabilmente punito. Da tutti. Primo fra tutti il suo amico che gli negherà la comprensione.
La verità di Sonny riflette la menzogna in cui vive Vargas, come The Spank fa con le rasserenanti bugie di cui ci circondiamo per proteggerci contro la natura anodina delle vite in cui il tardocapitalismo ci ha confinato, fatte di azzeramento di passioni, lavori ripetitivi e privi di senso, e un istituto, quello della famiglia, la cui crisi si trascina ineluttabile da anni, senza un serio ripensamento della sua natura. Quel primo cerchio, la prima comunità, dove nascono tutte le cose belle ma anche le brutte, crescono, germogliano e si riproducono. E basta poco che esplodano. Come quella bolla in cui le spoglie dello Spank erano immerse: una coltre trasparente, come una medusa spiaggiata e boccheggiante, che si solleva, rivela la verità sotto il tappeto, sconvolge le vite dei suoi personaggi: atomi impazziti che orbitano l’uno intorno all’altro, e poi si richiude su di loro, come un sudario.
Le voci di Dini e Binasco, le voci dei personaggi di Kureishi sono le voci di dentro dell’uomo medioborghese, della sua natura razionale da homo homini lupus, che rivela tutta la sua ferocia nel voler annichilire chi prova a trovare una via nuova e alternativa alle vite che tutti noi siamo chiamati a condurre. La speranza di cambiamento va sempre smorzata senza indugio in questo gioco a somma zero che vede tutti perdenti, riportando alla solitudine primigenia le loro controparti. Perché è quello, in realtà, il peccato originale dei nostri antieroi, la loro grande illusione: quello di poterci essere per qualcun altro, di poter coltivare un reciproco interessamento disinteressato, che sfugga dai meccanismi di mercato (infatti finiranno per avere progetti redditizi in comune, perché l’interesse economico deve sempre primeggiare, e anche qualcosa di antiutilitaristico come un’amicizia fatta di risate in un pub deve trovare una ragione mercantilistica su cui poggiarsi e trovare uno scopo che non sia sé stessa).
Due uomini tristi − incapaci di avere un rapporto sincero con le proprie mogli, impauriti da figli che non sono in grado di comprendere e coi quali non hanno nulla da condividere e non sanno più come comunicare (“Tu hai paura dei tuoi figli?”; “Ne sono terrorizzato. È la prima volta che lo ammetto, anche con me stesso”; “Anch’io. Loro ci giudicano. Tutto il giorno”) − si trovavano, in un pub, per guardarsi l’uno negli occhi. In questo clima di intimità (oggi chissà come recuperabile) uno dei due ha abbassato la guardia. E a quella leggerezza, a quella sconsideratezza cui può capitare di abdicare il proprio, spietato, autocontrollo, lasciandosi andare per un poco, soprappensiero, non c’è ritorno.
Dini e Binasco ci mettono l’anima e il corpo e i loro sguardi che si rincorrono, che si trovano, palline impazzite che si cercano, si assediano, si stringono e si allontanano, ci accompagnano via, con la loro eco, scavandoci una scia dentro, fatta di tutte le nostre relazioni interrotte, le parole che ci sono morte in gola, quel che non abbiamo potuto esprimere o che non ci è stato perdonato, gli errori incondonabili che ci portiamo ancora dentro. Le fini passate sottosilenzio. Tutti quelli che sono andati via e ci sono scappati di mano. Per sempre. I morti da vivi, per noi, appellanti a una pietà che non ci è dato avere nemmeno per noi stessi: non resta, anche a noi, che chiuderci nel ricordo di ciò che è stato e tenerci un poco più stretti ancora i nostri segreti, tanto in fondo che nemmeno noi potremo tradirli.
Sembra quasi di continuare a vederlo, Dini, che se ne va, nel suo impermeabile triste e grigio, col suo inseparabile ombrello, passare davanti al tempio dell’amicizia, reprimere un brivido di freddo e chiedersi, nella notte senza luce, dov’è andato Binasco (coi sui occhi bistrati e balenanti al fulmicotone, come un Dennis Hopper piemontese) a smarrirsi.
Questa sera abbiamo visto le fiammelle di questi due attori danzare, in punta di piedi, passare sui loro volti tutti gli animi dell’umano essere: dal riso, dalla beffa, dal motteggio (la santagostiniana ‘burla di dio’ che si fa beffe di loro), dalla tristezza, dalla pacata disperazione, dal capitolare e dall’apprensione alla rabbia, allo sbollentare, all’amarezza. E ce ne porteremo ancora, dentro, per molto, gli sguardi.
The Spank è la storia di due uomini, alla fine, la cui identità è messa all’incanto e la virilità smarrita (tenendo presente che le virilità sono tante, alcune anche fragili, come dice lo stesso Binasco in questa preziosa intervista).
Due uomini che cadono. Che cadono insieme. E poi ognuno per conto proprio.



Amicizie del genere non appartengono all’ambito delle alleanze,
e neanche a quello del networking.
Non sono relazioni mercantili,
e in esse non dovrebbe esserci né profitto né vantaggio.
L’amicizia è una forma di ozio intenzionale.
Il rapporto si basa sulla parità, non sul potere.


Non è facile volersi bene

[...]
io me l’ero dimenticato l’incanto dell’amore.
Sonny



 



The Spank
di Hanif Kureishi
traduzione Monica Capuani
regia Filippo Dini
con Filippo Dini, Valerio Binasco
scene Laura Benzi
costumi Katarina Vukčević
luci Pasquale Mari
musiche Aleph Viola
aiuto regia Carlo Orlando
assistente alla regia Giulia Odetto
foto di scena Luigi De Palma
produzione Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale
per gentile concessione di The Agency (London)
lingua italiano
durata 1h 40’
Napoli, Teatro Bellini, 25 gennaio 2022
in scena dal 25 al 30 gennaio 2022

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