"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 05 Ottobre 2017 00:00

Nelle pieghe del buio, recuperando se stessi

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È un sabato sera di settembre, Mezzocannone è ancora silenziosa, priva del brulichio e del viavai degli studenti fuori sede che animano le sere del Centro Storico di Napoli fino a notte inoltrata; poco più su si concentrano quelle sparute frotte chiassose che anticipano di qualche settimana la movida universitaria; qua e là qualche turista all’avventura. Il tempo appeso di questo pieno settembre aduggia sul basolato una pioggerellina che a stento bagna, lasciando a svaporare appena una scia d’afa nell'ultimo frammento d'estate.

Superando questo scorcio, ancor più su, San Domenico Maggiore, il Convento, “Estate a Napoli” la rassegna, Le briciole sulla tavola lo spettacolo, Teatro dei Sensi Rosa Pristina la compagnia che lo inscena, di nuovo, a distanza di cinque anni: Fringe 2011, quando la rassegna collaterale del Napoli Teatro Festival c’era e costituiva la frangia festivaliera che offriva una panoramica interessante su una buona parte del teatro emergente. Il Fringe, che ora non c’è più nel cartellone del Festival. E, mentre mi accingo ad entrare nell’imponente complesso del Convento di San Domenico Maggiore – quello che vide Giordano Bruno essere monaco e farsi erudito – mi viene da pensare che al contempo, a un paio di chilometri da dove mi trovo, tanta teatralità napoletana (e non) si concentra e si condensa intorno alla nuova puntata della farsa defuschiana delle Maschere del Teatro Italiano, kermesse patinata che va in scena in barba agli scempi degli ultimi mesi, che hanno visto lo Stabile partenopeo – diretto dallo stesso De Fusco – chiudere i battenti per inagibilità e perdurare nelle inadempienze contrattuali nei confronti di coloro che, a vario titolo, vi hanno lavorato. Qui, dove mi trovo, il teatro accade; lì fa finta di essere accaduto; come se cinque mesi di chiusura forzata non rappresentassero un’onta che, se non vogliamo dire che gridi vendetta al cielo, quanto meno necessiterebbe di un’assunzione di pubblica responsabilità da parte di chi quel teatro (una Stabile, un Nazionale, non lo dimentichiamo), lo dirige. Ma ad un tratto mi rendo conto che questa è un’altra storia... una storia dietro la quale vagano pensieri e domande destinate a rimanere inevase. Per questo, meglio tornare al teatro, quello che accade per davvero e non quello che fa finta di essere accaduto: ho uno spettacolo a cui assistere, una suggestione da seguire, forse – trattandosi di teatro sensoriale – un’aura misteriosa da cui lasciarsi avvolgere e farsi accalappiare.
L’attesa si protrae nel cortile del complesso monumentale; uno scalone punteggiato da sei citronelle disposte a zig-zag segna l’inizio del percorso, l’ingresso al viaggio che va a cominciare; ho un compagno di viaggio, col quale compiere il mio percorso. Sarà un viaggio della memoria quello che intraprenderemo, inizialmente assieme, poi, una volta consegnati gli occhi alle tenebre di una benda scura, ciascuno per proprio conto, ciascuno andando a scavare – col maieutico aiuto di chi guiderà i nostri passi resi incerti dall’oscurità – nel proprio vissuto fanciullesco.
La suggestione è palpabile, le parole che ascoltiamo ci vengono sussurrate con un filo di voce, come a non voler scalfire neanche per sbaglio quel clima di magico mistero che ci abbraccia sin dal nostro ingresso nelle sale alte e buie del convento. Si comincia con una sorta di anamnesi: come ti chiami? sei nato a casa o in ospedale? quanto pesavi alla nascita? hai una zia preferita? E mentre rispondi, pastelli a cera danno forma al tuo disegno, prima che il viaggio abbia veramente inizio. Viaggio della memoria, si diceva, fatto di vecchie foto in bianco e nero che ti sollecitano una memoria personale evocandone una estranea, indistinguibile, come se l’una e l’altra coincidessero, o come se una servisse a dare la stura all’altra. Viaggio fatto di evocazioni semplici e condivise, come giocare con le briciole di pane o disegnare con le dita sui vetri appannati, cose che da bambini abbiamo fatto più o meno tutti. Di lì in poi è buio, rinunciamo alla vista degli occhi per allertare gli altri sensi: le narici si aprono, le orecchie si drizzano, le mani, guidate, toccano, tastano, l’atmosfera in cui vieni calato ti rimanda a odori e sapori vissuti nell’infanzia, recuperati alla memoria strofinando le mani su una pianta d’origano, per poi lavarle e asciugarle con un canovaccio liso che sarebbe potuto esser quello che adoperava tua nonna in cucina; assapori atmosfere che sanno di buono e di pulito, un acino d’uva diventa “la bella cosa” che una voce che sa di famiglia ti porge per premio, per gratifica, o semplicemente per affetto, i chicchi di grano sentiti sotto le mani sono ulteriore elemento di richiamo ad una natura ancestrale, fatta di essenza rurale, di un tempo scomparso e forse scordato. Tutto ciò serve a rinfocolare memoria, a cullare ricordi in parte sbiaditi, che ci riconducono a quel che eravamo, che ci riportano al bambino che fummo prima di diventare l’uomo che siamo.
Per un tempo indefinito, che poi scoprirai essere – forse – un’ora o poco meno, abiti uno spazio che sembrerebbe non appartenerti, ma che scopri essere in fondo il tuo, un corpo, il proprio che si fa dimora di emozioni lontane e sopite, che riaffiorano con un brivido sottile di nostalgica commozione. Ti fidi e ti affidi, senza remore né resistenze, perché percepisci che quella che si sta ricreando intorno a te è un’atmosfera che ti è appartenuta e che, in fondo – a un livello non del tutto conscio, ma come relegato in una specola del tuo bagaglio memoriale profondo – persiste dentro di te. È un po’ come perdersi per poi ritrovarsi, lasciarsi agire per poi riappropriarsi di qualcosa che avevamo dimenticato di avere, qualcosa che giaceva quiescente nei meandri del vissuto e che, riemergendo, ti restituisce parte di quel che eri, la parte più tenera e pura di quel che sei.
Finito il viaggio, ritorni alla vita, ritorni al presente, al basolato umido di un settembre pieno; lo attraversi rimuginando quel che hai appena vissuto, non pensi già più alle Maschere, a De Fusco e tutto ciò che occupava prima i tuoi pensieri sulla farsa del teatro che fa finta di accadere, è ormai stato soppiantato dalle sensazioni profonde suscitate da un teatro che – nella sua specifica forma che poi del tutto teatrale non può dirsi – ti ha coinvolto ed abbracciato nella ritualità del suo accadere.






Estate a Napoli
Le briciole sulla tavola
drammaturgia Teatro dei Sensi Rosa Pristina
regia Susanna Poole
produzione TdS Rosa Pristina
lingua italiano, napoletano
durata 50'
Napoli,  Sala del Capitolo del Convento di San Domenico Maggiore, 16 settembre 2017
in scena dal 14 al 16 settembre 2017

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