“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Martedì, 11 Maggio 2021 00:00

Una boccata d'aria buona

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Un bel modo di ricominciare, una cornice suggestiva e un ricordo da provare a sostituire: l’ultima volta che ragioni teatrali ci avevano condotto a Nisida correva l’anno 2016 e vi si presentava l’edizione del Napoli Teatro Festival targato Dragone (probabilmente la più scellerata di cui abbia memoria, riuscendo nella non facile impresa di fare persino peggio di quelle precedentemente dirette da Luca De Fusco).

E, contestualmente alla presentazione della kermesse, ebbe luogo un improvvida lettura scenica in cui Michele Placido fece scempio, brogliaccio alla mano, della Tempesta shakespeariana nella riscrittura che ne aveva fatto Eduardo. In effetti avevo parzialmente rimosso quel ricordo, riaffiorato nel momento in cui ho rimesso piede a Nisida, all’interno di quello stesso spazio che all’esterno del complesso carcerario, funge da scena a cielo aperto, prospiciente una piccola e aggraziata platea in legno, tenendo il mare sullo sfondo.
Dopo mesi di confino, in cui il teatro era stato relegato alla fruizione quasi esclusivamente audiovisiva, è bello ricominciare a vedere corpi vivi in azione in uno spazio aperto, tra cielo, terra e mare: una boccata d’aria, sia reale che figurata.
In scena c’è il lavoro che Putéca Celidònia, giovane compagnia che da circa tre anni sta provando a muoversi reggendosi sulle proprie gambe, ha allestito insieme ai ragazzi dell’istituto di Nisida. Prim’ancora di assistere allo spettacolo messo su, la mia attenzione si sofferma sulla sua locandina: noto che i nomi dei membri di Putéca sono privi dei cognomi, così come quelli degli interpreti ospiti dell’Istituto Correzionale; mi appare sin da subito come un modo per porsi alla pari, per mettersi sullo stesso piano, per stabilire una relazione orizzontale tra coloro che saranno in scena e chi si è occupato (e si occuperà) di guidarli e di avere cura del loro lavoro.
Un’altra parola che appunto subito, in anticipo sulla visione, è ‘fantasia’: “Scritto con la collaborazione e la fantasia dei ragazzi di Nisida”, è scritto sul piccolo flyer; è una parola chiave, perché per chi vive in un contesto circoscritto, costretto da limiti imposti, la fantasia è un’opportunità, un modo di consentire alla mente di immaginare il mondo che temporaneamente non si ha la possibilità di vedere, un mondo da cui ci si sente distanti e dal quale una mente che s’appiattisce può finire per avvertire moltiplicata la distanza. E allora, chiamatolo in causa, a quel mondo si prova a porre domande, semplici e ultime, interrogativi perpetuamente connaturati all’uomo e alla sua presenza su questo globe terraqueo. Perché, chi più chi meno, ogni bipede calpestatore di questa terra si è posto almeno una volta domande – destinate irrimediabilmente a rimanere senza risposta certa – circa l’origine del mondo e il senso del nostro starci.
Si parte da una domanda che è sintesi programmatica: “T’appò, munno?”. Assurge a chiave d’approccio quest’espressione gergale – e non sarà che la prima – che richiama modi comunicativi abituali di chi ha un proprio universo lessicale e concettuale di riferimento, fatto di frasi idiomatiche, di concetti basici e di un armamentario espressivo che appare semplificato, essenziale, scarno; ma che al suo interno racchiude e raccoglie una densità semantica e una potenziale profondità espressiva. Ed è proprio nel tentativo di estrapolarle, questa densità e questa profondità, senza svilirle trasformandole in qualcos’altro, che risiede la sfida condotta dai ragazzi di Putéca Celidònia: scavare in un universo espressivo, farne venire fuori le potenzialità, stimolarne la carica immaginativa, in breve dare la stura a una fantasia (eccolo ancora il termine chiave) altrimenti costretta e darle modo di articolarsi in immagini evocate, in discorsi liberi di spaziare e esplorare l’immaginario, nella costruzione del libero gioco di cosmogonie possibili.
Nasce questo lavoro, dalla sintesi tra due laboratori, uno di musicoterapia e l’altro di narrazione. Il prodotto che ne consegue vede un preambolo musicale precedere l'inizio vero e proprio della rappresentazione: quattro diversi strumenti a percussione, quattro modi in cui può suonare il cuore del mondo; è solo un prologo, cui ne segue un altro che vede i sette “putecari” (i membri della Compagnia) introdurre quella “cosa” che cosa non è, quello “spettacolo” che spettacolo non sarà e che di lì a qualche istante entrerà nel vivo: un modo per abbassare il livello della tensione emotiva, un modo per acclimatare lo spazio e le persone, un modo per ricordare, a chi occuperà la scena e a chi già siede in platea, che stiamo – di nuovo e dopo tempo – per assistere al gioco serio del teatro.
A seguire, l’ingresso in scena di quattro ragazzi e una ragazza: lo spettacolo, che spettacolo non è, ha inizio.
È un lavoro che sembra volutamente non azzardare a calcare la mano: la fantasia è libera, svincolata da forzature, non cede alla tentazione di voler costruire immagini sofisticate: i ragazzi in scena restano “strumenti di se stessi”, non mezzo espressivo di chi li dirige e si fanno cassa di risonanza di un sentire che gli è proprio, che non discende dall’alto e che appartiene al proprio immaginario e si esprime con il linguaggio con cui hanno comunemente dimestichezza. Quel linguaggio semplice – “basico”, dicevamo – che per definire qualcosa che non piace o non si comprende, la bolla semplicemente come “tutta scema”.
Eppure, al di sotto di questa scorza dura, ruvida e essenziale, c’è una capacità inventiva che viene portata a emergere: si comprende facilmente, assistendo alla rappresentazione, che le parole che disegnano immagini appartengono a quelle fantasie, alle quali è stato evidentemente chiesto di esprimersi e di improvvisare fantasticando sulle origini del mondo. È un viaggio della fantasia, improvvisazioni narrative che prendono una direzione e la seguono, immaginando visioni cosmogoniche surreali. E intanto, appropriandosi della dimestichezza dello stare e dell’interagire: osserviamo quattro ragazzi attraversare lo spazio scenico, stabilire relazioni, esprimersi e esprimere i perché del mondo, di un mondo di cui sono parte, parte per il tutto, metonimia compressa di esistenze sospese, eppure che sembrano acquisire consapevolezza di essere comunque in divenire.
Alla fine, sotto la corazza indurita di timidezze che si intravedono, negli interrogativi sul mondo, sul destino e sulla vita, traspaiono un desiderio e una spinta d’amore: per quel mondo del quale non si comprendono le storture, per quel mondo percepito “a capa sotto” e che pure si sceglie di affrontare con reciproca mutualità: “Serve sulo se stammo tutti insieme”, “‘O facimmo tutti ‘nsieme, si no che senso tene”, parole che si susseguono con un ritmo che possiede una sua musicalità, a tratti sincopata come se si trattasse di un rap, parole che denotano, nella progressione drammaturgica del testo, un’acquisizione di consapevolezza, fino a detonare in un canto accorato, che trasforma il Padre Nostro in una laica preghiera rivolta al mondo, che termina in un girotondo, tenendosi per mano, come a suggellare l’essenza di uno stare insieme che faccia argine e impedisca, a quel mondo interrogato sulle proprie criticità, di smettere di credere nelle possibilità che può concedere.
Resta, negli occhi e nel cuore, sullo sfondo suggestivo offerto da Nisida, il piacere condiviso, di una boccata d’aria buona di cui si sentiva il bisogno.
Meglio di quella volta con Placido. Decisamente.





T’Appò munno?!
drammaturgia
Emanuele, con la collaborazione e la fantasia dei ragazzi di Nisida
regia Marialuisa, Emanuele, Dario
con i ragazzi e le ragazze di Nisida
costumi Giuseppe, Mariacarmen
musiche Tommy
organizzazione Clara, Teresa
responsabile formazione Raimonda
comunicazione Umberto
grafica Saya Hetfield
produzione Putéca Celidònia
lingua napoletano
durata 45’
Napoli, Istituto Penale per i minorenni di Nisida, 3 maggio 2021
in scena 3 maggio 2021 (data unica)

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