“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Valentina Mariani

La malattia del non-amore

Prima e intorno


Gli attori sono già sul palco: luci accese e brusio del pubblico sottostante.
Gli attori sono dentro una scatola, che è una camera, presumibilmente d’albergo. Tecnici della luce e del suono si muovono sulla scena, veloci, sicuri, coordinati. Sono vestiti di nero: hanno marsupi, cuffie, giraffe, cineprese. In questo mélange tra teatro e cinema, che sospende in qualche modo la comprensione, perché la suddivide in più piani e in diverse percezioni, ha inizio lo spettacolo La maladie de la mort, tratto dall’omonima opera di Marguerite Duras.

Smashing Pumpkins: rito di una generazione dolente

Una narrazione musicale ed esistenziale epica. Questo, soprattutto, è stato il lunghissimo concerto degli Smashing Pumpkins alla Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna), abituata oramai ad ospitare kermesse di alto livello. Ultima tappa del loro world tour, Shiny & Oh So Bright Arena Tour che − come ha detto un Billy Corgan di buon umore − ha toccato venti città tra Stati Uniti e Canada e due sole in Europa: Bologna, insieme alla capitale della musica europea Londra, è stata dunque baciata dalla fortuna. Sì, perché la band ha suonato divinamente, Corgan era in forma strepitosa e addirittura l’acustica del grande globo felsineo, di solito non eccelsa, era ottima.

Kore'eda celebra la poetica dei perdenti

Il film Un affare di famiglia è l’ultimo sforzo artistico del regista giapponese Hirokazu Kore’eda, esploso in questa decade grazie a film come Little SisterFather and Son, Ritratto di famiglia con tempesta. Quest’opera, però, è proprio per definizione speciale, perché gli è valsa la Palma d’Oro a Cannes la scorsa primavera. Si potrebbe dire che tale riconoscimento sia − anche − un coronamento per quanto di buono ha fatto vedere con i film sopra citati.

Don’t worry… Learn to be happy

Gus Van Sant ha presentato quest’anno, prima al Sundance Festival, poi al Festival di Berlino, un film biografico, Don't Worry, He Won't Get Far on Foot, sulla vita del vignettista satirico John Callahan. L’idea risaliva a circa venti anni prima, quando Robin Williams gli aveva proposto di rappresentare la caduta e risalita del fumettista figlio di donna irlandese da ella abbandonato alla nascita che inizia a dipendere dall’alcool all’età di tredici anni. Questa insopprimibile dipendenza lo porterà, a ventun anni, ad avere un terribile incidente stradale a seguito del quale resterà paralizzato dal tronco in giù.

Minimal tribal: la musica queer di Anna Calvi

Anna Calvi sale sul palco della Corte degli Agostiniani di Rimini puntualissima, insieme ai due musicisti che la accompagnano nel nuovo tour Hunter − che prende il nome dall’album in uscita il prossimo 31 agosto −, il batterista Daniel-Maiden Wood e la polistrumentista Molly Harpaz. Pantalone nero a vita alta, scarpe beige, top rosso, la talentuosa cantautrice e, prima ancora, musicista londinese entra in scena con grazia, e con regale lentezza si sistema sulla scena, al centro del palco. Poi inizia ad accarezzare la chitarra, in un rapporto a due che pare subito esclusivo e che presto si trasforma in un amplesso stratosferico che coinvolge anche il pubblico, osservatore rapito ma, al contempo, attento partecipe dell’estasi in corso.

Il viaggio di periferia con Agnès Varda

Visages, villages è un documentario di Agnès Varda, regista e sceneggiatrice belga presto trasferitasi con la famiglia in Francia, e di JR, fotografo e artista visuale dell’Île de France di origine maghrebina. La Varda fa parte dei miti cinematografici del Novecento, avendo stretto rapporti professionali e amicali con diversi esponenti della Nouvelle Vague ed essendo pioniera del genere forse più noto, e certo più mitizzato, dagli  intellettuali, del Novecento.

Un cielo senza stanze, una stanza senza cielo

Mi interrogo spesso sulla (possibile) funzione del teatro, oggi  in particolare. Su una sua funzione di senso, su un ruolo civile che riesca a costruire un’impalcatura etica, in un vuoto generale e politico che pare assoluto. Il cielo in una stanza dà risposta ad alcune delle domande sulle origini del “disastro amorale italiano” contemporaneo, così come iniziò nel secondo dopoguerra; dà un indirizzo possibile alla ricerca incessante di verità e giustizia che sempre meno permea la vita pubblica, così come le speculazioni intellettuali, e anche, purtroppo, gli studi e le creazioni culturali.

“La forma dell’acqua”, un fondale di messaggi

La forma dell’acqua di Guillermo del Toro è prima di tutto un film romantico ed un omaggio. È un film romantico perché narra di amore e amori, perché i protagonisti sono persone considerate fuori dalla norma (una donna muta, un uomo-anfibio semi-divino, un anziano disegnatore talentuoso ma escluso dal mondo del lavoro, e dal mondo di tutti i giorni, perché omosessuale). I tre personaggi potrebbero costituire tre cliché, invece del Toro unisce ad arte i fili di questa fiaba a metà tra la spy-story, il racconto fantastico, la commedia anni ’30-’40.

Una gioia confusa e noiosa

La mia prima volta a uno spettacolo di Pippo Delbono. Senza aspettative particolari se non il sentimento positivo dell’attesa dinanzi a un regista noto da decenni, pluripremiato e con collaborazioni eccellenti (Odin Teatret, Pina Bausch, per fare due nomi su tutti) e il titolo dello spettacolo, La Gioia, che ha evocato in me spazi e movimenti, ritmiche e armoniche possibilità. Nessuna conoscenza pregressa diretta: solo articoli letti su di lui. Con interesse, dunque, sono andata a vederlo.

La poeticità dell'amore viene dall'Est

Corpo e anima, candidato all’Oscar 2018 come migliore film straniero, dell’ungherese Ildikó Enyedi, è un film dal substrato psicanalitico, ma dallo svolgimento realista (e minimalista). La regista, il cui film è stato premiato a Berlino con l’Orso d’Oro, riesce con delicatezza ed eleganza ad unire i due territori, chiari fin dal titolo: l’esteriorità e l’interiorità, l’aspetto e il comportamento da un lato, l’inconscio e l’emotività dall’altro.

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