“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Michele Di Donato

Venire da ieri, parlare di oggi, guardare a domani

Ci siamo interrogati su festival e teatri, sullo straniamento dell’essere di nuovo in platea alla conclusione di un periodo come non ne avevamo mai vissuti prima, fatto di sospensione della attività abituali, flusso di vita interrotto e distante dal canone usuale.

Cloughie

“Se Dio avesse voluto che giocassimo a calcio tra le nuvole, avrebbe dovuto mettere l’erba lì su”.
  (Brian Clough)

    

Il 17 luglio 2020 il Leeds United, grazie alla sconfitta del West Bromwich Albion sul campo dell’Huddersfield, conquista l’aritmetica promozione in Premier League, la massima divisione inglese, dalla quale la squadra mancava dalla stagione 2003/2004. Sulla panchina del Leeds siede “El Loco” Marcelo Bielsa. Siede, El Loco, sulla panca che fu di Don Revie e di Brian Clough. Bielsa, Revie, Clough: trova l’intruso.

Tornando a teatro: sensazioni, impressioni

Tornare a teatro – sebbene al teatro possibile in questo momento, all’aperto, mascherati e distanziati – è un’azione che compio non senza certa qual riluttanza, ancora spaesato da tutti quegli interrogativi irrisolti che questa stramba prima metà di 2020 si porta ancora dietro: se fosse giusto ripartire, in che modo fosse opportuno farlo, quale risposta sarebbe stato capace di elaborare il teatro (come comparto, come àmbito poetico in cui si riflette – e riflette – il tempo presente).

Kids Festival e il teatro senza apposizioni superflue

“Ogni volta che durante uno spettacolo un bambino mangia una patatina, un pop-corn, una caramella, da qualche parte nel mondo una marionetta, un burattino, un attore... muore!”
(Tonio De Nitto, prima di ogni spettacolo, rivolto alla platea)


                                    

Tornare a Kids per me è ogni volta come tornare a un’infanzia lontana e sospesa, tornare al bambino che ero e a quel precoce senso di ”adultizzazione” (o adulterazione?) intervenuto in anticipo sul mio candore, a svilire in parte la più autentica capacità di provare stupore; quel candore e quello stupore mi pare di recuperarli quando torno a Lecce, a Kids, e mi accoccolo alle cure di chi ti fa sentire accolto, aiutandoti maieuticamente a recuperare un sentimento puro di partecipazione, di condivisione, un sentimento al centro del quale c’è il teatro, ma intorno al quale pulsa l’intima essenza di una comunità che mette in moto e guida una macchina organizzativa ‘ecologica’ e confortevole.

Di padre in figlio: piccola epopea sentimentale

Oggi sono giusto otto anni: il 20 maggio del 2012 il Napoli guidato in panchina da Walter Mazzarri alzava al cielo la Coppa Italia: 2 a 0 alla Juventus nella finale secca di Roma; trofeo minore, senz’altro, ma in ogni caso il primo titolo messo in bacheca dalla SSC Napoli dai tempi di Diego Armando Maradona. Per ritrovare un Napoli che conseguiva una vittoria che arricchisse la bacheca bisognava risalire a ritroso fino al 1° settembre del 1990 e alla Supercoppa Italiana, vinta sommergendo anche quella volta – e anche quella volta in sfida secca – la Juve al San Paolo con un sonoro 5 a 1.

Quel West venato del malinconico disincanto della fine

Ci sono film a cui si resta legati ben al di là del loro intrinseco valore artistico. Ci sono film che animano il nostro immaginario – perché magari si legano a un’epoca, all’infanzia, al ricordo delle persone insieme alle quali li abbiamo visti, alla giornata particolare in cui ce ne è capitata la visione, allo stato d’animo che ce l’ha ispirata, o magari semplicemente appartengono a un filone che abbiamo particolarmente amato – e per questo ne conserviamo una memoria che ne travalica in parte l’estetica (anche se, in fondo, non riusciamo proprio a smettere di farceli piacere e a sancirne una valutazione razionalmente equanime).

Dalla meraviglia dello stupore all’ironia del surreale

Si ritorna a Salerno, si ritorna a MutaVerso, rassegna ideata da Vincenzo Albano e da lui portata avanti con pervicace e faticosa ostinazione insieme a Stefania Tirone. E infatti si ritorna da loro, apprezzandone gli sforzi organizzativi e la visione che trasfondono in una rassegna teatrale che, ad onta di quelle difficoltà strutturali con cui ogni anno ci si deve confrontare e che ogni anno mettono in dubbio la continuazione stessa di MutaVerso, finisce poi sempre non solo per farsi, ma anche per mantenere le prerogative che fin qui l’hanno caratterizzata: prime regionali di compagnie che per lo più passano sporadicamente (o non sono ancora mai passate) per la Campania e ricerca di una proposta artistica che non scenda mai al di sotto di un livello qualitativo mediamente elevato, con un’attenzione particolare alla diversificazione dei linguaggi scenici offerti e alla teatralità più interessante del nostro panorama nazionale.

Lo specchio opaco del fondo d'un bicchiere

Per parlare di Animali da bar di Carrozzeria Orfeo, spettacolo del 2015 – preceduto da Thanks for Vaselina e seguito da Cous Cous Klan, coi quali va a formare una trilogia – in scena al Teatro Bellini mi piace partire da un riferimento cinematografico che di Animali da bar sembra essere padre (poco) nobile: Barfly – Moscone da bar. Si tratta di un film americano del 1987, scritto da Charles Bukowski e nel quale l’alter ego dello scrittore – Henry Chinaski – è interpretato da Mickey Rourke; il film è ambientato in gran parte in un bar, vero fulcro narrativo della vicenda, che poi altro non è che una proiezione su pellicola dell’universo letterario bukowskiano: lo stesso Bukowski vi compare in un cameo – guarda caso – proprio all’interno del Golden Horn, il bar per l’appunto da cui si parte e si ritorna tra un’ubriacatura e l’altra, tra una discesa agli inferi e la successiva, tra una gita ai margini dell’abiezione notturna e il ritorno alle poche comatose ore del giorno.

Sergio Blanco e l’autofinzione: “Tebas Land”

“Io è un altro”
(Arthur Rimbaud)



Che cos’è l’autofinzione? Lo spiega molto bene Sergio Blanco, drammaturgo e regista franco-uruguagio nel primo capitolo del suo saggio intitolato appunto Autofinzione. L’ingegneria dell’io (Cue Press, 2019): neologismo coniato nel 1977 da Serge Doubrovsky, il termine designa un genere letterario che associa e fonde elementi autobiografici con elementi finzionali. Non che tale pratica non esistesse già – e per spiegarlo Sergio Blanco passa in rassegna esempi significativi che vanno da Paolo di Tarso a Sant’Agostino e Santa Teresa d’Avila, da Montaigne a Rousseau e Stendhal, per arrivare fino a Rimbaud e Nietzsche, prima di inoltrarsi nei meandri del Novecento con le ricadute speculative della psicologia freudiana e del pensiero filosofico – ma è a Doubrovsky che se ne fa risalire la codifica in forma di genere.

Nel cuore di chi resta

È uno scorcio d’autunno che indulge alla clemenza, l’aria è mite, al più digrada verso una frescura frizzante, di quelle che rendono incerta – e tendenzialmente fallace – la scelta di cosa indossare. Sono i “giorni dei morti”, come in generica crasi s’accorpano in definizione i primi di novembre, quelli dedicati al culto memoriale di chi non c’è più e alla processione più o meno sentita di frotte di persone che raggiungono le sepolture dei propri cari.

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