“Vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni”

Pier Paolo Pasolini, citato da Alessandro Leogrande

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Mercoledì, 27 Dicembre 2017 00:00

Nessuno si Illuda!

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La suggestiva Chiesa trecentesca del Museo Diocesano di Santa Maria Donnaregina Vecchia a Napoli è il teatro della messa in scena di The Minister’s Black Veil di Romeo Castellucci. Il pubblico diventa l’assemblea dei fedeli che prende posto sulle panche e a cui vengono forniti dei breviari della celebrazione in inglese con testo a fronte in italiano. Il palcoscenico è il transetto semicircolare con un ambone posizionato centralmente. Nulla manca a questo rito cattolico: il suono dell’organo, i canti Ave Regina, Alleluia e altri in latino, con bellissime voci mescolate tra il pubblico che tratteggiano l’atmosfera mistica, preparando l’ingresso del Ministro di culto che, entrando dalla porta della navata centrale alle spalle dell’assemblea, incede ieratico nella sua tonaca nera con il viso coperto da un rettangolo di stoffa dello stesso colore. Nonostante ciò sono riconoscibili i tratti spigolosi e la fisionomia nota di Willem Dafoe nel ruolo di un pastore cattolico che intratterrà il suo gregge in un’omelia che non è moralistica, ma pura esegesi biblica.

Mercoledì, 20 Dicembre 2017 00:00

Agli Orli, tra testo e spettacolo

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Cinque donne stanno in un largo trapezio di sabbia, delimitato da assi di legno. Non ne conosco il nome, la città in cui sono nate, l'età; non so se abbiano un marito o dei figli, dove siano i loro genitori, da dove provengano e dove siano dirette. Di queste cinque donne non so neanche che aspetto abbiano: di che colore siano gli occhi o la pelle, come sorridano, che abiti indossino, come sia il corpo e la voce, che atti compiano mentre si stanno parlando. Di loro so soltanto ciò che vogliono farmi sapere: che non si sono lamentate, non hanno pianto, non sono scappate; che sono state a lungo in silenzio, hanno mangiato e dormito. Di una scopro che ama correre scalza, di un'altra l'attitudine al comando, di un'altra ancora il disprezzo per ogni forma di sopruso: “Non sopporto la sopraffazione” dice infatti. Una racconta la passione che ha per i treni, quegli stessi treni che invece un'altra detesta: “Avevo le gambe legate, non potevo muovermi. Mi caricarono sul vagone come un pacco” ricorda, subito dopo aver raccontato l'infibulazione patita da bambina: “Le braccia e le gambe ben ferme, tenute da mani che sanno serrare. Anche la bocca ben chiusa, cinque dita che premono sulle labbra, perché nessuna parola deve sentire chi arriva. Ed eccolo, finalmente: un drago, le ali spiegate, grandissimo. Riempie tutta la stanza e apre la bocca, proprio nel mezzo delle gambe” e “la sua fiamma brucia come nemmeno il fuoco riesce a bruciare”. Il fuoco “recide, strappa, lacera”; poi chi assiste inizia a cucire: “un buco, due buchi, dieci buchi nella carne”.

Martedì, 19 Dicembre 2017 00:00

Aspettando un mondo più gentile

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Memoria per luoghi e persone, memoria di storie che raccontano un luogo preciso (e precisamente individuabile in Castrovillari), ma che attraverso il particolare si riallacciano all’universale, alle evoluzioni sociali, fisiologicamente più lente nel Sud Italia: in Masculu e fiammina (che nel testo recitato diventa “fimmina”) Saverio La Ruina dà corpo alla figura di un uomo costretto a fare i conti con i pregiudizi dell’Italietta bigotta e conservatrice del secondo Novecento, dando forma di narrazione postuma in prima persona alla vicenda umana e sentimentale che il suo personaggio narra dinanzi alla tomba materna.

Mercoledì, 13 Dicembre 2017 00:00

Di questo inevitabile oblio

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In Empire Milo Rau fa sorgere nella penombra del fondo di scena una palazzina diroccata mentre a metà palco quattro attori, in piena luce, abitano una cucina: la stanza che è già famiglia, la parte di casa in cui c'è più calore, le pareti tra le quali siamo abituati a intrecciare permanenze e confessioni quotidiane. Da questa cucina – allestita veristicamente – i quattro narrano, ognuno nella sua lingua, il posto e il tempo da cui vengono e dicono di una tentata, e personale, Odissea del ritorno: un ricontatto col passato che si rivela fisicamente impossibile poiché il loro luogo d'origine – il Kurdistan, la Grecia, la Siria, la Romania – nella forma in cui lo ricordano è nel frattempo scomparso: inghiottito dagli anni, ridotto in macerie dalla guerra, mutato irreversibilmente dagli uomini e dalla Storia. Quel che ci rimane quindi, perduto il fuoco originario, è la possibilità di farne almeno racconto, per citare Giorgio Agamben.

Lunedì, 11 Dicembre 2017 00:00

Šostakovič, Majakovskij e la Rivoluzione

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La storia compie il suo corso lasciandosi dietro protagonisti e testimoni, uomini che sono specchio rifratto del tempo in cui vivono e antenne che ne intercettano vette e abissi. E le rivoluzioni hanno profeti, martiri e appunto testimoni, le cui vite raccontano del tempo vissuto, del mondo  attraversato e ne sono, all’occorrenza, casse armoniche in cui – di quel tempo e di quel mondo – risuonano (anche) contraddizioni e criticità.

Lunedì, 04 Dicembre 2017 00:00

Deflorian/Tagliarini: dando calore agli oggetti

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Dopo una breve attesa al piano terra del Museo Hermann Nitsch − il tempo necessario per aggirarsi un po' tra gli oggetti strani e poco rassicuranti accumulati dall'artista austriaco − gli spettatori sono stati condotti al piano superiore, in una stanza piena di altre cose accumulate in scatoloni posizionati sull'assito. Poi qualcuno ha iniziato a raccogliere e porgere delle sedie pieghevoli, c'è stato chi le ha posizionate nel posto sbagliato ma si è subito spostato in quello giusto. È così che qualcosa ha iniziato a prendere forma: quello che un attimo prima sembrava un monolocale vuoto, e in attesa di trasloco, ha assunto l'aspetto di un rituale collettivo chiamato teatro.

Martedì, 28 Novembre 2017 00:00

Sesso e regresso

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All’interno di quello che fu un plesso scolastico, nel quartiere Libertà di Bari, c’è Spazio 13, un hub che prende il nome dal numero delle associazioni che concorrono ad abitarlo e a farlo vivere di attività varie; tra queste, il teatro. Sworkers, della Compagnia Acasă è lo spettacolo itinerante che – come era stato itinerante già il precedente H24_Acasă visto al Palazzo Baronale di Novoli nell’ambito de I Teatri della Cupa – trasporta gli spettatori in un percorso che si snoda attraverso le stanze poste ai piani più bassi dell’edificio, come a voler condurre metaforicamente in un viaggio agli Inferi, per raccontare dell’intrinseco degrado di una condizione, quella della prostituzione, indagandone pieghe sfaccettate e offrendone un punto di vista che ribalta l’angolazione, guardando al fenomeno (e al suo sfruttamento) da una prospettiva che si pone dall’interno e che tenta di offrire una panoramica non solo varia sul piano delle casistiche, ma anche composita dal punto di vista della costruzione scenica.

Lunedì, 27 Novembre 2017 00:00

Onestà è libertà

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Alla sinistra e alla destra dell’assito del Teatro Nest vi sono due (metaforiche) gabbie di metallo forato, una aperta sul lato anteriore e posteriore, mentre l’altra ha una seconda uscita su un retrobottega: sono gli ambienti in cui vivono i due protagonisti Tonino, laureato in filosofia che per vivere eredita la portineria del padre, e Peppino che gestisce la tipografia di famiglia, ma senza successo perché è sommerso dai debiti.

Giovedì, 23 Novembre 2017 00:00

Dal silenzio al silenzio. Insieme

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Di cca si vede tuttu u munnu.
Si vidunu tutti i cosi.
Puru chiddi chi non si vidunu.

(Tino Caspanello, 'Nta 'llaria)

 

 

Un balcone. Un doppio raggio di luce. Il cinguettio dei canarini. Poi la luce degrada, i canarini tacciono. Il balcone scompare. Silenzio.
Buio.

In una scatola nera senza quarta parete si può parlare ancora di Shakespeare sia pure sminuzzato, trasformato in bolo e digerito? Quanto rimane di un suo Macbeth dopo averlo fatto a pezzi? Le domande non sono retoriche, anzi le risposte possono essere molteplici, anche in contrasto tra loro. Nella scatola nera del palco di Sala Ichòs una coppia di anziani coniugi, che indossano due camici bianchi insanguinati da macellai, si muove da una quinta all’altra seguendo il solco di una scia luminosa che squarcia il buio.

La Storia
“Nel dopoguerra gli interventi culturali, così come quelli strutturali, rispondono a una sola parola d'ordine: ricostruire. Nella città martoriata sopravvissuta al secondo conflitto mondiale si assiste, fino almeno alla metà degli anni Sessanta, a un periodo di profonde trasformazioni, che avvengono in una realtà politica contraddittoria e instabile. Questa stessa realtà permette di ricostruire fisicamente Napoli attraverso una cementificazione selvaggia e incontrollata, il cui risultato è oggi sotto gli occhi di tutti e di cui, nel tempo, si sono subite le drammatiche conseguenze. Negli anni Cinquanta e Sessanta l'edilizia, in forma speculativa, diventa infatti l'unico settore dell'economia locale in evidente crescita. Si instaura così un clima di autorizzata illegalità che mette solide radici nella coscienza collettiva e raggiunge il suo apice sotto il governo del sindaco Achille Lauro, quando il potere politico inizia ad essere normalmente sinonimo di interesse privato”.

Mercoledì, 15 Novembre 2017 00:00

Attesa, solitudine, eterno ritorno

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Un uomo, una vita, i treni che passano. Un uomo che trascorre la vita a guardare i treni che passano con puntuale precisione, giorno dopo giorno, ora dopo ora, appuntando con meticolosità certosina orario e durata del passaggio, vivendo – di fatto – in funzione di quel passaggio. Un ritmo sempre uguale: Blues. Che cos’è il blues? È una forma musicale intima e malinconica che, per ispirazione tradizionale, dà voce a sentimenti personali attraverso la ripetizione di una struttura ritmica. E che cos’è Blues, di Tino Caspanello, se non un’esplorazione intima del sé e dei suoi meccanismi, visti attraverso l’esistenza di un uomo che si snoda sempre uguale lungo giornate identiche, trascorse a veder passare treni, ogni giorno alla stessa ora? C’è – in Blues di Tino Caspanello – in quel suo perdurare ritmico scandito dall’abitudinarietà, un refrain mandato a memoria, che verrà interrotto e scalfito da un ritmo differente, dallo stridio dei freni di un treno inaspettato, da una fermata non prevista che verrà ad interrompere la monotonia ciclica, come “una specie di canzone dal ritmo diverso”.

Martedì, 14 Novembre 2017 00:00

Quadri di scuola

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Il sipario aperto lascia vedere banchi e sedie accatastate, addossate a due muri grigi posti ai lati, mentre al centro una cattedra vuota fronteggia quasi incombente gli spettatori seduti. Sembra una sorta di scantinato o deposito di una scuola, illuminato tristemente dall’alto da due file parallele di neon: siamo nell’aula di ricevimento di una scuola in una banlieue di Tolosa, Les Izards, e l’audio di fondo manda rumori e voci di ragazzi. Cala il buio sul palcoscenico e parte il suono della campanella, segnale inequivocabile per generazioni e generazioni di studenti.

Lunedì, 13 Novembre 2017 00:00

Una repubblica nuova di zecca

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Con la La repubblica dei bambini (vincitore del premio Eolo Awards Migliore Novità 2012) si inaugura la trentaduesima stagione artistica Young di Le Nuvole/Casa del Contemporaneo dedicata ai più piccoli. Si tratta di uno spettacolo teatrale dai confini molto ampi, che tendono a dilatarsi fino a lambire gli ambiti della politica (in senso lato), dell'educazione civica e del 'laboratorio del pensiero' dove ogni arditezza in vitro è non solo tollerata bensì incoraggiata.

Giovedì, 09 Novembre 2017 00:00

"Follìar": ai bordi di un evanescente crepuscolo

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Se una delle più ampie ed angosciose suggestioni beckettiane – in Aspettando Godot – è lo spazio indefinito, privo di coordinate, che comprime e sbigottisce secondo dopo secondo le fragili esistenze dei protagonisti, nel lavoro della compagnia Asorri/Tintinelli è una strana sensazione di reclusione a sfinire progressivamente i due buffi personaggi, già perduti ai margini di un’esistenza come non pervenuta al mondo esterno.

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