“Scegliere modi di non agire è sempre stata l'attenzione e lo scrupolo della mia vita”.

Fernando Pessoa

Michele Di Donato

Dalla verità alla realtà

Un giallo? Forse... Un dramma delle periferie? Chissà... Nessuno può tenere Baby in un angolo di Simone Amendola e Valerio Malorni suggerisce queste prime domande, per poi, progressivamente allontanarti dalla mente la necessità di una risposta univoca e di una catalogazione di genere. Perché parlandoti di un efferato fatto di cronaca e delle possibili verità che lo compongono, ti sta in realtà parlando di tutt’altro: sta costruendo, attraverso un meccanismo di scrittura di raffinata acutezza, un ragionamento profondo sull’essenza dell’animo umano e su come la verità possa essere una e molteplice, smussata e plurima e non necessariamente un monolito granitico e monodimensionale

Del demone che regalò il paradiso

10 maggio 1987 – 10 maggio 2017: trent’anni esatti dal Primo Scudetto. Chi non l’ha vissuto non può capire fino in fondo; chi non è napoletano, chi non conosce l’intima essenza di questa città ben difficilmente può penetrarne l’immaginario e comprendere cosa quel momento abbia rappresentato per una città e per un popolo atavicamente portato a mescolare vita e fantasia, sogno e realtà, sacralità fideistica e laicità profana.

Donne che corrono incontro alla vita

Ritorni e ritrovi: ritorno al Magma Teatro Club, spazio grazioso di familiare accoglienza e piccola oasi di passione teatrale, dove Libero de Martino e Donatella Faraone Mennella hanno in breve creato e fidelizzato un pubblico assiduo e attento, a testimonianza del fatto che un buon lavoro può attecchire anche nella “provincia addormentata” di prischiana memoria. E ritrovo Vernicefresca – dopo aver visto il loro ultimo lavoro (Ho.me) – le cui vicende teatrali continuano ad appassionarci per i paradossi amministrativi contro cui costantemente cozzano le loro iniziative, che altrove sarebbero ordinariamente lodevoli, mentre in quel di Avellino – per qualcuno – sembrano quasi rappresentare un fastidio, se non addirittura un problema per la comunità, se è vero (come è vero) che un non meglio identificato comitato cittadino si è recentemente mobilitato presentando istanza al Comune per farne interrompere le attività formative (misteri irpini…).

In nome degli ultimi

Entrando in sala, il protagonista di Giuseppe Z. ci aspetta già in scena, di spalle al vocio allegro degli spettatori che adagio prendono posto; mentre mi accomodo noto che uno degli attori – Salvatore D’Onofrio – è lì seduto in prima fila, iniziando così col conferire un primo significato dichiarato allo spettacolo, che individuerò in corso d’opera nell’intento di trasfondere un senso di inclusione del pubblico nella storia inscenata; la scena, ancora in penombra, mostra a metà palco un’impalcatura metallica sotto alla quale Peppino Mazzotta, è accomodato di spalle su una panca senza spalliera; un faro in alto ne illumina in chiaroscuro la figura.

Di Don Peppe Diana, ammazzato due volte

Ventitré anni; sono trascorsi esattamente ventitré anni da quando Don Peppe Diana moriva per mano della camorra di Casal di Principe, freddato in chiesa prima di dire messa. A ventitré anni esatti di distanza, da un 19 marzo a un altro, separati da un tempo che non intacca la memoria, ma che anzi la rinfocola, e su cui s’innerva un teatro che prende forma di intenso afflato etico, traducendosi in immagini e parole che ricostruiscono quel che accadde, la storia di Don Diana diventa spettacoo teatrale. Ma non solo.

Due giorni con Abbondanza/Bertoni

Due giorni a Novoli, due giorni con la Compagnia Abbondanza/Bertoni per due spettacoli diversi fra loro (ma non troppo, se è vero come è vero che tra i due si può ben individuare un denominatore comune espressivo), Le fumatrici di pecore e Romanzo d’infanzia. Due giorni in cui assisto a spettacoli sostanzialmente differenti nell’impianto compositivo, ma che s’accomunano per due fattori essenziali: da un lato la poetica di questa Compagnia e dall’altro la sintesi espressiva tra corpo e parola attraverso cui questa poetica si esprime.

Vernicefresca e il paradosso di "Ho.me"

Mi sono avvicinato alla visione di Ho.me con un sentimento di aspettativa che travalicava l’evento scenico in sé; che fosse uno spettacolo buono o meno buono era sì un aspetto che m’interessava appurare, ma soprattutto mi premeva metterlo in relazione con l’essenza complessiva della compagnia che lo ha messo in scena – Vernicefresca – al fine di completare, con quell’ultimo (e fondamentale) tassello mancante,  la conoscenza del modus operandi di questo gruppo di lavoro.

Tempus fugit

“E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri, e non pensano a sé stessi”.
(Sant'Agostino da Ippona)



Etereo ed effimero l’affannarsi di una vita all’inseguimento di qualcosa d’inafferrabile come i sogni cullati nel passato; un inseguimento che comporta spesso che ci si lasci alle spalle quarti di vita non vissuta, morsi di gioia non assaporata, emozionalità sospesa e lasciata ad aspettare; colpa di uno sguardo discosto o distratto, perso dietro “le nuvole e la fantasia” e che poi magari ritorna presente a se stesso e alla consapevolezza del proprio perduto vissuto quand’è ormai troppo tardi per riafferrarlo.

Le Albe, dal buio alla luce

Le Albe, la loro poetica il loro teatro: in due giorni consecutivi, fra Salerno e Napoli, assistiamo a due tappe di un unico percorso, due segni contigui e significativi di una cifra espressiva che dopo trenta anni e più di vita artistica conserva ancora freschezza e spessore, in virtù di un atto d’amore per il teatro che si rinnova ad ogni scrittura, perché l’atto d’amore – per le Albe – parte dalla parola: “Per noi Albe, della parola si fa esperienza fisica”, scriveva Ermanna Montanari ne La camera da ricevere; e ancora, quella parola, plasma fluido, risuona in quella cassa armonica che è il corpo d’attore: “Gli attori sono musicisti e al tempo stesso strumenti musicali. Sono corpo e strumento del loro corpo”, scriveva sempre la Montanari.

Spettralità eteree

L’ultima volta che eravamo stati in cospetto del sovrano di Scozia e della sua sanguinosa storia la sua corte, i suoi spettri e le sue streghe erano apparsi in una messinscena d’impianto tradizionale e sostanzialmente filologico. Questa volta invece ci troviamo davanti ad un Macbeth che non solo cambia scena ed anche nome, ma ad una riduzione che provando ad esplorarne alcune pieghe di senso, si stacca dall’opera di partenza per provare ad intraprendere un percorso autonomo.

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