"Pupi siamo, caro signor Fifì! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tutti".

Luigi Pirandello

Michele Di Donato

Le Albe, dal buio alla luce

Le Albe, la loro poetica il loro teatro: in due giorni consecutivi, fra Salerno e Napoli, assistiamo a due tappe di un unico percorso, due segni contigui e significativi di una cifra espressiva che dopo trenta anni e più di vita artistica conserva ancora freschezza e spessore, in virtù di un atto d’amore per il teatro che si rinnova ad ogni scrittura, perché l’atto d’amore – per le Albe – parte dalla parola: “Per noi Albe, della parola si fa esperienza fisica”, scriveva Ermanna Montanari ne La camera da ricevere; e ancora, quella parola, plasma fluido, risuona in quella cassa armonica che è il corpo d’attore: “Gli attori sono musicisti e al tempo stesso strumenti musicali. Sono corpo e strumento del loro corpo”, scriveva sempre la Montanari.

Spettralità eteree

L’ultima volta che eravamo stati in cospetto del sovrano di Scozia e della sua sanguinosa storia la sua corte, i suoi spettri e le sue streghe erano apparsi in una messinscena d’impianto tradizionale e sostanzialmente filologico. Questa volta invece ci troviamo davanti ad un Macbeth che non solo cambia scena ed anche nome, ma ad una riduzione che provando ad esplorarne alcune pieghe di senso, si stacca dall’opera di partenza per provare ad intraprendere un percorso autonomo.

Cultura, lingua, identità: intervista a Gaspare Balsamo

Interprete ed epigono di una tradizione, vissuta, filtrata e rielaborata come atto resistenziale etico e politico, Gaspare Balsamo coniuga al tempo presente lo strumento del cunto, facendone atto creativo che fonde e bilancia etica ed estetica. Con donchisciottesca baldanza (e proprio a Don Chisciotte era ispirato lo spettacolo a cui assistemmo all’ex Asilo Filangieri lo scorso maggio), Balsamo si fa paladino di una sicilianità – e di una meridionalità – che troppo spesso sconta un’omissione proterva.
Ci racconta qui di sé e della sua poetica, parlandoci di lingua identitaria, corpo proprietario, di tradizione e contemporaneità.

Suite memoriale

Enzo Moscato al Teatro Nuovo è un rito che si ripete, un appuntamento fisso – e a volte anche plurimo – che contraddistingue le stagioni che vi vanno in scena. In realtà, da programma, il “Moscato di stagione” (di questa stagione) sarebbe dovuto essere lo spettacolo Modo Minore che però è stato poi rimpiazzato da Toledo Suite.

L'Attore

“Io non sono Amleto”. Prime parole, asserto per contrasto di una destrutturazione: Amleto e non più Amleto. Partendo da Shakespeare, passando per Heiner Müller, arrivando al proprio non-Amleto, all’Amleto di Fortebraccio, la “macchina-Amleto” di Müller si trasforma nella “macchina-Amleto” di Roberto Latini, che ne plasma magmaticamente la materia, flettendola alla propria voce, ad una partitura sonora in penombra.

Incomunicabilità in dissolvenza

Louis torna a casa, vi è lontano da molti anni, anni in cui ha seguito il proprio talento di drammaturgo senza mai voltarsi indietro, senza mai rivedere la sua famiglia: sua madre, suo fratello – a cui nel frattempo s’è aggiunta una moglie – sua  sorella, lasciata che era bambina; a ciascuno di loro ha sempre mandato cartoline nelle ricorrenze comandate, ai compleanni, al matrimonio del fratello, alla nascita dei figli di quest’ultimo (uno dei quali si chiama anch’egli Louis, simulacro almeno nominale di un’assenza).

Affresco panoramico di una generazione

Stasera sono in vena è un affresco panoramico su un segmento generazionale, è il racconto – leggero nel tono ma dolente nel suo senso più intimo e profondo – di quello che accadeva nella provincia italiana mentre gli anni Ottanta sfumavano in dissolvenza, mentre si imparavano parole di un lessico nuovo come glasnost e perestrojka perché il mondo stava cambiando e si ascoltavano canzoni quasi già vecchie come Roadhouse Blues dei Doors, perché il mondo cambiava, sì, ma non dappertutto e non dappertutto allo stesso ritmo.

Triplicità pirandelliana

Il Magma Teatro è una grotta a un passo dal mare, uno spazio ricavato tra le rocce nere che spuntano fra la sabbia sul litorale di Torre del Greco e parte di quella roccia – nera come il magma che solidifica – ancora insiste permanendo in un lato di quel palco che Libero e Donatella hanno realizzato lì, a un passo dal mare; una piccola sala, accogliente, che si apre per diventare spazio di visioni teatrali alla sua prima stagione.

Danza di relazioni

Il Teatro Bolivar ha quest’anno una stagione composita, in cui convivono più anime, una stagione in cui si tenta di ritagliare spazi congrui a teatralità fra loro difformi. Ciò, se da un lato consente a qualcosa che altrimenti non avremmo visto in scena di incontrare alzate di sipario altrimenti probabilmente non collocabili, dall’altro trasmette però un’impressione informe su quali siano le linee ispiratrici di un siffatto cartellone.

La farsa ferace di Punta Corsara

Nudo il palco, nuda la scena; a parlare, più d’ogni altro elemento, in Io mio moglie e il miracolo è la partitura drammaturgica: consistente e matura, ad essa corrisponde una messinscena pulita e funzionale, che esalta il tessuto linguistico ed i meccanismi che ne sottendono (e ne sostengono) l’ottimo funzionamento in un lavoro che piace e convince, confermando Punta Corsara come una realtà stabilizzatasi fra le più interessanti del panorama nostrale.

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