“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Michele Di Donato

Se l'equivoco è la commedia

Bitonto ad aprile vive una settimana di fervore shakespeariano. La compagnia Fatti d’Arte organizza ormai da anni – sei per la precisione – una manifestazione che si distende sul territorio cittadino, lo permea e gli infonde l’entusiasmo genuino di chi coltiva una passione autentica, in primo luogo per il teatro e, attraverso il teatro, si dedica a un modo per fare comunità.

Impressioni sparse sul “Macbettu”

Rivedere un’opera teatrale è sempre pratica consigliabile per chi deve poi scriverne un resoconto critico e restituirne una visione attraverso il filtro del proprio sguardo; rivedere un’opera teatrale prima di scriverne diviene poi praticamente necessario se quest’opera è la famigerata tragedia scozzese – benché ambientata in terra sarda – la cui maledizione ti si abbatte addosso al momento della prima visione sotto forma di attacco influenzale. Sicché, dopo un primo incontro con il Macbettu di Teatropersona al Politeama di Napoli (nell'ambito della stagione del Teatro Area Nord), visto in stato di sostanziale intontimento, riprovo a sfidare l’alea che circonfonde la più sanguinosa delle tragedie del Bardo e ne rinnovo la visione al Teatro Comunale di Gubbio. Questa volta la malasorte si prende una pausa, pertanto riesco a godere appieno della visione e a corroborare quel senso potente di ammirazione che già sottotraccia m’era rimasto impresso dopo il primo incontro con lo spettacolo.

Caustici frammenti in dispersione

Be Normal! dei Sotterraneo non è uno spettacolo che si possa “raccontare”; o meglio, potremmo anche provare a fare una sintesi di quanto accade in scena, ma così facendo, con tutta probabilità, compiremmo un’opera di vivisezione inutile, che non restituirebbe il senso intrinseco di questo spettacolo, senso che sta precipuamente nella sua frammentazione, nell’idea di discontinuità che percorre e trasmette, nella forza evocativa di una pratica di scena che parcellizza, tritura, rimastica e sputa, con un’ironia graffiante, un discorso sulla società del nostro tempo che, partendo col mettere al centro il rapporto vecchi/giovani (e poi non solo quello), affronta alcuni dei nodi cruciali attorno a cui s’attorcigliano i rovelli di un consorzio sociale la cui crisi strutturale si riverbera nelle dinamiche lavorative, nei rapporti umani e persino nel mondo dell’arte (e del teatro, come precisi passaggi di Be Normal! rimarcano).

Xenofobia farsesca

L’alpenstock è il tipico bastone alpino dotato di una punta metallica; il suo utilizzo sui monti europei risale già al Medioevo. E mi pare un appiglio significativo per cominciare a parlare della commedia noir che da quel bastone prende il titolo, scritta dal francese Rémi De Vos e tornata in scena – a un anno dal suo debutto italiano – al Teatro di Rifredi; significativo perché, oltre a connotare geograficamente l’ambientazione (in un immaginario Kyrolo che facilmente si può identificare con un ben definito territorio d’Oltrebrennero) fornisce una chiave simbolica d’approccio all’immaginario che si propone di descrivere e al retaggio ancestrale che lo permea.

Ragionando sul “Misantropo” di Factory

La messinscena di un classico suggerisce la messa in discussione del rapporto fra tradizione e attualità, porta a interrogarsi su quanto tale classico possa parlare al presente e su come il suo adattamento sia capace di calarlo nel tempo in cui va in scena, conservandone ma anche rinnovandone le capacità d’espressione. E, se questo discorso può valere in primis (e in senso assoluto più che per ogni altro drammaturgo) per la mirabile pertinenza scespiriana nel raccontare l’uomo più che il tempo in cui vive, è pur vero che il confronto col classico può servire ad instaurare un rapporto virtuoso tra mondi cronologicamente distanti, talvolta rilevando e mettendo in evidenza analogie e simmetrie.

In Giostra, sui treni di Hrabal

Primo giro di giostra, prima visita ad uno spazio teatrale che schiude le sue porte a Napoli, in una delle strette strade dei Quartieri Spagnoli, uno spazio che colpisce prima di tutto per come è strutturato, per l’ampiezza dell’assito, con i suoi spalti che l’abbracciano su tre lati e per la capacità funzionale della struttura, atta, come ci si accorgerà in corso d’opera della rappresentazione, a sfruttare al meglio anche le proprie pertinenze in funzione dello sviluppo drammaturgico di quel che vi va in scena.

In memoria di Brenda

Molfetta, uno spazio in pieno centro cittadino, in quell’intrico di vicoli che si susseguono per poi sbucare tra il porticciolo e il lungomare; lì, tra quelle strade strette e regolari, ad un angolo si trova la Pro Loco Babilonia, un ex frantoio che si reinventa sala teatrale, gestito dall'associazione culturale (e teatrale) Malalingua, di Marianna De Pinto e Marco Grossi; spazio accogliente e funzionale, anche piuttosto capiente e con tanto di foyer. Vi va in scena Vita oscena di Brenda Wendell Paes, di Gabriele Paolocà e Simonetta Damato (lei in scena, lui in regia) e va in scena, questo spettacolo, lì dove ha avuto la sua gestazione, prima di cominciare il  proprio cammino.

Di Istria, storia e memoria

Una sigaretta che non riesce mai ad accendersi, una nave per l’America su cui non ci si riesce mai ad imbarcare, pronta lì il mercoledì, ma sempre vietata da un imprevisto, un accidente, o semplicemente dalla storia, che frappone i suoi sgambetti fatalmente il lunedì.
Una narrazione che affonda nella memoria, individuale e collettiva, di un popolo fra i popoli, concentrato in quel crogiuolo multietnico che è quel lembo d’Italia un po’ sloveno e un po’ croato, o quel lembo fra Slovenia e Croazia che persiste un po’ italiano, che va a formare un triangolo isoscele fra Trieste, Pola e Fiume ed è da lì che proviene la materia prima di questo Esodo, è di lì che è originario Diego Runko, è nelle sue vene che scorre il sangue di cui s’imporpora questa storia, è nella sua memoria – personale e famigliare – che sopravvive il ricordo di cui si materia questa narrazione.

La delicatezza di un'anima di gommapiuma

Ho aspettato Il fiore azzurro per svariati mesi, da quando nel maggio scorso vinse la sezione verde di In-box e i riscontri che ne raccoglievo lasciavano intendere trattarsi di uno spettacolo che meritasse di essere visto. A lungo inseguito, finalmente completo la mia rincorsa incrociandolo a Monopoli, Auditorium Bianco Manghisi, una domenica di gennaio. E tanta attesa ebbe dovuta ricompensa, perché Il fiore azzurro di Daria Paoletta (e di Tzigo, il pupazzo che con lei è in scena) è visione che piace e diverte, strabilia e incanta, fino a conquistarti col suo connubio di tenera leggerezza e profonda densità di senso; materia plastica che nelle mani sapienti dell’attrice viene plasmata, questa favola zigana che la Paoletta riscrive, compone con levità e intensità il suo racconto.

Kids Festival, la “città bambina” che cresce

Kids Festival, quarta edizione, a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno Lecce si fa “città bambina” – come recita il sottotitolo della manifestazione e concentra tra il 28 dicembre e il 7 gennaio una programmazione fatta di teatro e non solo per bambini e non solo. Dieci giorni a cavallo tra un anno che se ne va ed un altro che arriva, come a simboleggiare continuità fra il teatro che abbiamo visto e quello che vedremo, in un Festival che è all’insegna dell’inclusività e della contiguità di iniziative artistiche, intersecando i linguaggi e diversificando l’offerta, il tutto perseguendo un’idea viva che sappia coniugare teatro e aggregazione.

Pagina 2 di 30

Sostieni


Facebook