“E comunque si andrà a teatro perché là ci sono ancora esseri che sudano, che piangono, si tagliano, sbagliano, cadono, si disperano o sono felici. Si andrà a vedere questo evento come qualcosa di non manipolabile, di non bidimensionale”.

Antonio Neiwiller

Michele Di Donato

Epifanica visione

Cinema Cielo di Danio Manfredini è spettacolo che riappare ora sulla scena ad oltre un decennio di distanza da quando vi apparve la prima volta. E, se si può dire che mantenga viva la sua possanza poetica, avviene però d’altro canto che – per la sua stessa essenza – Cinema Cielo perda buona parte della propria aderenza contestuale: se a suo tempo potevamo ben immaginare come plausibile la sala di un cinema a luci rosse in cui pulsa il microcosmo che Cinema Cielo racconta, oggi per oggettive congiunture storiche, quel contesto di riferimento (che di fatto esisteva e che di fatto non esiste più) lo possiamo al più percepire come trasfigurazione simbolica di un universo reietto.

Un "Natale" con tutti i sentimenti

Il Natale in casa Cupiello di Antonio Latella arriva a Napoli con un anno e passa (quasi due) di ritardo sulla sua effettiva nascita; un po’ come se i Re Magi avessero fatto un giro ben più lungo (e a largo) per raggiungere un’ideale Betlemme teatrale. Ma alla fine, nel teatro che fu di Eduardo, è andata in scena questa rivisitazione del Natale eduardiano, col suo carico di temi aperti e col suo strascico di discussioni infinite, in massima parte riconducibili alla linea di principio – apodittica anziché no – che ciclicamente si staglia in difesa della (del tutto arbitraria e presunta) intoccabilità del Maestro. Come se Amleto non potesse essere un principe che si strugge in Polonia, o come se Vanja non potesse diventare un Ivan della Bassa Padana; Luca Cupiello, invece, pare, per certi pasionari dell’immutabilità del canone, dover essere assurto in una sorta di etereo ed intangibile pantheon, vestito degli stessi abiti, in quello stesso interno anni ’30, magari esprimendosi col tono e col timbro che gli impresse Eduardo e che la reiterata visione ha di fatto consegnato ad una sorta di musealizzazione presepiale.

Instabili vaganti, l'urgenza di un teatro davvero "civile"

Esiste un teatro che per dirsi “civile” non si limita a salire su un palco come fosse il podio d’un comizio da cui parlare ad un pubblico che – normalmente – già conosce e condivide determinate idee. Esiste un teatro che per dirsi “civile” sceglie che l’azione scenica da compiere non sia disgiunta da un’azione “pratica” che vada dalla scena fin fuori dalla scena. Esiste un teatro che cerca, rischiando in proprio, di essere davvero “civile” andando a portare, con la voce della propria poetica, la propria parola laddove il suo senso si fa più pregno e la sua eco rimbomba con maggiore fragore.

Un "Macbeth" tra luci ed ombre

Per scrivere di questo Macbeth, produzione del Teatro Nazionale la cui regia è firmata dallo stesso Direttore Luca De Fusco, parto da quanto si può leggere nel foglio di sala di carta smaltata che accompagna lo spettatore e dalla dichiarata continuità con cui questo spettacolo si pone in relazione al precedente lavoro shakespeariano dello stesso De Fusco – Antonio e Cleopatra, del quale ricordiamo qui la non proprio riuscitissima messa in scena – il quale definisce (sempre nel patinato libretto in dote agli spettatori) i due spettacoli “fortemente connotati nel senso della sperimentazione e della contaminazione dei linguaggi”.

Nelle Fibre di Pasolini

Tappeto purpureo la scena nuda, la riempiono solo una poltrona di pelle e due microfoni inastati. Di Pier Paolo Pasolini le parole, di Licia Lanera la voce e il corpo che a partitura preesistente danno consistenza scenica in una rivisitazione in cui la regia della stessa Lanera si dedica al testo pasoliniano (Orgia) esplorandone le sfaccettature, ma soprattutto instaurando con esso una relazione dinamica e dialettica, che dialoga sì col testo, calandolo nella contemporaneità, ma che sembra prima di tutto metterlo in relazione con il Manifesto per un nuovo teatro di Pier Paolo Pasolini, traducendosi in particolar modo in una regia “funzionale”, in cui corpo, voce e visione registica si fanno tutt’uno per fondersi in una cassa armonica in cui risuoni il verbo pasoliniano che vede l’attore “non essere dunque interprete in quanto portatore di un messaggio […] che trascende il testo: ma essere veicolo vivente del testo stesso”.

Il (non) senso della vita

Officina delle Idee è un cortile che si adatta a farsi teatro, spazio non eminentemente teatrale, con piastrelle in luogo dell’assito, sedie e divani a far da platea e una leggera pendenza a favorir visione. La drammaturgia – e quindi la scenografia – s’adattano pertanto allo spazio che la ospita, riempiendosi di sei sedie a corroborare, per metonimica sottrazione, la partitura di Ionesco (Le sedie, appunto).

Il cunto del disonore

Un testo, un attore; e potremo già fermarci qui, parlando di Dissonorata, visto che nella compattezza drammaturgica e nella bravura scenica di chi lo interpreta – ovvero Saverio La Ruina, che ne è anche autore – è compreso tutto quel che serve a fare d’un testo teatrale e della sua messa in scena qualcosa di pregevole bellezza.
Dissonorata è storia che ha sapore antico ma che al contempo suggerisce subdole persistenze radicate in un ancestrale retaggio; Dissonorata racconta una storia del tempo passato coniugata al tempo presente, in forma di cunto memoriale, ma il cui concetto di fondo ritorna, mutatis mutandis, tante volte nelle storie di cronaca che ancor oggi raccontano a intervalli irregolari delle efferatezze perpetrate verso donne tenute ancora relegate in una condizione di minorità subalterna, intabarrate in un reticolo di costrizioni aberranti.

Psicopatafisica

Corpo di donna a farsi clown in una messinscena dal vago sentore patafisico. Vago sentore, perché l’evocazione di Ubu Roi appare come qualcosa a metà fra un significativo pretesto e un orpello ipnotico. Giduglia, ovvero la spirale patafisica, che vorticosamente gira e rigira, è un motivo che correda la scena in una dicromia bianca e nera; bianco e nero che si ripropongono in ogni dettaglio, indossato o recato in scena da Patrizia Aroldi, dal cappello alle scarpe; dalla valigia a fasce oblique, bianche e nere, da cui cava fuori una valigetta più piccola a fasce bianche e nere anch’essa; cerone sul viso, un vestito – bianco e nero – che culmina in uno sbuffo di gonna.

Drammaturgia argomentativa

Per raccontare, descrivere e considerare Scusate se non siamo morti in mare bisogna necessariamente partire dal testo drammaturgico. Bisogna farlo perché, per questo come per altre drammaturgie firmate da Emanuele Aldrovandi, il testo è ben più di un semplice punto di partenza; è drammaturgia in cui si dipana un filo narrativo che è strumento funzionale all’articolazione di un ragionamento complesso, strutturato, che si compone e si costruisce attraverso studiati meccanismi (uno su tutti: il ribaltamento, che sia di senso o di prospettiva).

La Cupa e la strutturazione di un pubblico

Novoli, Campi Salentina, Trepuzzi: tre luoghi, un’anima – quella salentina – che, ad onta di un meteo che ha visto Giove Pluvio mostrarsi particolarmente beffardo, ha vissuto e si è fatta respirare nella seconda edizione de I Teatri della Cupa, festival teatrale che sotto la direzione artistica di Tonio De Nitto, ha inscenato quest’anno la sua seconda edizione.

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