“Perché rimani con me?”; “Perché mi tieni con te?”; “Non c'è nessun altro”; “Non c'è un altro posto”

Samuel Beckett

Michele Di Donato

Quel West venato del malinconico disincanto della fine

Ci sono film a cui si resta legati ben al di là del loro intrinseco valore artistico. Ci sono film che animano il nostro immaginario – perché magari si legano a un’epoca, all’infanzia, al ricordo delle persone insieme alle quali li abbiamo visti, alla giornata particolare in cui ce ne è capitata la visione, allo stato d’animo che ce l’ha ispirata, o magari semplicemente appartengono a un filone che abbiamo particolarmente amato – e per questo ne conserviamo una memoria che ne travalica in parte l’estetica (anche se, in fondo, non riusciamo proprio a smettere di farceli piacere e a sancirne una valutazione razionalmente equanime).

Dalla meraviglia dello stupore all’ironia del surreale

Si ritorna a Salerno, si ritorna a MutaVerso, rassegna ideata da Vincenzo Albano e da lui portata avanti con pervicace e faticosa ostinazione insieme a Stefania Tirone. E infatti si ritorna da loro, apprezzandone gli sforzi organizzativi e la visione che trasfondono in una rassegna teatrale che, ad onta di quelle difficoltà strutturali con cui ogni anno ci si deve confrontare e che ogni anno mettono in dubbio la continuazione stessa di MutaVerso, finisce poi sempre non solo per farsi, ma anche per mantenere le prerogative che fin qui l’hanno caratterizzata: prime regionali di compagnie che per lo più passano sporadicamente (o non sono ancora mai passate) per la Campania e ricerca di una proposta artistica che non scenda mai al di sotto di un livello qualitativo mediamente elevato, con un’attenzione particolare alla diversificazione dei linguaggi scenici offerti e alla teatralità più interessante del nostro panorama nazionale.

Lo specchio opaco del fondo d'un bicchiere

Per parlare di Animali da bar di Carrozzeria Orfeo, spettacolo del 2015 – preceduto da Thanks for Vaselina e seguito da Cous Cous Klan, coi quali va a formare una trilogia – in scena al Teatro Bellini mi piace partire da un riferimento cinematografico che di Animali da bar sembra essere padre (poco) nobile: Barfly – Moscone da bar. Si tratta di un film americano del 1987, scritto da Charles Bukowski e nel quale l’alter ego dello scrittore – Henry Chinaski – è interpretato da Mickey Rourke; il film è ambientato in gran parte in un bar, vero fulcro narrativo della vicenda, che poi altro non è che una proiezione su pellicola dell’universo letterario bukowskiano: lo stesso Bukowski vi compare in un cameo – guarda caso – proprio all’interno del Golden Horn, il bar per l’appunto da cui si parte e si ritorna tra un’ubriacatura e l’altra, tra una discesa agli inferi e la successiva, tra una gita ai margini dell’abiezione notturna e il ritorno alle poche comatose ore del giorno.

Sergio Blanco e l’autofinzione: “Tebas Land”

“Io è un altro”
(Arthur Rimbaud)



Che cos’è l’autofinzione? Lo spiega molto bene Sergio Blanco, drammaturgo e regista franco-uruguagio nel primo capitolo del suo saggio intitolato appunto Autofinzione. L’ingegneria dell’io (Cue Press, 2019): neologismo coniato nel 1977 da Serge Doubrovsky, il termine designa un genere letterario che associa e fonde elementi autobiografici con elementi finzionali. Non che tale pratica non esistesse già – e per spiegarlo Sergio Blanco passa in rassegna esempi significativi che vanno da Paolo di Tarso a Sant’Agostino e Santa Teresa d’Avila, da Montaigne a Rousseau e Stendhal, per arrivare fino a Rimbaud e Nietzsche, prima di inoltrarsi nei meandri del Novecento con le ricadute speculative della psicologia freudiana e del pensiero filosofico – ma è a Doubrovsky che se ne fa risalire la codifica in forma di genere.

Nel cuore di chi resta

È uno scorcio d’autunno che indulge alla clemenza, l’aria è mite, al più digrada verso una frescura frizzante, di quelle che rendono incerta – e tendenzialmente fallace – la scelta di cosa indossare. Sono i “giorni dei morti”, come in generica crasi s’accorpano in definizione i primi di novembre, quelli dedicati al culto memoriale di chi non c’è più e alla processione più o meno sentita di frotte di persone che raggiungono le sepolture dei propri cari.

Con Alessandra Asuni, nel suo scrigno del sacro

Il teatro di Alessandra Asuni rappresenta un’esperienza dotata di una propria unicità. Il teatro di Alessandra Asuni è connessione tra cultura ancestrale, indagine antropologica e arte scenica. Il teatro di Alessandra Asuni è stato seguito e più volte raccontato su queste nostre pagine e ci torniamo ancora una volta, ora che il teatro di Alessandra Asuni sta scrivendo un nuovo capitolo della propria bibliografia (o meglio, teatrografia), raccontando di un momento di vita artistica, dello snodo di un percorso, di un passaggio significativo della propria poetica.

Che succede ai Teatri della Cupa?

Considerazioni generali
Quarta Cupa in quattro anni, abbastanza per averne un’idea complessiva e registrarne le evoluzioni nel corso del tempo. Frequentare assiduamente un luogo – in questo caso un festival e la comunità che vi ruota attorno – vuol dire avere l’opportunità di affinarne una conoscenza sempre un po’ più approfondita, utile a indagarne e investigarne le dinamiche in divenire.

Mario Mascitelli: il Cerchio che (non) si chiude

Il Teatro del Cerchio è una realtà attiva a Parma da oltre un decennio; ne è direttore artistico Mario Mascitelli, che incontro per la prima volta a La Spezia nel 2015; ci sono le finali di In-Box e la platea ci vede spettatori contigui, inaugurando così una piccola e intermittente tradizione di visioni condivise e di chiacchiere teatrali post-spettacolo. Persona appassionata, intellettualmente onesta e buon conversatore Mascitelli, è un piacere dialogare con lui, confrontarsi su quanto visto per poi allargare lo spettro della discussione; e, dialogando ci eravamo ripromessi che ci saremmo prima o poi rivisti a Parma al Teatro del Cerchio, non appena se ne fosse data l’occasione.

“Trasparenze” e la sua utopia in movimento

Arrivo, come spesso m’accade, buon ultimo a scrivere di Trasparenze, festival organizzato dal Teatro dei Venti di Modena e giunto alla sua settima edizione. Partiamo dalla fine, da quel che doveva essere e non è stato: prevedeva, quest’edizione del festival, di concludersi spostandosi sull’Appennino modenese, precisamente a Gombola, frazione di Polinago, dove avrebbero dovuto aver luogo gli ultimi spettacoli di domenica 5 maggio; così non è stato: meteo inclemente, un sussulto tardivo d’inverno con tanto di neve a interrompere la viabilità e così, l’ultimo giorno di festival che doveva sancire un “passaggio” metaforico, ha finito per cozzare contro l’imponderabile che si travestiva da irrealizzabile.

Il Centro Teatrale Umbro, tra rassegne e residenze

Il Centro Teatrale Umbro
C’è una pieve medievale a Goregge, frazione discosta da Gubbio, in cui il teatro ha uno dei suoi angoli di pace dedicata e raccolta. A Gubbio non ci arrivi per caso, non ti ci trovi a passare; a Gubbio ci vai perché hai deciso di andarci. C’è un teatro, nel pieno del centro storico, incastonato tra le viuzze di questo borgo che conserva il suo impianto medievale, fatto di mura, porte d’accesso e edilizia storica a vivida testimonianza di un tempo passato, che però ancor s’ostina a scorrere, lento ma non dimentico di quel che è stato; è una cittadina abbastanza tipica, Gubbio, fatta di quiete e di vita ordinaria, turistica il giusto e che vale la pena di essere visitata, se si sceglie di farlo.

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