"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Michele Di Donato

Nelle pieghe del buio, recuperando se stessi

È un sabato sera di settembre, Mezzocannone è ancora silenziosa, priva del brulichio e del viavai degli studenti fuori sede che animano le sere del Centro Storico di Napoli fino a notte inoltrata; poco più su si concentrano quelle sparute frotte chiassose che anticipano di qualche settimana la movida universitaria; qua e là qualche turista all’avventura. Il tempo appeso di questo pieno settembre aduggia sul basolato una pioggerellina che a stento bagna, lasciando a svaporare appena una scia d’afa nell'ultimo frammento d'estate.

I Teatri della Cupa, un’anomalia possibile

Cupa, un anno dopo: ritorniamo in Salento per il festival diretto da Tonio De Nitto e Raffaella Romano, giunto alla sua terza edizione, questa volta svoltasi tra Novoli e Campi Salentina a cavallo tra la fine di luglio e l’inizio di agosto.
Sono giornate calde – meteorologicamente parlando – in quella parte di tacco estremo dello Stivale che non affaccia direttamente sul mare e che, ad onta di grossolanerie sparate dal Briatore di turno sull’antitesi tutta presunta tra turismo e cultura al Sud, vede la propria offerta culturale crescere e puntare sul gioco al rilancio: in una regione che brancola ancora nell’incertezza e staziona nell’impasse politico-culturale del dopo Vendola – e soprattutto del depauperamento dell’esperienza della rete dei Teatri Abitati – tra tagli strutturali e bandi che rendono torbida la fonte, mescolando improvvidamente i concetti di spettacolo e turismo, I Teatri della Cupa è festival che sceglie l’azzardo, in un’equazione che affianca il rischio artistico al rischio d’impresa, decidendo consapevolmente di giocare d’anticipo e al buio, nell’incertezza di vedersi riconosciuti poi i contributi pubblici anticipati in proprio prima.

Kilowatt, attraversamento di un'atmosfera

Sansepolcro, borgo d’arte in cui l’arte si respira: in un’atmosfera rilassata, confortata da un clima benevolo che mitiga alquanto la calura estiva d’un luglio altrove ben più canicolare, Kilowatt Festival, sotto la direzione artistica di Luca Ricci, incornicia la sua quindicesima edizione. La attraverso nel suo mezzo, per tre giorni in cui si susseguono, raccolti nel perimetro circoscritto del centro biturgense, spettacoli, convegni, mostre, presentazioni di libri, oltre a tutto quel che già normalmente la cittadina toscana offre e che va da Piero della Francesca alla Deposizione di Rosso Fiorentino conservata in San Lorenzo, fino ad ogni angolo di questo borgo che trasuda arte e storia.

Belgio, istruzioni per l’(ab)uso

Mi era capitato di incontrare Jan Fabre lo scorso settembre, mentre era di passaggio a Napoli, ritrovo un suo spettacolo al Politeama nel corso del Napoli Teatro Festival edizione 2017. Da quell’incontro conservo un’immagine mitigata dell’artista dissacrante che la vulgata dipinge, un’impressione che volge più verso l’idea un personaggio dall’inventiva talentuosa ma anche furbesca.

Il passato che precipita nel presente

È un viaggio della memoria interessante quello che intraprende Maurizio Igor Meta, è un viaggio a ritroso che prova a ripercorrere i passi di chi, partito alla volta dell’America in cerca di una prospettiva di vita migliore, ha lasciato dietro di sé la labile traccia, sbiadita dal tempo, di una storia che merita di essere raccontata, perché contiene parte di un’essenza interiore, perché dà corpo a quell’istanza mai sopita di cercare capire chi siamo guardando da dove veniamo.

Se il teatro diventa un ghetto

È una domenica di maggio, le stagioni teatrali volgono al termine e si prova ad intercettare gli ultimi spettacoli significativi a cui offrire lo sguardo e tradurlo in testimonianza. Bambolina, produzione di Cerbero Teatro in scena al Nest, è uno degli ultimi fuochi di stagione, prima che le programmazioni di sala lascino il passo a festival e rassegne estive.
Per parlare di Bambolina parto da due momenti che mi colpiscono in modo significativo: l’inizio e la fine. O meglio: prima dell’inizio e dopo la fine. Prima dell’ingresso in sala noto un pubblico mediamente giovane, anche molto giovane (qualcuno ha ancora addosso il completino da calcio e le scarpette, dopo aver trascorso la domenica pomeriggio a giocare a pallone per le strade); alla fine, quello stesso pubblico lo trovo in piedi ad applaudire entusiasta uno spettacolo teatrale.

Tre modi diversi di deludere

Il mio Napoli Teatro Festival, edizione 2017, comincia con un filotto di spettacoli nei cortili di Palazzo Reale, due al Cortile d’onore ed uno al Cortile delle carrozze, per la precisione. Sin dal primo appropinquarmi percepisco, rispetto alle più recenti edizioni della rassegna festivaliera partenopea che, almeno nell’approccio, qualcosa è cambiato: la città sembra “accorgersi” che c’è un Festival di teatro, lo percepisci e non è soltanto un discorso di cartellonistica, in una Napoli che peraltro, coi suoi cantieri di lavori in corso sembra uno scavo a cielo aperto; qua e là qualche drappo disteso sulle impalcature campeggia a dichiarar presenza del Napoli Teatro Festival.

Siena, le finali di In-box

Siena: uno di quei gioielli sopravissuti pressoché intonsi al Medioevo, con le sue fattezze e le sue atmosfere, con le sue mura che traspirano secoli di storia, i suoi edifici del centro che ti trasportano in un’aura atemporale... l’attraversi e ti sembra di farlo coi fratelli Gambi narrati da Federigo Tozzi... non ne condividi le preoccupate frustrazioni d’un tempo ormai remoto, ma immagini i loro stati d’animo e ti par di vederli lì dove una narrazione primo novecentesca li ha collocati... è Siena, ed è bella e avvolgente come una spirale, chiusa e arroccata come un’arnia.

Ragionando su Frosini/Timpano

Due spettacoli in due sere. Acqua di colonia e Carne, andando in scena fra Salerno e Caserta, si offrono in visione come due lavori che, pur nella sostanziale diversità di forma e contenuto, suggeriscono una continuità poetica ed espressiva della coppia artistica formata da Elvira Frosini e Daniele Timpano.

Arte o fuffa?

Assistere a Not Here, Not Now di Andrea Cosentino vuol dire confrontarsi con due livelli di fruizione: uno epidermico, in cui la logorrea affabulatoria, le gag e le trovate inducono al riso mediante una comicità intelligente; l’altro, sottilmente – e a tratti anche non sottilmente, ma proprio dichiaratamente – argomentativo, facendosi portatore, innervandolo sulle note del comico, di un ragionamento acuminato su una questione cogente.

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