“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Teatro

Teatro La ribalta di legno

«Le quinte di stoffa con le porte in rilievo, le finestre di vetro dipinto, i vasi coi fiori di carta. In alto una lampada faceva da giorno mentre la notte veniva con la parola “notte”. In terra, una botola, dalla ribalta portava sul retro, dov’erano pronti gli attori».

Giovedì, 31 Maggio 2018 00:00

Tre note sul "Macbettu"

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Quello che mi ha emozionato.
Quello che devo dire.
E quello che mi resta.
(Tadeusz Kantor)
 


Uno
Non sappiamo con esatta precisione quando Shakespeare abbia scritto il Macbeth (forse nel 1606, visto che viene dato a corte nell'agosto di quell'anno): sappiamo però che il testo fu pubblicato post mortem, nell'in-folio del 1623, senza passi corrotti e con la divisione già stabilita degli atti e delle scene. Possibile che la versione che leggiamo nei libri sia quindi la trascrizione del copione teatrale ormai in uso alle compagnie, possibile che – rispetto all'opera quand'era ancora fresca d'inchiostro – siano stati gli attori ad asciugarne il dettato, rendendolo a misura di palco, adattandolo alla recita da fare questa sera.

Martedì, 22 Maggio 2018 00:00

Moi qui marche (in via Etnea)

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Sarebbe troppo scontato raccontare uno spettacolo di marionette cominciando dal contesto. Sarebbe troppo scontato, e di poco gusto, ricordare che tutto andò in scena (in una scena protetta, certo; e ci mancherebbe!) mentre l'atmosfera fuori l'uscio del teatro si mostrava minacciosa per un sociopatico in cerca di quotidiani adattamenti positivi. Ma di adattamenti parliamo; e nulla è dunque scontato.

Sabato, 19 Maggio 2018 00:00

Se l'equivoco è la commedia

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Bitonto ad aprile vive una settimana di fervore shakespeariano. La compagnia Fatti d’Arte organizza ormai da anni – sei per la precisione – una manifestazione che si distende sul territorio cittadino, lo permea e gli infonde l’entusiasmo genuino di chi coltiva una passione autentica, in primo luogo per il teatro e, attraverso il teatro, si dedica a un modo per fare comunità.

Nel presente cechoviano la vita è agonia e naufragio. I desideri più intensi − “A Mosca!” − non maturano in atti di volontà e i gesti non corrispondono alla veemenza deidesideri. Nei personaggi di Čechov l'ampiezza smodata dei sogni stride con l'estenuazione e il torpore che li atrofizza. E in quell'inerzia l'assiduo lampeggio di chimere dà più tagliente risalto alla loro incapacità di operare, di sforzarsi a vivere. Sebbene consci del porprio sfacelo, non cercano di districarsi dai lacci della banalità che li attossica. Come se riservassero il presente a un repertorio di gemiti e immote speranze, rimandando ogni azione a un radioso domani, che non vedranno.

Mercoledì, 09 Maggio 2018 00:00

Impressioni sparse sul “Macbettu”

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Rivedere un’opera teatrale è sempre pratica consigliabile per chi deve poi scriverne un resoconto critico e restituirne una visione attraverso il filtro del proprio sguardo; rivedere un’opera teatrale prima di scriverne diviene poi praticamente necessario se quest’opera è la famigerata tragedia scozzese – benché ambientata in terra sarda – la cui maledizione ti si abbatte addosso al momento della prima visione sotto forma di attacco influenzale. Sicché, dopo un primo incontro con il Macbettu di Teatropersona al Politeama di Napoli (nell'ambito della stagione del Teatro Area Nord), visto in stato di sostanziale intontimento, riprovo a sfidare l’alea che circonfonde la più sanguinosa delle tragedie del Bardo e ne rinnovo la visione al Teatro Comunale di Gubbio. Questa volta la malasorte si prende una pausa, pertanto riesco a godere appieno della visione e a corroborare quel senso potente di ammirazione che già sottotraccia m’era rimasto impresso dopo il primo incontro con lo spettacolo.

Lunedì, 30 Aprile 2018 00:00

Caustici frammenti in dispersione

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Be Normal! dei Sotterraneo non è uno spettacolo che si possa “raccontare”; o meglio, potremmo anche provare a fare una sintesi di quanto accade in scena, ma così facendo, con tutta probabilità, compiremmo un’opera di vivisezione inutile, che non restituirebbe il senso intrinseco di questo spettacolo, senso che sta precipuamente nella sua frammentazione, nell’idea di discontinuità che percorre e trasmette, nella forza evocativa di una pratica di scena che parcellizza, tritura, rimastica e sputa, con un’ironia graffiante, un discorso sulla società del nostro tempo che, partendo col mettere al centro il rapporto vecchi/giovani (e poi non solo quello), affronta alcuni dei nodi cruciali attorno a cui s’attorcigliano i rovelli di un consorzio sociale la cui crisi strutturale si riverbera nelle dinamiche lavorative, nei rapporti umani e persino nel mondo dell’arte (e del teatro, come precisi passaggi di Be Normal! rimarcano).

Mercoledì, 25 Aprile 2018 00:00

Probabilità di un istante

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Scenografia scarnificata nella sua essenzialità per There Has Possibly Been an Incident del britannico contemporaneo Chris Thorpe portato in Italia dalla regia altrettanto asciutta di Jacopo Gassman a Galleria Toledo, che quest’anno ha presentato un cartellone ricco di perle teatrali, sempre coraggioso nelle scelte fatte. Tre pannelli scuri che scendono dall’alto verso il basso, davanti ad ognuno di essi tre sedie e tre microfoni a piantana. Sulle sedie dei fogli in attesa.

Lunedì, 23 Aprile 2018 00:00

Non è stato nessuno

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Esistono mondi nei mondi, città nelle città. Regni chiusi da cancelli e alti muri, dove la città libera si interrompe improvvisamente per riprendere a vivere oltre il muro opposto. Sfidando le leggi anche del tempo, le città dei reclusi lasciano entrare ed uscire persone, abitanti delle nostre città. Qualunque sia il ruolo che indossi ogni persona, ogni volta che attraversa il muro, subito comprende che ciò che valeva fuori dentro non vale: la quotidianità è differente, le relazioni umane sfalsate, le leggi facilmente aggirabili, lo Stato non è più Stato.

Sabato, 21 Aprile 2018 00:00

Su "La cupa" di Borrelli

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Non è vero che la camera della nostra infanzia rimane piena di luce nella nostra memoria. Lo è solo per i manierismi della convenzione letteraria. È una stanza morta, abitata da morti. Cercheremmo di rimetterla in ordine invano: sempre morirà. Ma se pure ci si riesce di estrarne dei frammenti, anche infimi – un piccolo pezzo di divano, la finestra e, aldilà di una strada che svanisce sullo sfondo, un raggio di sole sul pavimento, le scarpe gialle di mio padre e i pianti di mia mamma e la faccia di qualcuno dietro il vetro della finestra – è possibile che allora la nostra vera stanza dell'infanzia cominci a prendere corpo e forse riusciremo anche noi a mettere insieme tutto quello che serve al nostro spettacolo”.
(Tadeus Kantor)

Giovedì, 19 Aprile 2018 00:00

Xenofobia farsesca

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L’alpenstock è il tipico bastone alpino dotato di una punta metallica; il suo utilizzo sui monti europei risale già al Medioevo. E mi pare un appiglio significativo per cominciare a parlare della commedia noir che da quel bastone prende il titolo, scritta dal francese Rémi De Vos e tornata in scena – a un anno dal suo debutto italiano – al Teatro di Rifredi; significativo perché, oltre a connotare geograficamente l’ambientazione (in un immaginario Kyrolo che facilmente si può identificare con un ben definito territorio d’Oltrebrennero) fornisce una chiave simbolica d’approccio all’immaginario che si propone di descrivere e al retaggio ancestrale che lo permea.

Mercoledì, 18 Aprile 2018 00:00

Un cielo senza stanze, una stanza senza cielo

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Mi interrogo spesso sulla (possibile) funzione del teatro, oggi  in particolare. Su una sua funzione di senso, su un ruolo civile che riesca a costruire un’impalcatura etica, in un vuoto generale e politico che pare assoluto. Il cielo in una stanza dà risposta ad alcune delle domande sulle origini del “disastro amorale italiano” contemporaneo, così come iniziò nel secondo dopoguerra; dà un indirizzo possibile alla ricerca incessante di verità e giustizia che sempre meno permea la vita pubblica, così come le speculazioni intellettuali, e anche, purtroppo, gli studi e le creazioni culturali.

Lunedì, 16 Aprile 2018 00:00

L'agonia del sopravvivere secondo Anagoor

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Come le foglie. È la similitudine alla quale Andrea Marescalchi, protagonista del romanzo di Antonio Scurati − Il sopravvissuto − àncora la sua vita, ritrovando nella funzione dell’insegnamento un’essenza fisiologica, scevro di ogni retoriche definizioni. Siamo alla fine del romanzo; nel settembre 2001, la mattina del primo giorno del nuovo anno scolastico, il professore di storia e filosofia apre gli occhi e accetta nuovamente di far parte di questo naturale processo di nascita, morte e rinascita. Vitaliano Caccia, il suo allievo prediletto, ha sterminato nel giugno precedente la commissione degli esami di stato, lasciando lui solo in vita. Sopravvivere è paradossalmente, nel libro di Scurati, una morte lenta, atroce agonia; forse come quella del 399 a.c. quando Socrate bevve la sua cicuta dinanzi ai suoi più cari amici.

Martedì, 17 Aprile 2018 00:00

Una storia di sorellanza

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La scenografia di Ranavuottoli al Piccolo Bellini parla da sola: è la favola di Cenerentola al contrario. Ciò che dovrebbe essere orizzontale è verticale e viceversa, come capita con il letto della sorellastra di Cenerentola, Genoveffa, che è posto in verticale, come le statuine sull’angusto piano superiore della misera casetta, una in posizione normale e l’altra che sfida la forza di gravità e persino la porta di ingresso è posizionata in alto perché si scende giù in un sottoscala che porta all’unico ambiente dove si cucina, si dorme, si fa i propri bisogni.

Venerdì, 13 Aprile 2018 00:00

Ragionando sul “Misantropo” di Factory

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La messinscena di un classico suggerisce la messa in discussione del rapporto fra tradizione e attualità, porta a interrogarsi su quanto tale classico possa parlare al presente e su come il suo adattamento sia capace di calarlo nel tempo in cui va in scena, conservandone ma anche rinnovandone le capacità d’espressione. E, se questo discorso può valere in primis (e in senso assoluto più che per ogni altro drammaturgo) per la mirabile pertinenza scespiriana nel raccontare l’uomo più che il tempo in cui vive, è pur vero che il confronto col classico può servire ad instaurare un rapporto virtuoso tra mondi cronologicamente distanti, talvolta rilevando e mettendo in evidenza analogie e simmetrie.

Venerdì, 30 Marzo 2018 00:00

In Giostra, sui treni di Hrabal

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Primo giro di giostra, prima visita ad uno spazio teatrale che schiude le sue porte a Napoli, in una delle strette strade dei Quartieri Spagnoli, uno spazio che colpisce prima di tutto per come è strutturato, per l’ampiezza dell’assito, con i suoi spalti che l’abbracciano su tre lati e per la capacità funzionale della struttura, atta, come ci si accorgerà in corso d’opera della rappresentazione, a sfruttare al meglio anche le proprie pertinenze in funzione dello sviluppo drammaturgico di quel che vi va in scena.

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