“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Roberto Cirillo

Tre camicie per Chet

Sono pochi o nessuno i segreti che ancora indugiano intorno alla vita e alla morte di Chet Baker, l’angelo con le rughe. I tratti salienti della sua parabola ci vengono restituiti con puntuale partecipazione, fra what if… e realtà, da Raffaele Di Florio (habitué di queste atmosfere: suoi anche Fellinjazz e Pomigliano: la fabbrica del jazz).

Gli incondonabili errori che ci portiamo dentro

Ma che è successo?
Eh?
È qui che è successo tutto.
Proprio qui.
Proprio qui dove andava tutto bene.
Dove è andato tutto bene per tanto tempo.
E dove, un giorno, molto rapidamente tutto è andato male.

  

 

The Spank è tratto da un testo di Hanif Kureishi del 2020, edito in Italia da Scalpendi, per la quale ha inaugurato la collana Teatro diretta da Federica Mazzocchi. Autore anglopakistano, noto per Il Buddha delle periferie, dai suoi Intimacy e The Mother sono stati tratti film che hanno vinto, rispettivamente, Berlino e Cannes.

… Poi che il superbo Ilïón fu combusto

Inizia con un lamento. Un lamento profondo. Gutturale. Cavernoso. Che sale dal ventre ferito e si ingrossa. Ma non trova sfogo. E si blocca. Si infrange contro le pareti dei denti che gli impediscono di sboccare. È un lamento terribile perché muto come quello di Lavinia nel Tito Andronico. Che risuona nella testa fino a farla scoppiare. È un lamento che sale, come il mugghiare del mare. Un mare che non è in tempesta. Un mare che è ricoperto di fuoco greco. Il fuoco che brucia anche sul pelo dell’acqua. Tutto brucia, di questi tempi.

Un mare così non lo vedremo mai più

“Ma non vi danno un po' di dispiacere
  Quei corpi in terra senza più calore?
  Non cambierà, non cambierà
   No, cambierà, forse cambierà”
 (Povera patria, Franco Battiato)

    

Sarebbe banale confermare quel che è già ovvio, cioè che questo spettacolo più che necessario e urgente è tristemente attuale. Sarebbe deplorevole, imbarazzante e niente affatto giusto, per lusingare l’autore, banalizzarlo accostando a passati e presenti capisaldi del pensiero libero e del teatro civile. La verità è che − quando si sono alzate le luci sulla sala (un gioco di luci bellissimo che riesce a impreziosire in modo nient’affatto scontato e banale la rappresentazione a dimostrare che, per fare della grande arte, bastano contenuti e cuore, e non servono imponenti scenografie o allestimenti elaborati) − nessuno non poteva avere gli occhi lucidi.

Una stanza piena di desiderio d’abbandono

 Cos’ha?
Ho freddo.
Non ha freddo.
Ha paura. È un processo di
spersonalizzazione di cui è succube.
Si rassicuri. Io non la lascerò
[...]
Io prima non avevo mai paura.

   

Martone sceglie portare in scena Il filo di mezzogiorno, un libro di Goliarda Sapienza, autrice, perlopiù, conosciuta per un altro libro, L’arte della gioia. Più conosciuta come scrittrice (“Ma perché, io scrivo? Ma sì, novelle, poesie, dove sono? Io le devo cercare, sì, scrivevo, non recitavo più, quanti anni fa, quanto tempo fa, non mi ricordo, ma sì, adesso mi ricordo [...]. Citto mi spinse, come tanti anni prima mi aveva spinto fuori quel cerchio sordo della follia di mia madre [...] perché dovevo continuare ad appassire in quei gesti sbiaditi come fiori di carta?”), in realtà, l’intellettuale catanese è stata anche un’attrice con all’attivo alcune pellicole, in ruoli minimi, soprattutto negli anni ’50.

Sempre sia lodato

se un giorno, all’improvviso,
un’anima ordinaria – per ragioni
imperscrutabili – si inceppa,
il canto di lode verso
il mondo più non sale.

Un malessere molle
e penetrante la invade −
corpo e sensi, una nausea indefinibile l’assale.
    

 

Nonostante la perdurante pandemia, continua a essere un grande anno per Servillo. Un anno in cui inanella, uno dopo l’altro, grandi momenti performativi.

Scoprendo l’altro. Dialogando con Ascanio Celestini

Ascanio Celestini torna a Napoli sul finire del 2021, una volta tanto, non per sostenere i familiari che richiedono giustizia per il figlio ucciso dalla polizia o per i precari o per i disoccupati napoletani o per le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo, ma, al Teatro Nuovo, per portare in scena il suo Barzellette.

La verità non esiste, ne convenite?

Elio Germano torna sul luogo del delitto e si ripropone sulla scena napoletana. Stavolta con un testo pirandelliano. Ma sempre rigorosamente in VR. Basiti e un po’ delusi, lo si segue in quest’altra avventura, slittando nuovamente il momento di goderselo dal vivo, e assecondandolo in questo suo sperimentalismo tutto fuorché luddista.

La libertà è un gatto siriano

Pochi, pochissimi in sala per godersi il bellissimo film L’uomo che vendette la sua pelle. La prima cosa che viene detta in merito all’opera dela tunisina Kaouther Ben Hania (candidato all’Oscar come miglior film straniero) è la sua natura complessa. Ma non è la pellicola a essere complessa, quanto le altre a essersi appiattite a una desolante semplicità.

Ei fu Moebius

Si è tenuta al MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) la mostra su Moebius. Per chi lo conoscesse è stato un gran piacere vedere, fra i reperti della collezione Farnese, come i disegni di uno dei maestri moderni della perizia pittorica non sfigurassero.

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