“immagino il teatro come un non finito, / non finibile. / nella sua natura credo sia l'imperfezione / l'imperfezione come aspirazione / l'imperfezione esatta, netta, giusta, precisa / l'imperfezione simile al difetto / il teatro come difetto. / assolutamente imperfetto”.

Roberto Latini

Paola Spedaliere

Nessuno si Illuda!

La suggestiva Chiesa trecentesca del Museo Diocesano di Santa Maria Donnaregina Vecchia a Napoli è il teatro della messa in scena di The Minister’s Black Veil di Romeo Castellucci. Il pubblico diventa l’assemblea dei fedeli che prende posto sulle panche e a cui vengono forniti dei breviari della celebrazione in inglese con testo a fronte in italiano. Il palcoscenico è il transetto semicircolare con un ambone posizionato centralmente. Nulla manca a questo rito cattolico: il suono dell’organo, i canti Ave Regina, Alleluia e altri in latino, con bellissime voci mescolate tra il pubblico che tratteggiano l’atmosfera mistica, preparando l’ingresso del Ministro di culto che, entrando dalla porta della navata centrale alle spalle dell’assemblea, incede ieratico nella sua tonaca nera con il viso coperto da un rettangolo di stoffa dello stesso colore. Nonostante ciò sono riconoscibili i tratti spigolosi e la fisionomia nota di Willem Dafoe nel ruolo di un pastore cattolico che intratterrà il suo gregge in un’omelia che non è moralistica, ma pura esegesi biblica.

Onestà è libertà

Alla sinistra e alla destra dell’assito del Teatro Nest vi sono due (metaforiche) gabbie di metallo forato, una aperta sul lato anteriore e posteriore, mentre l’altra ha una seconda uscita su un retrobottega: sono gli ambienti in cui vivono i due protagonisti Tonino, laureato in filosofia che per vivere eredita la portineria del padre, e Peppino che gestisce la tipografia di famiglia, ma senza successo perché è sommerso dai debiti.

Da “Macbeth” a Eduardo passando per la strage di Erba

In una scatola nera senza quarta parete si può parlare ancora di Shakespeare sia pure sminuzzato, trasformato in bolo e digerito? Quanto rimane di un suo Macbeth dopo averlo fatto a pezzi? Le domande non sono retoriche, anzi le risposte possono essere molteplici, anche in contrasto tra loro. Nella scatola nera del palco di Sala Ichòs una coppia di anziani coniugi, che indossano due camici bianchi insanguinati da macellai, si muove da una quinta all’altra seguendo il solco di una scia luminosa che squarcia il buio.

Il verde non è speranza nel mondo delle serve

La scenografia di Le serve di Genet al Teatro Nuovo è la stanza da letto della Signora, con le pareti poste obliquamente che sembrano accompagnare lo sguardo dello spettatore verso l’apice di questo triangolo poggiato orizzontalmente: uno specchio alto quanto le pareti. Sul lato sinistro su un piccolo piedistallo si trova il letto, con un telefono su un tavolino accanto ed una grande finestra. Sulla parete a destra una toilette e un armadio con le ante alte quanto lo specchio.

Il sacrificio che emenda la colpa di essere ebreo

Il centro della scena è occupato da un alto parallelepipedo che si mostrerà, in seguito, essere una struttura girevole, su cui un lato è occupato da un bassorilievo a tutto campo del volto del protagonista Harry, su un altro vi è sia lo studio di pittrice che abitazione modesta di Ada, l’artista ribelle che legherà la sua vita ad Harry. I due personaggi sono i protagonisti dell’ultimo romanzo scritto da Irène Némirovsky I cani e i lupi pubblicato due anni prima della sua morte nel 1940, cui si aggiungono Ben, marito di Ada e Laurence, francese moglie di Harry, l’unica non ebrea della vicenda.

L’amore sulla terra rossa

Nel Cortile delle carrozze del Palazzo Reale di Napoli è allestito uno dei palchi del Napoli Teatro Festival Italia, una scatola dalle pareti nere profonde come la notte che sfuma i contorni spaziali e temporali della pièce Love/Hate – Open 2017 incentrata sulla narrazione di un rapporto di coppia, forse del rapporto di coppia.

Per fortuna, è mio padre

Il teatro che si fa memoria, si fa impegno, si fa testimonianza di storia personale e collettiva si trova spesso in circuiti ai margini dei grandi cartelloni guidati dagli imponenti carrozzoni politici che nascondono un vuoto culturale che restituisce allo spettatore altrettanta vacuità. Geograficamente a pochi passi da Piazza Plebiscito, il teatro Quartieri Airots ha messo in scena lo spettacolo di Antonello Cossia, datato 2007, che l’autore riporta spesso in scena per le suggestioni che il suo testo sa ancora riproporre.

L'ansia di morire bambini

Sipario aperto. Palcoscenico buio su cui due pedane nere inclinate verso la platea sono illuminate da due fari di luce bianca, come una bocca spalancata sull’orrore di una storia che è ormai cronaca quotidiana, la storia di un gruppo di ragazzini di un quartiere malavitoso di Napoli che vuole crescere in fretta assimilando le regole non scritte di quell’unica realtà che conoscono. La storia è quella tratta dall’ultimo romanzo di Roberto Saviano, La paranza dei bambini, che ne ha curata la drammaturgia insieme al regista Mario Gelardi con cui mise in scena alcuni anni fa Gomorra.

Un Hamlet, mille specchi

Hamlet, sempre lui. Attraversa le epoche come un eroe immortale, senza essere scalfito dal tempo passato, proiettato verso il futuro che lo vede oggetto di studio e di sperimentazione, analizzato a teatro in ogni piega della sua anima eppure sempre più sconosciuto, sempre più ricco di sfumature nascoste e di letture diverse.

L’umanità senza l’amore

Il palco del Teatro Sanità è occupato solamente da un tavolino basso al centro scena, quello che gli inglesi definiscono coffee table, e quattro sedie allineate sulla parete di fondo, quasi nascoste nel buio. Quel tavolino verde si trasformerà nel palcoscenico vero e proprio che mette al centro il microcosmo di un condominio allucinato che riflette e amplifica in uno spazio claustrofobico quello che avviene fuori di esso.

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