“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 14 Febbraio 2022 00:00

Tre camicie per Chet

Scritto da 

Sono pochi o nessuno i segreti che ancora indugiano intorno alla vita e alla morte di Chet Baker, l’angelo con le rughe. I tratti salienti della sua parabola ci vengono restituiti con puntuale partecipazione, fra what if… e realtà, da Raffaele Di Florio (habitué di queste atmosfere: suoi anche Fellinjazz e Pomigliano: la fabbrica del jazz).

La luce è quella giusta dei pub. Una luce blu, calda, soffusa, pettinata. Per la vita sregolata d’un genio sdrucito, ruvido, indomito. Si parte dalla fine per tornare all’indietro e poi nuovamente in avanti. Una vita scorsa al rovescio, passata al setaccio, in filigrana, con l’indolenza di chi sa già dove vuol andare a parare. Che non andrà come deve. Che è una partita persa in partenza. Le storie dei jazzisti, quelli bravi davvero, sembrano tutte eguali. Storie di sbandati prestati al virtuosisimo, incespicati nell’impasse, costellati di rapporti mangia&fuggi, e di viaggi incapsulati dietro l’ultima dose stantuffata in vena.
Il trombettista pallido, già portato sul grande schermo da Robert Budreau, nel 2015, in Born to Be Blue, con Ethan Hawke, ondeggia come un uomo scimmia sul piancito del palco. Dietro di sé, l’inframezzo della musica suonata dal vivo dai bravissimi (nonché giovanissimi) Francesco Scelzo ed Enrico Valanzuolo, da dietro una cortina, come le reti per polli dietro cui suonavano i Blues Brothers nel film di John Landis. La nostra mosca da bar preferita ci passa in rassegna la sua ascesa e caduta, da vero angelo, con la spada, invece che con la pistola. Dall’iniziazione, dalla Grande depressione che ne ha salutato, come una cometa, la venuta al mondo. Da quella voce in falsetto poco apprezzabile.
C’è del gusto a parlare di Baker in Italia visto che tanto e tanto lungamente, e significativamente, ha attraversato il Bel Paese, riparandovi dopo i tristi trascorsi oltreoceanici. Ce lo possiamo figurare, randagio, suonare e farsi, ovunque, nei cessi degli autogrill, nel carcere di Lucca, truffato a Napoli, incompreso a Fregene. Ma il blues senza una spruzzata di nostalgia melanconica non è niente, e Baker ne ha da cui attingere. Un amore fugace e perduto, a lungo ricercato, senza successo. E allora di nuovo a perdersi in voli più oppiacei che pindarici: una vita in saliscendi, all’inseguimento, infine, di un filo a cui far presa, nella memoria del mondo, per non far sì che tutto, ma proprio tutto, andasse perso, e inscrivere un senso a quel talento scomodo, sprecato in modo imbarazzante, forse, sicuramente stroncato anzitempo, quando ancora poteva esprimere tantissimo.
Antonello Cossia ha una recitazione pacata, classica, come risentisse anche lui dell’eroina, che gli fa prendere tutto dalla giusta distanza, con una partecipazione posata e una remissione che ben incarna tutto lo spleen di un’esistenza errabonda, fatta di musica e fattanza, errori ed erranze, non sempre fisici, non sempre materiali, ma con tutte le conseguenze del caso, ben impresse sul viso, scavando in fondo, oltre la pelle, fino alle ossa. La recitazione conosce un vero momento di grazia nel terzo respiro, quando viene il congedo dal padre, quella figura che Baker cercava ogni volta che soffiava il suo fiato nella tromba, provando a riscattare il sogno perduto di un padre che alla musica ha dovuto rinunciare per un’esistenza umbratilmente piatta. Non è un caso che lo spettacolo si chiami, appunto, Father and Son. E quel figlio, Baker, lo trova, ma solo per perderlo, chiudendo il suo ciclo personale, e riproponendo quell’irto uroboro di paternità e figliolanza mancata, impossibilitata, negata, che è la sua storia biografica ma anche la condizione universale che in quegli anni si sarebbe paventata per poi realizzarsi pienamente nei tempi a venire che avremmo vissuto. Ma che a Baker non sarebbe stato dato di vedere. Come il figlio. Come il suo amore perduto per sempre. Anche l’anello si chiude: Baker torna a suonare, re-impara, tutto daccapo, dopo aver perso i denti davanti. Dando nuovamente prova di un temperamento e di una costanza invincibilmente implacabile, propria solo dei più grandi. La stessa determinazione che non impiega nel suo resistere alla tentazione di una deriva, puntuale e continua, nella dipendenza. Torna dove tutto è cominciato. E noi con lui. Con tutta la consapevolezza di un lungo flashback esistenziale. Qualcosa s’intravede ma è troppo tardi per costruire qualsiasi cosa. Troppo tardi per recuperare tutto il tempo perso senza accorgersene, mentre si era sempre alla ricerca d’un altro stordimento. Finisce come tutti sanno.
Eppure siamo raggiunti da quel nuovo tassello che la drammaturgia sola riesce e restituirci: spingerci laddove sta l’indicibile e inspiegabile. La terra degli ultimi pensieri di quest'uomo, quelli avuti ondeggiando dalla cima di una finestra sottile, sopra un canale da un hotel di Amsterdam. Forse non è vero che non c’è niente. Forse non è vero che nulla rimane. Che tutto finisce nelle ceneri di quella sigaretta fumata sotto un fanale blu. Qualcosa forse è dato ritrovare. A noi, certo, quel che rimane è quel luogo in cui incontreremo, ogni volta che vorremmo, Baker e tutti coloro che sanno trattarla la musica, per comunicare con chi c’è stato, non c’è più, o c’è ma col quale non sappiamo scambiare le parole che ci meriteremmo.
Cala il sipario e quando si risolleva, fra gli applausi calorosi delle tante e dei tanti amanti del jazz (forse Paolo Conte, almeno su questo, ha sbagliato sapendo di sbagliare), Cossia si lascia andare a una confessione bella e sentita, al ritrovamento del pubblico, dopo un anno e mezzo di teatri vuoti e abbandonati dalle autorità statali, lasciati senza garanzie e soli a loro stessi. Un anno e mezzo che ha fatto comprendere ai teatranti che non sono monadi ma comunità. E al pubblico che il teatro è qualcosa di irrinunciabile, quel luogo, quel solo luogo, in cui, nonostante tutte le innovazioni tecnologiche, si può vedere un essere umano ridere, piangere, parlare, litigare, commuoversi. E farlo insieme a lui. E provarlo insieme a lui. A teatro non si è mai soli: c’è sempre qualcuno col quale co-sentire. Non ha senso un palco vuoto. Non meno di una platea vuota. A teatro bisogna essere in due perché abbia senso, da una parte e dell’altra del palco. E lo fa ricordando il mai troppo ricordato Antonio Neiwiller che, non a caso, (ri-)scrisse: “Che senso ha se solo tu ti salvi”. Nessuno. Che è poi è quello che questi due anni di eco-sindemia ci hanno insegnato. A chi vuol imparare dal passato, certo.





Father & Son − Inseguendo Chet Baker
di
Stefano Valanzuolo
regia Raffaele Di Florio
con Antonello Cossia (voce narrante), Francesco Scelzo (chitarra), Enrico Valanzuolo (tromba)
costumi Annalisa Ciaramella
ideazione scena Raffaele Di Florio
foto di copertina Pino Miraglia
foto di scena Valerie Montanino
produzione Altrosguardo
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Teatro Nuovo, 13 febbraio 2022
in scena 12 e 13 febbraio 2022

Lascia un commento

Sostieni


Facebook