"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Michele Di Donato

Cunto mediterraneo

Cosa può mai legare Don Chisciotte, Colapesce e Peppino Impastato? Apparentemente – e con una certa qual evidenza – siamo dinanzi a tre entità di natura diversa: un personaggio letterario, una creatura mitologica, un uomo realmente vissuto; tre entità per tre epoche diverse, l’una confinata in quel limbo atemporale chiamato mito, l’altra resa eterna nel Siglo de Oro dalla penna di Cervantes, l’altra ancora cittadina del Novecento.

Dal Tavoliere con amore

È di presa facile e immediata, Nella gioia e nel dolore, spettacolo della compagnia pugliese Contromano Teatro che ha visto la rassegna MutaVerso far ritorno – per l’occasione – nello spazio intimo e raccolto del Piccolo Teatro del Giullare di Salerno. È di presa facile e immediata perché racconta un tòpos – quello delle ritualità accessorie che contornano il rituale matrimoniale nella provincia meridionale – che non solo è noto e diffuso ai più per averne fatto esperienza (diretta o indiretta), ma che tanto interesse suscita da aver anche alimentato un fiorire di format a tema che animano il (sotto)bosco televisivo, spaziando indistintamente dal kitsch al sofisticato e spesso confondendo i due ambiti.

Il respiro del buio

Cosa sente un corpo che non vede? E cosa sente un corpo che sente di non esser visto? Come si ascolta nel silenzio, come si scruta nel buio, come si rende palpabile ciò che, etereo, sfugge al tatto? Luce e respiro, cecità e asfissia – sotto l’inesorabile scorrere del tempo – si fanno carne e anima nel raccontare un sogno d’amor perduto, un delirio d’amor negato.

Buffoni, buffonanti e tanto fumo

Fumiga d’incenso la sala dell’Elicantropo, calandosi in un’atmosfera mistica e grottesca che strappa la logica al tempo per farsi costruzione scenica avulsa, collocata in un altrove indefinito. In questo luogo senza tempo si succede una miscellanea di azioni teatrali che dipanano un ordito drammaturgico vario e convulso.

Storia del killer che ti ammazzò di risate

È un epilogo d’aprile in cui il vento, freddino anziché no, spazza le strade di Lecce smorzando il tepore primaverile; per le vie del centro il tramonto riverbera corrusco su muri dal colore tufaceo. In questo scenario è immerso il Teatro Paisiello, di fattura ottocentesca, col suo palco come sospeso su un fossato e la sua platea incorniciata da quattro ordini di palchi disposti a ferro di cavallo. È qui che abbiamo appuntamento con un killer...

La rivolta del cigno nero

C’è un cigno nero che batte le ali prima di morire... c’è un cigno nero che sceglie di stramazzare per riparare ad una distorsione presente nel sistema, per chiamarsi fuori dal sistema... c’è un cigno nero come motore immanente, che si ribella alla sua sorte e rende un atto estremo estrema forma di rivolta.

Ravenna, i “Parlamenti di aprile” delle Albe

Ravenna ti accoglie placida, strade ordinate e silenziose e tracce di storia conservate in un tessuto urbano che vive il presente valorizzando il passato. Ravenna è decorazioni musive che ricordano i fasti dell’Esarcato e odore di buona cucina che si diffonde nelle strade. Ravenna è la città del Teatro delle Albe, che da oltre trent’anni porta avanti il proprio percorso poetico avendo come casa base il Teatro Rasi, che un tempo fu una chiesa, poi una cavallerizza, infine, da fine Ottocento un teatro.

La fattoria delle occasioni sciupate

Lo spazio vitale limitato e conchiuso da due strisce di luce tra il proscenio ed il fondo palco, sul fondo stesso uno schermo su cui si susseguono immagini di un blob coloratamente contemporaneo, sotto al quale una “h” ed una “f” formano il logo acronimo di quel che s’inscena; tre personaggi ad agire all’interno di quello spazio che scopriremo solo alla fine – invero troppo tardi – essere un reality show inteatrato che si incentra su figure di malati terminali, premio finale un’eutanasia, in cambio la sua spettacolarizzazione mediatica.

Psicodramma hitchcockiano

Il cinema e il teatro, si sa, parlano due linguaggi diversi: contigui eppure differenti, frammisti eppure separati; talvolta può capitare che si intersechino e che l’uno mutui dall’altro idee, tecniche e immagini in un processo di ibridazione che talvolta funziona, talaltra no.
In questo caso ci troviamo a parlare (a scrivere) di una volta sì, di un fatto eminentemente teatrale che – rimanendo essenzialmente tale – si serve di un sostrato cinematografico per condurre un discorso articolato e intelligente, le cui sfumature si sfaccettano in una sequela di piani susseguenti e inanellati che concatenano visione e fruizione in un gioco di rimandi in cui il cinema (e specificatamente il cinema di Alfred Hitchcock) è il pretesto, il teatro lo strumento ed i destinatari (pubblico, critica) oggetti compartecipi in una visione caleidoscopica che con gusto e leggerezza – ma senza per questo rinunziare ad una strutturazione articolata dell’impianto drammaturgico – regala un icastico spaccato teatrale e metateatrale.

Auricolare, Watson!

Con gli occhi chiusi, o meglio, bendati, per lasciarsi trasportare – rinunciando ad un senso ed aguzzandone un altro – dall’ascolto in una dimensione che metta lo spettatore in rapporto diretto con quel che ascolta: un dramma “auricolare”, questo è Il mastino dei Baskerville nella forma in cui è stato offerto alla fruizione a Il Pozzo e il Pendolo.

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