“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Sabato, 05 Febbraio 2022 00:00

Vendesi Apocalisse

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Di nuovo a Sala Ichòs, di nuovo a distanza di più di due anni da quando quella porta s’era chiusa, lasciando fermamente credere che non la si sarebbe più vista aprirsi agli occhi curiosi di noi spettatori.
E invece.

In controtendenza, decisa e ostinata, quegli stessi che avevano deciso di chiudere quand’era ancora tutto aperto – correva il dicembre del 2019 e la pandemia non era ancora nemmeno un vago presagio – ora, in un controtempo degno delle imprese di un antieroe votato al sacrificio e incurante dei pericoli, decidono – quelli di Sala Ichòs, sempre loro, sempre gli stessi – di rialzare la serranda in un periodo in cui i discorsi inerenti al teatro vertono per lo più su chiusure e limitazioni, coi loro corollari di rimostranze e recriminazioni.
Riapre quella porta, dietro la quale avevamo provato tante volte lo stupore di trovarci ad assistere a teatro di alto livello, a quel teatro che parlava i linguaggi del contemporaneo e che andava da Fibre Parallele a Frosini/Timpano, da Roberto Latini alla Confraternita del Chianti, dai Sacchi di Sabbia ai Quotidiana.com, giusto per fare qualche nome, passando per tante compagnie emergenti o non ancora del tutto emerse, che non avremmo altrimenti potuto vedere in scena a queste latitudini se non fossero passate per la piccola sala di San Giovanni a Teduccio; compagnie che avremmo finito per incontrare anche altrove, vedendole poi girare per teatri e circuitare per festival e rassegne. Sala Ichòs era questo: una periferia incurante di essere tale, capace di guadagnarsi centralità con la propria proposta artistica.
E Sala Ichòs, riaprendo, questo sceglie di continuare ad essere: non si abdica ad una vocazione, semmai si rilancia, la si ricalibra, si rivedono scelte e convinzioni, ma si rimane fedeli alla linea, parafrasando  i CCCP. E, fedelmente al dettame succitato, a Sala Ichòs abbiamo potuto assistere alla Apocalisse tascabile di Fettarappa Sandri/Guerrieri, compagnia giovane che con questa opera prima si era guadagnata consensi e apprezzamenti, nonché le repliche messe in palio da In-box nel 2021 e che va così a riallacciare il filo della vitalità artistica di questo avamposto culturale che insiste alla periferia sudoccidentale di Napoli.
E, da una periferia a un’altra: da quella dove lo spettacolo va in scena a quella dove lo spettacolo s’ambienta. Freschezza inventiva e tanta energia sono il biglietto da visita di questa drammaturgia originale, un atto unico che immagina un Dio balordo presentarsi alla periferia romana, scegliendo per la propria epifania non gli altari consacrati in chiese ormai sempre più svuotate di fedeli, ma uno dei nuovi templi del consumo, un centro commerciale, in cui rigurgitano saldi anziché salmi e la nuova eucaristia si somministra mediante la liturgia compulsiva del bisogno indotto di acquistare e possedere, fino all’ite missa est, la spesa è finita andate in pace (ma poi nemmeno per niente!).
Questa liturgia del consumo ha sul palco a servire in qualità di ministri eucaristici i due attori, figli di una generazione – quella a cui appartengono gli under 30 – disillusa e disincantata, diremmo allo sbando, se lo sbando non fosse ormai una condizione superata in quanto non più nemmeno precisamente definibile; ecco, è proprio il guano dell’indefinito – e che riguarda non solo la loro generazione, ma è trasversale alla società nel suo complesso – quello che Niccolò Fettarappa Sandri e Lorenzo Guerrieri, abbigliati dei toni di un grigio che quell’indefinitezza rimarca,  ci raccontano nella loro messinscena, fatta di slogan affastellati, mescolati, ridicolizzati, caracollanti lungo una sequela che ci ricorda lo scroll frettoloso delle pagine web e della sezione notizie di un social network, quella per la quale crediamo di non avere mai tempo in quel preciso istante, ripromettendoci di tornare su contenuti lasciati in sospeso per poi non recuperarli più, superati da uno stimolo successivo e parimenti inutile.
Sul palco i due attori danno vita a un dialogare fitto e surreale, infarcito di slogan pubblicitari che riproducono il bombardamento di sollecitazioni della réclame perpetua a cui siamo sottoposti quotidianamente, da quando apriamo lo schermo del cellulare a quando guardiamo qualcosa alla tivvù o al computer, dalla cartellonistica per le strade ai volantini che troviamo nella buca delle lettere o che ci vengono allungati in mano agli angoli delle strade. Forse anche Dio, per rendersi appetibile e ascoltabile, dovrebbe scendere a patti con quella che è l’anima del commercio; sicché, per annunciare questa piccola apocalisse – tascabile perché in fondo, pur nella sua biblica forma antesignana, non è nemmeno paragonabile alle apocalissi quotidiane che logorano la vita contemporanea – sceglie di apparire fra le macerie di una Roma sfranta e periferica, per annunciare una apocalisse che, paradossalmente, nemmeno sorprende, per chi s’è ormai abituato a lasciarsi maciullare nel tritacarne della routine giornaliera. Perciò, scegliendo come profeta (o come vittima?) un giovane alle prese con l’incertezza dell’oggi e la nebulosità del domani, questo dio improbabile ci si accanisce sottoponendo il malcapitato adepto a un fuoco di fila, soggiogandolo, mettendolo a confronto con la vacuità del fallimento incombente, lasciando sullo sfondo l’irrisolto gap generazionale (compare evocata a più riprese la figura di un padre, che sembra incarnare l’incomunicabilità tra due mondi diversamente desolati e una maschera da sub indossata arriva a suggerire l’effetto acquario di un muto dialogo tra sordi).
Avviene tutto questo su un palco sostanzialmente spoglio, illuminato dalla luce bluastra di un contesto irreale, che richiama metonimicamente la propria ambientazione attraverso un carrello da supermercato, veicolo del rapporto che si andrà a instaurare tra un profeta per caso e un angelo improbabile, esecutori testamentari della volontà, nemmeno troppo convinta, di un Dio che appare capitato lì quasi suo malgrado.
I due attori attraversano tutto lo spazio scenico senza lesinare energie, in un dispendio fisico che va di pari passo con la logorrea del loro dire, fatto di dialogare fitto, di un ritmo incalzante che estenua e che porta l’idea di partenza alle estreme conseguenze. Forse persino troppo, nel senso che per lo spettatore essere investito da quella gragnuola di parole, concetti, turbinii pubblicitari e calembour da essi derivati, sortisce alla lunga anche un effetto pletorico, di fastidio; ma forse risiede proprio in quello il senso intimo del messaggio di cui Apocalisse tascabile si fa portatore: ci ricorda, facendocelo rivivere da osservatori a margine, quanto siamo più o meno inconsapevolmente estenuati da ciò che ci bombarda senza soluzione di continuità, annichilendo la nostra capacità di discernimento, finendo persino avvezzi a una nausea che nemmeno più ci disgusta provare.
Sembra di ritrovarci nell’epitome scenica di quella celebre apparizione televisiva di Carmelo Bene – non alla Madonna, ma al Maurizio Costanzo Show in versione “Uno contro tutti” – in cui il suo monito profetico risuonava pressappoco così: “Ma fate quello che volete… tanto siete consigliati… siete acquistati… non è che acquistate, acquistate un cazzo!”.
Merci del nuovo millennio, prezzati e fidelizzati: un’umanità a scaffale, per la quale l’Apocalisse – quella vera – potrebbe al limite rappresentare persino promessa di palingenesi.






Apocalisse tascabile
drammaturgia
Niccolò Fettarappa Sandri
regia
Niccolò Fettarappa Sandri, Lorenzo Guerrieri
con Niccolò Fettarappa Sandri, Lorenzo Guerrieri
produzione Compagnia Fettarappa Sandri/Guerrieri
con la collaborazione di
Carrozzerie N.o.t.
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Sala Ichòs, 8 gennaio 2022
in scena 8 e 9 gennaio 2022

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