“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Michele Di Donato

Abitare il deserto, seminarci teatro

Manfredonia, Don Milani, la Scuola di Barbiana, il deserto, il teatro e i teatranti, uno spettacolo, la Bottega degli Apocrifi, tante parole ascoltate... non so da dove partire per mettere mano a quest’articolo, magma informe che mi frulla a fior di capoccia da quando ho avuto modo di tastare da vicino una realtà e di percepirla in relazione immediata con l’oggetto di una giornata di lavori: Don Milani e la sua scuola, Manfredonia e il suo teatro: un giorno intero, convegni, studi, tavoli di lavoro, infine uno spettacolo.

Un teatro pieno di bambini

Molto rumore per nulla... o meglio: molto nulla per fare un po’ di rumore. Il Teatro Carlo Gesualdo di Avellino ospita, in una tiepida mattinata di inizio aprile, frotte di scolaresche per la visione di Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro, di Giuliano Scarpinato; e fin qui saremmo pure nell’ambito di un’ordinaria programmazione di uno spettacolo rivolto alle scuole, se non fosse che, nelle settimane antecedenti, detto spettacolo ha visto ingenerarsi intorno a sé un putiferio a dir poco pretestuoso, vedendo schierati a difesa dell’”educazione” (virgolettato necessario) dei propri figli genitori che temevano la potenziale – e fondamentalmente indimostrabile – carica diseducativa di uno spettacolo che affronta il tema del genere sessuale, genitori arrivati a costituirsi in comitato per la difesa della propria prole avanzando la pretesa – rimasta vivaddio inascoltata – che lo spettacolo non fosse proposto in orario scolastico, in maniera tale da poter esercitare un’implicita censura evitando ai figlioli la “pericolosa” visione (hai visto mai che si vedessero tornare a casa un pargolo deviato e irrimediabilmente incamminato sui sentieri del traviamento e della perdizione?).

L'autenticità dei peli

I peli sono qualcosa di superfluo, qualcosa che copre, che maschera... eppure servono: “A essere brutti!”, “No, a essere veri!”. I peli sono il pretesto, l’orpello, o meglio la metafora (una delle metafore) su cui s’incentra un dialogo tra due donne che non sono donne − due attori ne indossano le vesti impersonando due signore borghesi che hanno scollinato da qualche indefinito semestre la mezza età − e che entrano in scena parlando un idioma che non è il loro (l’inglese).

Diario di un testimone teatrale

Giorni e giorni di prove... filate, flussi, primi tocchi, mappe concettuali, librerie emozionali: assisto alla creazione di uno spettacolo, alla sua gestazione progressiva: Testimone oculare sta per andare in scena, con la regia di David Jentgens ed io a mia volta sono stato testimone privilegiato del suo percorso in fieri.

¿Hasta cuándo?

“Anche se siamo tutti, non siamo ancora tutti: ne mancano quarantatré”. Quarantatré è il numero di un’ossessione insoluta, di una verità urlata da tanti quanto più in pochi cercano di tenerla nascosta; quaratatré è un numero che quantifica e identifica una delle sconfitte di quella che ci si ostina a chiamare “civiltà”. Una sconfitta tra le tante, una di quelle recenti: il 26 settembre del 2014, ad Ayotzinapa, Messico, quarantatré studenti scompaiono dopo essere stati letteralmente assaltati dalla polizia; è la storia che si ripete, col suo ciclico e macabro riprodurre dinamiche di potere e sopraffazione: correva l’anno 1968, Città del Messico s’accingeva ad ospitare i Giochi Olimpici e s’imbellettava per mostrare la propria faccia pulita, una faccia pulita dall’anima sporca, sporca del sangue di un numero non ancora del tutto precisato di vittime (circa trecento), cadute per mano del governo nel massacro di Tlatelolco, in Piazza delle Tre Culture.

Jihad nostra contemporanea

Love Bombing inscena una distopia urgente e corrente, dando forma teatrale ad una di quelle paure striscianti che si fanno strada nel sentimento diffuso, in parte grazie ai bombardamenti al tritolo, in parte grazie ai bombardamenti mediatici che instillano un’esacerbazione del senso di pericolo e minaccia che sembrerebbe incombere, ad ogni angolo e ad ogni istante, sulla cosiddetta “civiltà occidentale”.

Palinodia d'una recensione

Capita abitualmente su questa rivista di recensire più volte ciò che va in scena; capita – ed è pratica frequente – che d’uno stesso spettacolo si offrano nel tempo più recensioni, affidate però a penne diverse, espressioni di punti di vista differenti; capita e serve a dare, d’un medesimo spettacolo, interpretazioni personali che concorrano a fornire, di quel tale spettacolo, una testimonianza plurima e stratificata, in grado magari anche di registrare come e quanto quel tale spettacolo sia cambiato (maturato o peggiorato) nel corso del tempo, pur attraverso la variabilità che necessariamente s’ingenera da uno sguardo all’altro.

Memoria storica e coscienza politica

Mamma compie 70 anni, tornato in scena a Galleria Toledo, è spettacolo che possiede più d’un lustro di vita; ritorna, con la regia di Alessandra Asuni, che nel frattempo ha realizzato Accabbai, Matrici, i lavori con le donne di Forcella (quelli compiuti, come Pe’ devozione, e quelli destinati a compiersi in forma più evoluta e complessa come La scena delle donne), realizzazioni sceniche in cui l’approccio antropologico si è felicemente coniugato con la capacità evocativa della regista.

Quanti Amleto

Esistono tanti Amleto per quanti sono gli Amleto messi in scena; esistono tanti Amleto per quante sono le angolazioni da cui si guarda ad Amleto. Così ci può succedere di vedere Amleto prima ancora che diventi Amleto (nel Preamleto di Michele Santeramo), o di scrutare l’Amleto “postumo” di Michele Sinisi, o ancora può capitare di imbattersi in un processo in cui Amleto è alla sbarra come imputato per l’omicidio di Polonio – Please, continue (Hamlet) – o un Amleto postmoderno che surroga il teschio di Yorick con la mela morsicata di un computer Apple (Amleto Fx di VicoQuartoMazzini), ed ancora ci capiterà, è certo, di vedere altri Amleto reinterpretati e traslati su scena secondo una e tante visioni.

Corpo d'attore a colloquio con la morte

“Il luogo del teatro è il corpo dell’uomo”
(Il ventre del teatro, Giovanni Testori)

Mentre due luci blu fendono la penombra, l’attore entra in scena dallo stesso corridoio da cui siamo entrati noi; la scena è composta da una sedia, uno sgabello da un lato, un mobiletto basso dall’altro; entra tirandosi dietro un carrellino per la spesa senza spesa, su cui è infilato un ombrello; è Antonio Ferrante, corpo d’uomo che occupa la scena per farsi teatro, per una e per tutte le sere in cui la replica di quel corpo, in quel luogo, ne assicura la sopravvivenza, per il tempo di una bella giornata, la “bella giornata di un uomo che dura quanto dura una rappresentazione teatrale”.

Pagina 10 di 30

Sostieni


Facebook