“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Giovedì, 28 Settembre 2017 00:00

I Teatri della Cupa, un’anomalia possibile

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Cupa, un anno dopo: ritorniamo in Salento per il festival diretto da Tonio De Nitto e Raffaella Romano, giunto alla sua terza edizione, questa volta svoltasi tra Novoli e Campi Salentina a cavallo tra la fine di luglio e l’inizio di agosto.
Sono giornate calde – meteorologicamente parlando – in quella parte di tacco estremo dello Stivale che non affaccia direttamente sul mare e che, ad onta di grossolanerie sparate dal Briatore di turno sull’antitesi tutta presunta tra turismo e cultura al Sud, vede la propria offerta culturale crescere e puntare sul gioco al rilancio: in una regione che brancola ancora nell’incertezza e staziona nell’impasse politico-culturale del dopo Vendola – e soprattutto del depauperamento dell’esperienza della rete dei Teatri Abitati – tra tagli strutturali e bandi che rendono torbida la fonte, mescolando improvvidamente i concetti di spettacolo e turismo, I Teatri della Cupa è festival che sceglie l’azzardo, in un’equazione che affianca il rischio artistico al rischio d’impresa, decidendo consapevolmente di giocare d’anticipo e al buio, nell’incertezza di vedersi riconosciuti poi i contributi pubblici anticipati in proprio prima.

Un azzardo in una certa misura calcolato, che si fonda sulla base solida rappresentata dalla consapevolezza di portare avanti un discorso progettuale che può contare in primis sulla ormai avvenuta – e confermata anche in questa edizione – acquisizione di un pubblico, capace di diventare comunità allargata a cui proporre un’offerta teatrale qualitativamente valida ed eterogenea. Un aspetto, quello della centralità del pubblico, che appare sostanzialmente in controtendenza rispetto a quanto accade nelle altre rassegne festivaliere che si susseguono tra primavera ed estate nel nostro Paese: se infatti nella maggior parte dei festival i destinatari sono operatori e critici e la funzione a cui – a giusta ragione, beninteso – tali festival rispondono è quella di volano per la circuitazione delle nuove offerte teatrali, nel caso della Cupa il destinatario primario è il pubblico e la funzione a cui il festival risponde è quella di far giungere quel teatro di oggi a questo pubblico che altrimenti ben difficilmente ne potrebbe essere fruitore.
Un’anomalia possibile, un’anomalia felice: rispetto al resto del panorama festivaliero, I Teatri della Cupa non si propone come obbiettivo quello di uno sguardo in anteprima, non precipuamente uno sbircio sul teatro che circuiterà, benché più di uno spettacolo (come R.OSA, La scuola non serve a nulla, Giobbe, solo per citarne alcuni a mo’ d’esempio) compaia in prima regionale, né una vetrina promozionale per questa o quella rappresentazione. Il Teatro, alla Cupa, è come la chiesa messa al centro del villaggio, è la centralità di rapporto tra territorio e popolazione, veicola e accompagna l’attivazione di una comunità teatralizzata e teatralizzabile che i numeri e la partecipazione identificano con un pubblico crescente e crescentemente interessato. È infatti quello che vedo tra Novoli e Campi Salentina un pubblico numeroso, che s’affolla – e, ricordiamolo, siamo nel pieno dell’estate – sia che si tratti dello spettacolo in piazza, gratuito e in cui può capitare d’imbattersi per accidente, sia che si tratti dello spettacolo in un luogo chiuso e circoscritto, in cui c’è un biglietto, ancorché dal prezzo modico, da pagare.
Non è l’unico festival meridionale, I Teatri della Cupa, ad essere pensato e strutturato precipuamente in funzione del pubblico; un discorso analogo si potrebbe fare anche per Castel dei Mondi ad Andria, ma con una differenza sostanziale: mentre infatti il festival andriese, pur nella sua ultraventennale persistenza, è un barlume teatrale incastonato in un anno intero senza teatro, con una città che per undici mesi e mezzo all’anno patisce lo smacco di una mancanza (non una sala teatrale che sia una, in città), la rassegna salentina si pone invece in diretta continuità e complementarità (o forse sarebbe più giusto parlare di propaggine supplementare) con il lavoro compiuto in stagione da Factory e Principio Attivo, le due compagnie che coabitano in residenza il Teatro Comunale di Novoli. Non solo: a rafforzare ulteriormente questo rapporto di presenza fattiva sul territorio, è in previsione anche l’allargamento della stagione teatrale novolese, indirizzandone una parte al riattato teatro di Campi Salentina. Insomma, la Cupa è fervida, a dispetto delle difficoltà che politica e burocrazia frappongono, e rappresenta una piccola anomalia dal grande respiro.
Un respiro che si percepisce già solo scorrendo il programma, prima ancora di vederne gli spettacoli: sostanzialmente eterogeneo e bilanciato, quello de I Teatri della Cupa è un cartellone che in sei giorni di festival mette insieme sia una teatralità affermata (pensiamo a Roberto Latini, a Licia Lanera, a Frosini/Timpano), sia una teatralità emergente, senza perdere d’occhio una pluralità di realtà regionali che rientrano nel calendario e che è giusto vadano monitorate; il tutto cercando peraltro di diversificare i registri artistici ed espressivi: così, agli spettacoli di impianto teatrale vero e proprio, si affiancano la danza aerea della Compagnia Eleinad, l’allestimento itinerante di H24_Acasă, gli spettacoli dedicati ai più piccoli, dagli equilibrismi su filo teso di Los Filonautas ai Don Chisciotte e Sancio Panza inscenati da Principio Attivo, passando per lo splendido (e ben collaudato) Diario di un brutto anatroccolo diretto da Tonio De Nitto; e non manca uno spazio per la leggerezza, demandato alla messinscena di commedie dall’impronta più ridanciana e popolare – come La grande fuga di Meridiani Perduti – se non addirittura eminentemente comica come il già citato La scuola non serve a nulla di Antonello Taurino.
Intendiamoci, gli spettacoli proposti non sono tutti indistintamente belli ed anzi non mancano in taluni casi alcune criticità artistiche sulle quali conviene che si ragioni; ma il ragionamento complessivo va fatto su un’idea di fondo che sottende al festival e che s’impernia su una concezione comunitaria del Teatro come bene condiviso e partecipato.

Gli spettacoli

Soffermandoci nel dettaglio sugli spettacoli visti, partiamo da quello che ha aperto la rassegna: Canti per la vita quotidiana. A cosa serve la poesia…: è l’incontro tra due anime poetiche, quella di Gianluigi Gherzi e Giuseppe Semeraro, autori del libro omonimo da cui scaturisce questa messinscena; due anime simili e diverse, due facce complementari di una stessa luna, tanto è loquace ed esuberante all’apparenza l’uno (Gherzi), quanto appare umbratile e riflessivo l’altro (Semeraro), tanto accompagna il suo dire con l’entusiasmo dei gesti e dei toni l’uno quanto resta compìto padrone della propria malinconia l’altro. Eppure, è proprio questa loro complementarità – anche poetica – che rende efficace il trasbordo dalla pagina scritta alle tavole di un palco; e, se la poesia è la resa dell’ineffabile, la trasfigurazione simbolica di universi interiori, nella fattispecie, il suo farsi scena restituisce il respiro poetico dei suoi autori, per l’occasione anche interpreti, capaci di condensare nell’efficacia della parola detta e del gesto in accompagno la pregnanza del verso scritto e del senso intimo e profondo che gli è sotteso. A cosa serve la poesia non può dirsi uno spettacolo vero e proprio e allo stesso tempo non può considerarsi alla stregua di un semplice reading poetico: i due autori/attori sono ritti in piedi, fronte al pubblico l’uno accanto all’altro distanti di un paio di metri. Le loro voci si alternano e si mescolano come nel libro, disegnando le tracce di un incontro che si fa dono e che, mentre pone e si pone la domanda retorica “a cosa serve la poesia?”, sta rispondendo dandole un senso e un luogo nell’attraversamento della vita quotidiana.
Acerbo e non risolto appare invece lo spettacolo di danza aerea Coesistenza, la cui ricerca spettacolare non riesce appieno a coniugarsi con l’efficacia scenica, il sostrato concettuale su cui s’innesta il dispositivo coreografico – incentrato sulla presenza e sull’utilizzo di un braccio meccanico da cui pende una sorta di placenta di plastica che avvolge i performer – non pare possedere lo spessore necessario e l’apparato simbolico fatica a caricarsi di evidenza significativa.
La prima giornata novolese si conclude con uno degli spettacoli clou dell’intero festival, il Cantico dei Cantici di Roberto Latini: in un’atmosfera soffusa e purpurea, Latini traduce versi dell’Antico Testamento in partitura teatrale, raccogliendo la poesia sempiterna del verso biblico per farne grimaldello che s’infila nel profondo dell’umano. Il Cantico è opera senza tempo, che ha attraversato i secoli mantenendo intonsa la propria carica estetica ed estatica; nelle mani di Latini si fa materia plasmabile, diffusa da una stazione radio, le cui parole si colorano di bellezza, mentre corpo e voce incarnano (anche) la bruttura del deforme. Due anime e due corpi s’alternano in scena, come due sono le presenze che s’alternano in dialogo nel Cantico, un uomo e una donna, qui fusi in un’unica figura che riempie le tavole del palco. Corpo androgino, voce che si distorce, il sentimento pulsionale profondo che pervade il Cantico si traveste del suo contrario, in un gioco di rimbalzi e antinomie: “Guardami, non guardarmi”, bellezza e bruttezza si rincorrono e si fondono come affezioni di un’unica materia che le travalica, che ne trascende il senso esteriore per vibrare nei palpiti del corpo, nei tremolii della voce e da lì raggiungere le profondità dei precordi.
Altro spettacolo preceduto da grandi aspettative era R.OSA di Silvia Gribaudi, con in scena Claudia Marsicano. Danza che non danza, esercizi che non sono esercizi per una messinscena che in realtà è spettacolo di raffinata intelligenza. Claudia Marsicano, in scena da sola interpreta una coreografia corporea e gestuale con la quale ottiene prima l’attenzione del pubblico, poi ne ghermisce la curiosità, infine ne detiene il pieno possesso portandolo a seguire le sue evoluzioni, a fargli credere attraverso le sue parole che lei sia inglese (mentre è italianissima), in definitiva ribaltando qualsiasi rapporto di iniziale diffidenza verso questo corpo giunonico che s’offre alla platea nel suo costume turchese. Al di là delle apparenze, fatte di esercizi appena accennati, di evoluzioni che di virtuoso avranno poco e niente, se non l’esibizione del talento della mimica facciale, il lavoro della Gribaudi cucito addosso all’ottima Claudia Marsicano rappresenta una sottile indagine sociale e antropologica sui meccanismi che sottendono alle relazioni umane, su come il corpo sia involucro rispetto alla cui apparenza esteriore si sia condizionati da stereotipi e pregiudizi. R.OSA è spettacolo che – come suggerisce il titolo – “osa”, o forse semplicemente si limita ad esistere in scena, nella normalità di un corpo che per i parametri usuali normale non potrebbe essere, e che invece è lì a far mostra della propria capacità di essere in relazione con sé e con gli altri corpi, maneggiando con cura e sapienza l’ironia furba e l’accattivante intelligenza di una reazione indotta, che suggerisce dubbi e domande e che sembra soprattutto suggerire l’allargamento di prospettiva ai titolari di orizzonti spesso troppo ristretti.
Tra gli spettacoli in piazza, Naufraghi per scelta di Los Filonautas mostra equilibrismi sul filo teso raccontando per bambini e non l’ironica leggerezza dell’avventura, di un viaggio acrobatico sospeso a due metri da terra, in cui due abili funamboli tratteggiano la drammaturgia coi loro corpi in equilibrio, raccontando la metafora d’un viaggio periglioso, che si conclude lì da dove era partito. La dinamica scenica è semplice e godibile, regala lo stupore dell’acrobazia e il gusto divertito del gioco, attraverso cui mostrare come più che la mèta e l’approdo siano importanti il viaggio e il tragitto che si compiono come arricchimento esperienziale.
Giobbe, su riscrittura di Francesco Niccolini dell’opera omonima di Joseph Roth è altra narrazione monologante. Spettacolo vincitore dei Teatri del Sacro, s’impernia tutto sul racconto – narrato dalla immobilità stanziale di una sedia dalla quale mai s’alzerà e dalla quale accennerà solo qualche raro movimento delle braccia ad accompagnare le parole – operata da Roberto Anglisani, le cui doti interpretative, affidate alla sola voce, pur eccellenti, non bastano a sollevare la narrazione da una certa qual staticità e dal peso di una verbalità in esubero. Il testo di Roth ha indubbio pregio, stratificato com’è nel dipanare una complessa vicenda famigliare di un ebreo russo, e per di più possiede una sua intrinseca “teatrabilità” ma è come se la pagina scritta fosse rimasta imbrigliata in grovigli d’inchiostro, senza riuscire a distendersi piana e con pienezza in parole sul palco teatrale.
Gli altri spettacoli che hanno animato questa edizione del festival sono produzioni che hanno visto la luce in terra pugliese e – come s’anticipava dianzi – hanno sortito esiti differenti: Transumanze di Ura Teatro, scritto e raccontato da Fabrizio Pugliese è fra questi quello che lascia l’impressione migliore. Nella cornice di Piazzetta Bottari Maddalo, a Campi Salentina, in uno slargo che felicemente s’apparecchia al teatro, in centro palco c’è un uomo solo, coppola e chitarra, che racconta una storia dal sapore antico, che dicendo della transumanza, fa metafora della vita e descrive il tempo che passa, la storia che muta: l’industrializzazione, le tradizioni culturali e la genuinità dei sistemi sociali primari imperniano la narrazione – condotta con sapiente coinvolgimento allocutivo da Fabrizio Pugliese – su una storia che pulsa d’autenticità primordiale, descrivendo con evidenza veristica la relazione pervicace fra l’animalità umana e l’umanità del sentimento ispirato dagli animali. Il cunto, arte antica d’ogni cultura rurale, s’assembla ottimamente al tappeto musicale in accompagno e diventa forma di resistenza memoriale che esula da uno sterile passatismo idealizzato per parlare di una storia che sembra appartenere ad un altro tempo e ad un’altra società, ma che in realtà fa narrazione accorata e intensa di un sistema valoriale che è (può essere) trasversale ai tempi e agli ordinamenti sociali. Testo asciutto ed essenziale, Transumanze – con la sua coloritura dialettale, il suo tono da narrazione da focolare e la compiutezza da apologo della storia che racconta – piace e convince per come coniuga tradizione e realtà, fondendoli in una storia che sa condensare etica e poetica in una composizione unitaria.
Buoni spunti che potrebbero svilupparsi ulteriormente mostra H24_Acasă, spettacolo itinerante che attraversa il piano nobile del Palazzo Baronale di Novoli e che racconta – fondandosi su uno studio condotto intervistando le donne rumene – la condizione subalterna e spesso vessatoria patita dalle donne dell’Est in Italia. La messinscena denota un buon utilizzo dello spazio riattato ora a interno domestico, ora ad aula di tribunale; protagoniste sono storie di donne, di sopraffazioni (ma anche di comportamenti approfittatori), di violenze domestiche e sordide angherie. L’uso del doppio registro linguistico, che alterna un italiano con accento rumeno all’italiano vero e proprio, funziona quando non resta in bilico tra la resa effettiva e quella caricaturale (a tratti succede, soprattutto nel secondo monologo), mentre la partitura tutta italiana del monologo successivo sembra estendere e rendere universale una condizione, non ristretta alle sole donne straniere ma comune a tutte quelle donne vittime di violenza domestica. La costruzione drammaturgica risulta piuttosto semplice e meriterebbe un di essere spinta più oltre, viste le premesse di ricerca sul campo condotte, ma il progetto potrebbe avere margini di crescita ulteriore.
La scuola non serve a nulla di Antonello Taurino è anch’esso un lavoro che parte da presupposti interessanti: la cosiddetta “Buona Scuola” renziana è a tutt’oggi un argomento caldo e dibattuto tra gli operatori del settore, pieno zeppo di controversie e di insofferenze algoritmiche. Ma il monologo di Taurino, al di là delle premesse, assume ben presto una deriva prettamente cabarettistica, snodandosi lungo un’ora e venti di gag, battute e situazioni che strappano anche risate più che semplici sorrisi, ma che alla distanza mostrano la mancanza a sostegno di una solida impalcatura drammaturgica che tenga le fila di un discorso che possa anche voler dire qualcosa, prendere una posizione e offrire uno spunto di ragionamento sul tema di partenza.
Alcuni passaggi, alcune variazioni sul tema, come Dante e Manzoni declinati in rima coi crismi della contaminazione etnica, sono anche di ottima fattura, ma non bastano a sorreggere un impianto tematico cui fa difetto lo spessore concettuale di fondo.
Improntato ad una sostanziale semplicità dell’impianto è anche La grande fuga di Meridiani Perduti, incentrato sulle velleità di due anziani signori – cui si aggiunge una strampalato donna altrettanto attempata – di sottrarsi alle angherie di una società (e di una famiglia) che ormai li vive come un peso. La vicenda in sé è lineare, fin troppo friabile e di facile consumo; commedia amarognola ma non troppo, senza grandi pretese, La grande fuga scivola via senza sorprese, poco guizzando, come opera destinata a lasciare labile traccia della sua apparizione in scena, al netto dell’ora di evasione che regala.
Così come pure debole e bisognoso di lavoro ulteriore appare L’inevitabile sfida di Don Chisciotte e Sancio Panza, spettacolo di teatro ragazzi di Principio Attivo che appare faticoso e non ancora ben definito, incentrato sulle disavventure di due guitti laceri e stracci, sui loro battibecchi e le loro improbabili evoluzioni. Messinscena piuttosto faticosa, non compattata su ritmi adeguati e su tempi sufficientemente fluidi, come se le mancasse – oltre che qualche necessario aggiusto drammaturgico – anche un adeguato tempo di rodaggio dei meccanismi interni.

Le ‘ri-visioni’
C’è poi un aspetto su cui questo festival mi dà modo di soffermarmi ed è la possibilità di seguire diversi spettacoli già visti nel corso del tempo: è un discorso che accomuna e distingue, nel senso che su ben quattro spettacoli accomunati dal fatto di essere oggetto di una nuova visione da parte mia, posso condurre quattro diversi ragionamenti, ciascuno distinto e imperniato sulle condizioni specifiche del percorso di cui in diverse fasi ho potuto essere testimone.
Questa dissertazione comincia da Licia Lanera e dal suo The Black’s Tales Tour, visto una prima volta nella sua embrionale versione di studio – col titolo di Licia legge le fiabe – proprio a Novoli un anno fa, in una forma che prevedeva lettura copione alla mano per spettatori adagiati sui letti; rivisto poi a Caserta in una forma teatrale, con tanto di musicista in scena e infine ritrovato un anno dopo a sempre a Novoli, in teatro, in una compiutezza scenica che segna il punto di arrivo di un percorso che ha trovato la sua quadratura definitiva, chiudendo un cerchio laddove l’aveva aperto. Se la prima visione s’era lasciata dietro le incognite connaturate ad un lavoro ancora in divenire, nella sua seconda tappa lo spettacolo della Lanera appariva ancora in bilico tra una vocazione noir ed una chiave d’approccio più leggera, giocata sull’interazione col musicista in scena (Tommanso Qzerty Danisi, fondamentale nell’affrescare le tinte fosche d’un imprescindibile paesaggio sonoro), ed anche con una interazione col pubblico a tratti addirittura giocosa, che mal si coniugava con l’ispirazione dark delle fiabe interpretate; in questo ultimo approdo, infine, il lavoro appare aver acquisito nerbo e sostanza, calando  lo spettatore sin dal principio – per poi tenerlo senza requie – in una dimensione inquietante, che monta col pompare del sonoro cupo e ridondante, profondo e squassante: “Io la notte non dormo. E vorrei che stanotte non dormissi nemmeno tu”; una dichiarazione d’intenti, un promessa poi mantenuta di afferrare lo spettatore e farlo prigioniero di un incubo, suo, nostro, condiviso. È una messinscena compiuta e pregna quella che regala la Lanera, le inquietudini prendono forma di carne e suono; è in centro scena, si muove e modula la voce, body nero e stivali d’identico colore, psicagoga di anime trascinate all’inquietudine, s’inginocchia, s’accascia, si rialza, la sua voce si fa tutt’uno con il noise di fondo, urla lacerate e strozzate disegnano la truculenza delle fiabe, perturba e scuote, senza posa, passando da una fiaba all’altra, cambiando timbro, ora querulo e stridulo, ora di nuovo profondo e avvolgente, il tappeto sonoro diventa tutt’uno con lei, il respiro si fa rantolo, la voce incalza, singhiozza, lacera le parole, le mastica e le sputa e, insieme ad esse il bolo delle nostre inquietudini profonde ci viene restituito senza sconti, fino ad un epilogo che circolarmente riconduce a compimento l’inizio: si disegna la parola “ETERNITÀ”, che riconduce all’ingresso di questo labirinto onirico, attraversato seguendo il filo della voce doi questa sacerdotessa nera e la linea immaginaria disegnata dal suo corpo.
Alla grande potenza espressiva d’attrice si coniuga una composizione strutturata e organica: da Licia legge le fiabe a The Black’s Tales Tour il percorso è giunto a compimento. Dimostrazione di come alla base del lavoro della Lanera ci sia una ricerca del perfettibile, un desiderio di non accontentarsi e una consapevolezza del proprio lavoro e della propria capacità di rielaborazione.
Un discorso analogo (eppure diverso) posso fare per Esilio della Piccola Compagnia Dammacco, visto a Primavera dei Teatri nel 2016, quand’era anch’esso al suo effettivo debutto, nel quale pure già s’intravedeva lo stigma di una scrittura delicata e profonda, così come era già stata meravigliosa la prova d’attrice di Serena Balivo, conseguenza della costruzione di un personaggio en travesti che accorpava – in quella sua voce sibilante e sottile, in quel suo muoversi chapliniano su una porziuncola di mondo in forma di zattera alla deriva nel marasma del contemporaneo – le profonde istanze di una drammaturgia di densa umanità, tutta intrisa delle paturnie di chi percepisce il senso dello sgretolamento, il dissolversi dell’umano in una società compulsiva e opprimente. Esilio è uno sguardo all’umano che scinde il reale e il coscienziale, incarnando l’uno in una figura fragile e sprovveduta e confinando l’altro in un fuori-scena (o fuori-mondo) dal quale guardare in scena (e nel mondo) per far sentire la voce dell’interiorità. Rivisto a Campi, Esilio appare asciugato rispetto alla mia precedente visione, compattato in una forma che mete in risalto ancor più l’intrinseco valore di questo notevole dialogo coscienziale.
Il ragionamento a cui invece mi porta la Il diario di un brutto anatroccolo ha meno implicazioni speculative: molto semplicemente, rispetto alla prima volta – ai Cantieri Teatrali Koreja – che avevo avuto occasione di vedere e apprezzare la grazia commovente di questo spettacolo e la semplicità con cui esprimeva la propria poetica, in questa nuova visione mi sono potuto abbandonare alla bellezza in maniera più totale e rilassata, lasciandomene avvolgere, confermando le impressioni avute la prima volta che ne feci visione e ampliandone la percezione emotiva. Il diario di un brutto anatroccolo è uno di quegli spettacoli che ti coccoli nella bambagia dei ricordi, per quello che esprime, per come lo esprime e per quella capacità quasi magica di sommuoverti alla commozione anche ad una visione successiva, per quella tenerezza che addolcisce e fa un po’ male..
Su Acqua di colonia, prima parte: zibaldino africano di Frosini/Timpano, il discorso della visione “di ritorno” assume connotazioni particolari: lo Zibaldino è una versione ridotta, è sempre Acqua di colonia, ma nella boccetta tascabile, per così dire. E, se non si ha avuto modo di assistere alla versione integrale – che è spettacolo non solo di ottima fattura, ma anche di minuziosa cura nella ricerca storiografica che gli è sottesa – anche lo Zibaldino ha il suo perché e funziona bene; solo che, dimezzando la durata, ha meno profondità e spessore, meno completezza della sua versione integrale. È comunque spettacolo che mostra i tratti salienti del lavoro condotto dalla coppia d’attori ed il cui esito merita comunque applausi convinti. Resta il fatto che tra le due, l’expanded version conserva maggiore pregnanza e non risente affatto delle due ore di durata complessiva. Ma questa storia l’abbiamo già raccontata…
Possiamo lasciare Campi, Novoli e la Vale della Cupa “gonfi” di teatro, ebbri del clima che s’è respirato, soddisfatti d’aver raccontato questo festival e la sua anomalia possibile.


 

I Teatri della Cupa
Novoli (LE) e Campi Salentina (LE), dal 27 luglio al 1° agosto 2017
direzione artistica Tonio De Nitto, Raffaella Romano
direzione organizzativa Tonio De Nitto
organizzazione e promozione Raffaella Romano, Giovanna Sasso, Ilaria Carlucci, Michela Marrazzi, Francesca D'Ippolito
grafica Alessandro Colazzo
allestimento spazi Dario Cadei, Otto Marco Mercante
coordinamento tecnico Davide Arsenio
foto Eliana Manca
collaboratori Alberto Carlucci, Angelica Di Pace, Silvia Lodi, Mauro Marino, Cristina Mileti, Luca Pastore, Francesca Randazzo, Santa Scioscio, Elisabetta Selleri, Giuseppe Semeraro, Adamo Toma, Fabio Tinella


Canti per la vita quotidiana
A cosa serve la poesia…

di e con Gianluigi Gherzi, Giuseppe Semeraro
produzione Principio Attivo Teatro
lingua italiano
durata 1h
Novoli (LE), Atrio del Palazzo Baronale, 27 luglio 2017
in scena 27 luglio 2017 (data unica)

Coesistenza
coreografie Vito Leone Cassano
con Claudia Cavalli, Marco Curci, Erica Di Carlo, Francesco Lacatena, Anna Moscatelli, Roberto Vitelli
produzione Compagnia Eleinad
durata 40’
Novoli (LE), Piazza Regina Margherita, 27 luglio 2017
in scena 27 luglio 2017 (data unica)

Cantico dei Cantici
adattamento e regia Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e tecnica Max Mugnai
organizzazione Nicole Orbelli
produzione Fortebraccio Teatro
con il sostegno di Armunia Costa degli Etruschi
con il contributo di MiBACT Regione Emilia Romagna
lingua italiano
durata 50’
Novoli (LE), Teatro Comunale, 27 luglio 2017
in scena 27 luglio 2017 (data unica)

Transumanze
scritto e raccontato da Fabrizio Pugliese
collaborazione artistica Fabrizio Saccomanno, Francesco Manno
produzione Ura Teatro
lingua italiano, dialetto pugliese
durata 50’
Campi Salentina (LE), Piazzetta Bottari Maddalo, 28 luglio 2017
in scena 28 luglio 2017 (data unica)

R. OSA
10 esercizi per nuovi virtuosismi
di Silvia Gribaudi
coreografia e regia Silvia Gribaudi
contributo creativo Claudia Marsicano
con Claudia Marsicano
disegno luci Leonardo Benetollo
costumi Erica Sessa
consulenza artistica Antonio Rinaldi, Giulia Galvan, Francesca Albanese, Matteo Maffesanti
produzione Silvia Gribaudi Performing art., La Corte Ospitale
coproduzione Santarcangelo Festival
lingua inglese
durata 45’
Campi Salentina (LE), Giardino di Casa Prato, 28 luglio 2017
in scena 28 luglio 2017 (data unica)

H24_Acasă
di Valeria Simone, Arianna Gambaccini, Annabella Tedone, Marialuisa Longo, Belen Duarte
ideatrice e regia Valeria Simone
con Adriana Gallo, Arianna Gambaccini, Annabella Tedone, Barbara Grilli, Maristella Tanzi
produzione Acasa Associazione Culturale
lingua italiano (con accento rumeno)
Novoli (LE), Stanze del Palazzo Baronale, 29 luglio 2017
in scena 29 luglio 2017 (data unica)

La scuola non serve a nulla
di e con Antonello Taurino
scritto con Carlo Turati
lingua italiano
durata 1h 20’
Novoli (LE), Atrio del Palazzo Baronale, 29 luglio 2017
in scena 29 luglio 2017 (data unica)

The Black’s Tales Tour
di e con Licia Lanera
regia Licia Lanera
sound design Tommaso Qzerty Danisi
luci Martin Palma
scene Giorgio Calabrese
costumi Sara Cantarone
consulenza artistica Roberta Nicolai
organizzazione Antonella Dipierro
assistente Danilo Giuva
produzione Fibre Parallele
coproduzione CO&MA Soc. Coop. Costing & Management
lingua italiano
durata 1h
Novoli (LE), Teatro Comunale, 29 luglio 2017
in scena 29 luglio 2017 (data unica)

La grande fuga
liberamente ispirato a Classe di ferro
di Aldo Nicolaj
regia Sara Bevilacqua
con Sara Bevilacqua, Gianmarco Bevilacqua, Antonio Guadalupi
organizzazione Daniele Guarini
produzione Meridiani Perduti
lingua italiano
durata 1h
Campi Salentina (LE), Piazzetta Bottari Maddalo, 30 luglio 2017
in scena 30 luglio 2017 (data unica)

Esilio
ideazione, drammaturgia e regia Mariano Dammacco
con la collaborazione di Serena Balivo
con Serena Balivo, Mariano Dammacco  
cura dell’allestimento Stella Monesi
luci
Marco Oliani
produzione Piccola Compagnia Dammacco
con il sostegno di Campsirago Residenza
con la collaborazione di L’arboreto Teatro Dimora di Mondaino, Associazione CREA / Teatro Temple, Associazione L’Attoscuro
lingua italiano
durata 1h
Campi Salentina (LE), Giardino di Casa Prato, 30 luglio 2017
in scena 30 luglio 2017 (data unica)

Naufraghi per scelta
Uno spettacolo di teatro su filo teso

di Giovanni Dispenza
con Valentin Hecker, Soledad Prieto
produzione Los Filonautas
lingua italiano
durata 50’
Novoli (LE), Piazza Regina Margherita, 31 luglio 2017
in scena 31 luglio 2017 (data unica)

Diario di un brutto anatroccolo
da Hans Christian Andersen
adattamento e regia Tonio De Nitto
con Ilaria Carlucci, Francesca De Pasquale, Luca Pastore, Fabio Tinella
collaborazione al movimento coreografico Annamaria De Filippi
musiche originali Paolo Coletta
scene Roberta Dori Puddu
costruzione oggetti Luigi Conte
costumi Lapi Lou
luci Davide Arsenio
foto di scena Eliana Manca
produzione Factory Compagnia Transadriatica, TIR Danza
lingua spettacolo senza uso di parola
durata 1h
Novoli (LE), Teatro Comunale, 31 luglio 2017
in scena 31 luglio 2017 (data unica)

Giobbe
Storia di un uomo semplice

dal romanzo di Joseph Roth
adattamento e regia Francesco Niccolini
con Roberto Anglisani
consulenza letteraria e storica Jacopo Manna
distribuzione Teatro d’Aosta
con la collaborazione di Festival Montagne Racconta (Montagne – Treville, TN), Festival Collinarea (Lari, PI)
lingua italiano
durata 1h 20’
Novoli (LE), Atrio del Palazzo Baronale, 31 luglio 2017
in scena 31 luglio 2017 (data unica)

L’inevitabile sfida di Don Chisciotte e Sancio Panza
testo Marina Allegri
regia Maurizio Bercini
con Dario Cadei, Otto Marco Mercante
scene Maurizio Bercini, Donatello Galloni
dipinte da Patrizio Dell’Argine
costumi Patrizia Caggiati
produzione Cà Luogo d’Arte, Principio Attivo Teatro
lingua italiano
durata 50’
Campi Salentina (LE), Piazza Libertà, 1° agosto 2017
in scena 1° agosto 2017 (data unica)

Acqua di colonia
Prima parte: zibaldino africano

testo, regia, interpretazione Elvira Frosini, Daniele Timpano
consulenza Igiaba Scego
voce del bambino Unicef Sandro Lombardi
aiuto regia e drammaturgia Francesca Blancato
scene e costumi Alessandra Muschella, Daniela De Blasio
disegno luci Omar Scala
progetto grafico Valeria Pastorino
produzione Frosini/Timpano, Romaeuropa Festival, Teatro della Tosse, Accademia degli Artefatti
con il sostegno di Armunia Festival Inequilibrio
in collaborazione con C.R.A.F.T. Centro Ricerca Arte Formazione Teatro
lingua italiano
durata 1h
Campi Salentina (LE), Giardino di Casa Prato, 1° agosto 2017
in scena 1° agosto 2017 (data unica)

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