“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Sabato, 12 Marzo 2022 00:00

Latella e la feroce solitudine del matrimonio

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Sul proscenio, nella parte anteriore, ci sono cinque bei gatti di ceramica colorati che guardano verso il pubblico. Al centro c’è Martha, in piedi, al pianoforte. George, suo marito, è nell’angolo retto che chiude il palco, in fondo a sinistra. Lei suona il piano e canta, con una voce profonda, cupa, a tratti rotta. Mi ricorda un po’ P. J. Harvey. Nella canzone si sente dire, con acuti graffiati e urlanti: “Party girl, crazy girl, party girl, sexy girl”. Per l’ipnotica modalità del canto e la ripetizione di certe frasi, ossessiva e straziante, sembra in parte anche l’alter ego di Nick Cave.

Albee ha scritto quest’opera nel 1962 ma la drammaturgia di Linda Dalisi, sempre innovativa e sensibile, tuffa la storia nella contemporaneità: aggiunge un disincanto disperante a una rappresentazione feroce. Le tende che circondano e stringono il palco sono tende spesse di velluto e occupano tutta l’altezza e la larghezza possibili. Sono di un verde denso, abbastanza scuro, ma soprattutto inquietante. Anche il vestito di Martha è verde. Entrambi sono vestiti con un unico colore: verde lei, mattone lui.
Dai colori, dai timbri vocali, dal canto e dalla musica già emerge un disagio esistenziale, ma sofisticato, quasi sfuggente. È il disagio che pare a tratti inautentico, o non essenziale, della buona borghesia. E invece questo disagio impera. Martha afferma la dignità del suo dolore incazzato. George si avvicina lentamente alla poltrona e vi si siede: è in apparenza imperturbabile. Iniziano da qui a scambiarsi battute taglienti, invettive sarcastiche, ai limiti della provocazione. Sembra esserci però anche un reciproco divertimento. Il rapporto tra i coniugi appare complesso, in un equilibrio precario. Le parole, anche le peggiori, lo tengono in piedi. Lui è particolarmente pungente: le dice che raglia e che mangia il ghiaccio come un cocker spaniel... Lei ribatte dicendo: “Chi non mischia, non la rischia”, introducendo così il tema portante del suo j’accuse nei confronti del marito: l’incapacità di realizzarsi, di osare, di essere autonomo e vincente. George è professore al Dipartimento di Storia dell’università di cui il padre di Martha è rettore. Per Martha (e per il padre di lei) il marito si è rivelato un inetto. Lei gli dice anche, in modo accorato, oltretutto: “Hai qualcosa di Dylan Thomas che mi tocca dove non batte il cuore”. Disorientante.
La conversazione ha un ritmo serrato, è nevrotica e ha un cinismo fantastico, che conquista. È oramai tarda notte. Arrivano due ospiti, inattesi per Martha: si tratta di Nick e Honey. Nick è un collega di George, è appena arrivato nel Dipartimento di Biologia. Honey è dotata di una naïveté spiazzante, oltre i confini dell’immaginabile. È quasi, teneramente, stupida. La presenza della giovane coppia, under trenta, spinge i proprietari di casa, avviati invece verso i cinquanta – con Martha che ha quattro anni più del marito, come continuamente George sottolinea − a sfoderare altre armi bianche, di pura offesa, che George utilizza spietatamente verso Nick, di cui invidia la bella presenza, la giovinezza e il futuro brillante che gli si prospetta e, poi, anche verso la povera Honey, vittima inconsapevole della sua crudeltà. Quando la sventurata comprende che la storia narrata − ed estorta al giovane con forte pressing − da George in realtà è la storia del suo stesso matrimonio di convenienza per Nick (avvenuto in primis per i soldi di lei) e arriva fino a descrivere la gravidanza (rivelatasi poi isterica) che lo ha spinto al “grande passo”, cade in una disperazione che diviene catatonia. Fa pena il suo dolore. Mentre intanto il gioco al massacro tra Martha e George continua. Lei gli dice: “Non ci si può riavvicinare al nulla. E tu sei il nulla”. Come si fa a sopportare una vita così emotivamente misera? Ribaltandola nella provocazione, forse, tentando di mettere a tacere il dolore dissimulando, trasformandosi nel proprio stereotipo, attraverso “giornate stupide, ipotetiche”. E così, Martha e George fanno.
Martha a un certo punto, tra un discorso e un’astrazione, pronuncia i nomi dei gatti: Leo, Virgin, Taffetà, Cleopatra e Ultimo. Dopo il Leone c’è la Vergine, in effetti... il pregiato tessuto in seta dà conto dell’agiatezza della famiglia, come di quello e di aspirazioni estetiche, oltre che di rimando alla storia, sa la scelta di “Cleopatra”. Da ultimo, viene nominato, appunto, Ultimo... Il senso dell’umorismo, salvifico, efficace e positivo, si alterna al senso del ridicolo e al senso drammatico. Il ridicolo è comicità, ma anche goffaggine e inadeguatezza. Il testo gioca sempre sul filo, sulla sospensione tra guizzo regalato e colpo inferto. Il drammatico sta nelle vite di quattro persone in fondo infelici, più o meno consapevolmente. A ben guardare, soltanto Honey non ne è consapevole. Martha e George praticano una vera arte della flagellazione e, insieme a Nick, della dissimulazione. La parte più atroce la fa George. L’apoteosi arriva quando, dopo essere stato più volte umiliato da Martha, decide di sparare sulla Croce Rossa e prendersela con gli ospiti, con Honey, come già scritto. Inaugura un gioco che suddivide in tre parti. La prima la intitola: “Umilia il padrone”; la seconda: “Sbattiti la padrona”; la terza: “Sgama gli ospiti”. Egli ritiene che la prima parte sia stata già giocata, dalla moglie e da Nick; quasi invita sia Nick che Martha a mettere in pratica la seconda, ovvero a interagire sessualmente, per dichiarare un – in parte finto − disinteresse assoluto nei confronti della moglie; e poi mette in atto contro Honey la terza parte, quella, sopra riportata, del disvelamento del suo dolore e del matrimonio di convenienza per Nick come, d’altro canto, matrimonio di convenienza era stato il suo stesso. Non c’è respiro, non c’è pietà, nella vita che Martha e Nick conducono. Sono ossessionati l’uno dall’altra, si odiano in maniera incredibile ma, al contempo, non riescono a fare a meno l’una dell’altro. E questo perché le loro vite sono in realtà vuote, povere, prive di passioni, di amore, di voglia di vivere, di vere necessità materiali e di valori morali e spirituali. La regia alterna benissimo ruoli, posizioni, interventi dei quattro, usando sapienti climax ed evidenziando le debolezze dei quattro protagonisti. Regia e scrittura rendono alla perfezione un’atmosfera cupa, anche se brillante, e una vita priva di spiragli.
L’opera si risolve nell’uccisione simbolica del figlio della coppia, figlio che non esiste e che nonostante ciò è descritto come la ragione di vita dei genitori. Ma è anche il motivo di scontro perpetuo: i due infatti se lo contendono, lo usano per accusarsi ulteriormente e, però, lo cullano idealmente, ne narrano la prossima venuta, lo descrivono come l’unica cosa bella fatta insieme. È agghiacciante e insieme umanissimo ascoltare parole che inventano una presenza pur di celare un’inadeguatezza esistenziale, è agghiacciante e umanissimo ascoltare parole che feriscono con il cappello dell’amore filiale; è agghiacciante e umanissimo vedere come pare non esservi altro legame tra i due che un figlio mai esistito. Sembra però che una minima possibilità di umana redenzione si possa intravedere, alla fine. Forse questa morte così drammatica, pur se non reale, potrebbe cancellare gli alibi e l’odio di una vita e riavvicinare, o avvicinare per la prima volta, davvero queste due anime ricche ma tristi, colte ma solissime, brillanti ma sofferenti. Una vera solitudine, una solitudine assoluta, priva della consolante proiezione di un figlio mai nato, potrebbe essere il modo e il mezzo per darsi, finalmente, del bene, fuori da ogni approssimazione e finzione, nella povertà innocua di uno tempo vuoto e di uno spazio freddo, che parole semplici e autentiche andrebbero a riempire e scaldare.





Chi ha paura di Virginia Woolf?
di Edward Albee
traduzione Monica Capuani
regia Antonio Latella
con Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Ludovico Fededegni, Paola Giannini
dramaturg Linda Dalisi
scene Annalisa Zaccheria
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
assistente al progetto artistico Brunella Giolivo
assistente volontaria alla regia Giulia Odetto
foto di scena Brunella Giolivo
produzione Teatro Stabile dell'Umbria
con il contributo speciale di Fondazione Brunello e Federica Cucinelli
lingua italiano
durata 2h 40’
Bologna, Arena del Sole, 27 febbraio 2022
in scena dal 24 al 27 febbraio 2022

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