“Tutti noi riusciamo a vivere solo perché, a un certo punto, ci rifugiamo in una menzogna, una qualsiasi. Lui invece non si è mai rifugiato in un asilo che potesse proteggerlo: è assolutamente incapace di mentire, come è incapace di ubriacarsi. Franz è senza il minimo rifugio, senza un ricovero, perciò è esposto a tutte le cose dalle quali noi siamo al riparo. È un individuo nudo tra individui vestiti”.

Milena su Franz Kafka

Mercoledì, 15 Novembre 2017 00:00

Attesa, solitudine, eterno ritorno

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Un uomo, una vita, i treni che passano. Un uomo che trascorre la vita a guardare i treni che passano con puntuale precisione, giorno dopo giorno, ora dopo ora, appuntando con meticolosità certosina orario e durata del passaggio, vivendo – di fatto – in funzione di quel passaggio. Un ritmo sempre uguale: Blues. Che cos’è il blues? È una forma musicale intima e malinconica che, per ispirazione tradizionale, dà voce a sentimenti personali attraverso la ripetizione di una struttura ritmica. E che cos’è Blues, di Tino Caspanello, se non un’esplorazione intima del sé e dei suoi meccanismi, visti attraverso l’esistenza di un uomo che si snoda sempre uguale lungo giornate identiche, trascorse a veder passare treni, ogni giorno alla stessa ora? C’è – in Blues di Tino Caspanello – in quel suo perdurare ritmico scandito dall’abitudinarietà, un refrain mandato a memoria, che verrà interrotto e scalfito da un ritmo differente, dallo stridio dei freni di un treno inaspettato, da una fermata non prevista che verrà ad interrompere la monotonia ciclica, come “una specie di canzone dal ritmo diverso”.

È questo il blues del titolo, questo suono sempre uguale in dodici battute, dall’atmosfera malinconica che, d’un tratto, s’improvvisa musica altra, come se percorresse la possibilità di evolvere, di mutare scenario, di immaginare un altrove oltre quella soglia, quell’orlo lungo il quale le vite dei personaggi – senza nome e senza tempo – delle storie scritte da Tino Caspanello vivono in bilico tra quel che sono e quel che potrebbero essere. Sono storie che hanno un filo comune quelle raccontate da Tino Caspanello, sono storie che si muovono lungo le precise direttrici di una poetica (qui raccontata in alcune note dedicate), una “poetica del noi”, in cui gli orli sfrangiati del qui e dell’altrove si sfiorano per poi lambirsi, in cui lo spazio è margine comune e il tempo coordinata dilatata eppur rarefatta, in apparente ossimoro. Questo perché la ricerca del sé e dell’altro, nella scrittura di Caspanello, si snoda lungo un filo invisibile che l’attraversa per farsi scavo tacito e quatto, fatto di rarefazioni e silenzi, di sottrazioni che aggiungono senso, di sensazioni – meglio, di sentimenti – che s’esplicitano per contrasto.
Assisto a Blues e mi viene di pensare a Mari, dello stesso Caspanello, ad analogie e differenze: penso al senso del limite, che in Mari è limite della parola, che manca, che è incomunicata, che anche quando c’è si riempie di silenzi e che in Blues invece è limite alluso, esistenziale, di vita sottratta, che nega a se stessa un diverso modo d’esistere, confinandosi ai bordi sperduti di un fuori mondo, che assume una forma e un modo differenti per raccontare la medesima sostanza, sottratta e assente, eppur manifesta; e se in Mari era il rumore del mare a dare la percezione naturale di questo limite, in Blues è il frinire di cicale iniziale che confina l’azione scenica nello spazio dilatato di una plaga solitaria in cui vive il protagonista.
Alla dimensione dello spazio s’aggiunga quella del tempo: in Blues c’è un orologio in scena che segna di fatto la durata dello spettacolo, ma che – così come avviene anche in Mari – diventa in realtà un tempo sospeso, un tempo a-storico, dilatato nel suo spessore più che nella sua lunghezza cronometrica, un tempo che non è quello della storia ma quello dell’anima che la storia l’agisce.
Questo perché la storia, in Blues, vive di un realismo che è solo apparente, mirando invece all’evocazione esistenziale; e infatti qualsiasi pretesa di realismo è smentita dalla costruzione della scena, che mostra un interno parziale, come tagliato ai suoi lati, con pareti e pensili inconclusi: è uno sorcio d’interno quello che ospita, sulla scena, uno scorcio di vita che ha il corpo d’attore e la voce di Francesco Biolchini, abile a tratteggiare i contorni sfumati del vivere d’un uomo di cui non conosceremo il nome ma del quale leggeremo l’essenza osservandone i tratti dell’esistenza.
È l’esistenza di un uomo meticoloso e preciso, camicia a righe sottili, maniche corte, pantaloni chiari, un uomo che maneggia la sua scopa di saggina, aggiusta con precisione un vaso di fiori e una bottiglia d’acqua sul tavolino e si dispone con fare consuetudinario ad espletare cicliche mansioni, annotando con indefessa pazienza e minuziosa precisione passaggi, transiti e ritardi; la giacca, intonata ai pantaloni e indossata ad ogni passaggio di treno, è elemento di compunzione ulteriore, altro rituale di una mistica dell’attesa a cui è immolata per intero la sua vita, fatta di regolarità che non deroga, di linearità che non deraglia, che tutt’al più sobbalza quando un treno transita ad un orario inconsueto, tanto da farlo sbottare : “Roba da pazzi... un treno a quest’ora... non è mai successo! E... non si fa!”.  Ritardi, anticipi, soppressioni... ci sta tutto, ma non un treno che non ci si aspetta; “E adesso che cosa scrivo qui dentro?”, come se la vita che deviasse dai binari consueti e immutabili dell’ordinario sfuggisse ad ogni possibilità di codifica, minando le certezze immutabili di un vivere sempre uguale.
C’è, nella vita sospesa di quest’uomo, una sorta di nietzschiano eterno ritorno, che mentre compie la propria ciclicità, vede aprirsi una possibilità inattesa, ingenerata da un evento fortuito e del tutto impreventivabile: un treno che anziché transitare si ferma, mandandolo nel panico; per lui che aveva sempre scrutato le vite di passaggio nel loro trascolorare su volti anonimi intravisti dai vetri di un treno in corsa, osservate sempre dall’esterno e da lontano, l’idea di confrontarsi da presso con la vita altrui, e in essa specchiare la propria, è promessa di timore. Sarà in realtà occasione di toccare l’umano, di risvegliare una sensibilità quiescente, anestetizzata dal fluire routinario e solitario dei giorni. Eccola quella “canzone dal ritmo diverso”, che arriva a scardinare i crismi dell’ordinario, a deviare i binari del consueto e a far affiorare in lui i ricordi remoti e sopiti di un’infanzia familiare, eccola quella “canzone dal ritmo diverso”, che lo porta indietro nel tempo, a quando un altro treno, in quello stesso punto, si fermò e ne discesero i passeggeri, accolti con entusiasmo ospitale da suo padre e da sua madre. C’è, in quest’uomo e nella sensibilità languida e fragile che manifesta, una dichiarata incapacità a sentirsi adeguato alla circostanza, come seppero invece esserlo i suoi genitori. Lo sbigottimento diventa preoccupazione, i passeggeri forse vorranno scendere e vorranno bere e lui si sente perso, pensa che potrebbe fare come fece suo padre, ma lui non lo sa fare, “mio padre avrebbe cantato, mia madre avrebbe messo un fiore tra i capelli, forse potrei metterlo anch’io”, lo mette, sorride, saluta; la propria inadeguata tenerezza, significativamente, lo fa sentire più capace di emulare il delicato gesto materno che il piglio volitivo paterno. Di quel tempo c’è una data e c’è un’ora precisa impresse nella memoria: “17 maggio 1958, ore 15:37, treno fermo a causa di un guasto”, tutto annotato, tutto certo e certificato nel passato, così come tutto è indefinito nella imperscrutabilità del presente che deroga dall’usuale.
Una deroga che acquisirà il sapore umano di un contatto inaspettato; porte e finestrini bloccati non consentono contatto diretto coi passeggeri, suo padre avrebbe fracassato tutto pur di farli scendere, ma lui no; lui instaura un contatto mediato, diaframma il vetro di un finestrino, attraverso il quale dialoga scandendo le parole per evidenziare il labiale; al di là del vetro di un treno che non vediamo immaginiamo una donna che in scena non c’è, ascoltiamo un dialogo tra vite separate, finestrini e porte bloccate sono barriere simboliche di una separazione tra la di lui vita e quella altrui, tra un’esistenza sospesa e ciò che la circonda all’esterno. La sua voce si fa più bassa, i gesti fra i due suggeriscono lo sbocciare di qualcosa di intimo, lei vorrebbe scendere, lui vorrebbe che lei scendesse, le mani si cercano senza potersi trovare, si cercano senza toccarsi attraverso un vetro che li separa senza dividerli, almeno per un istante, consegnando ad una vita fino ad allora sola e sospesa un attimo in cui sentirsi piena e viva, un’illusione da veder svanire, portata via dallo sparire del treno, riconsegnandosi all’ineluttabilità di un destino che non s’ha la forza di scardinare.
C’è, in questo ulteriore passo nella poetica di Caspanello, la conferma di una rarefatta delicatezza, che agisce come in levare, lavorando sull’evidenza per sottrazione, poggiandosi su un ritmo nel quale si finisce per riconoscere una cifra stilistica di intenso valore evocativo, una poetica che racconta l’umano accarezzando lo sguardo e l’ascolto come “una specie di canzone dal ritmo diverso”.

 





Blues
scritto e diretto da Tino Caspanello
con Francesco Biolchini
scene e costumi Cinzia Muscolino
produzione Teatro Pubblico Incanto
lingua italiano
durata 50’
San Leucio (CE), Officina Teatro, 15 ottobre 2017
in scena 14 e 15 ottobre 2017

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