“Dico sul serio. Riconosco il talento quando lo vedo, anche se a me manca. Quando recitavamo a Praga nel 1911 e nessuno aveva mai sentito parlare di Kafka, lui venne dietro le quinte e appena lo vidi capii che mi trovavo in presenza di un genio. Ne sentivo l’odore, proprio come un gatto sente l’odore del topo. Così è cominciata la nostra grande amicizia”.

Isaac Bashevis Singer (su Franz Kafka)

Paola Spedaliere

I partigiani dell’utopia

Tredici attori sul palco del Teatro Bellini, che inizialmente danno le spalle al pubblico e sono rivolti allo sfondo dove campeggia un fumetto dell’autore del testo da cui è tratta la pièce, il fumettista Zerocalcare, alias di Michele Rech, che le note di regia definiscono capolavoro, cioè Kobane Calling, libro da centoventimila copie che lo ha fatto conoscere al di fuori dei confini dell’Italia.

Il qui e il lì

Una casetta che sembra disegnata da un bambino, un quadrato con un triangolo a fare il tetto, è la scenografia di Villino bifamiliare di Fabrizia Ramondino, portato in scena con la regia di Arturo Cirillo. I profili della casetta sono illuminati a disegnare i due interni di questa casetta divisa a metà, che nel corso della pièce si muoverà su se stessa per portare in primo piano l’ambiente protagonista.

Tatatapunta

Il sottotitolo di Occhi gettati di Enzo Moscato in scena a Sala Assoli è Un dé-coupage,34 anni dopo, una riproposta di un lavoro del 1986 quando il drammaturgo partenopeo era già avvezzo alla scrittura teatrale e aveva vinto premi importanti per cui avrebbe potuto tranquillamente dormire sugli allori, come lui stesso disse. Nonostante ciò scrisse quest’opera alla ricerca di un linguaggio teatrale ancora più radicale, alla ricerca della poesia pura.

Dittico eduardiano alla Carlo Cecchi

Due testi di Eduardo De Filippo, Dolore sotto chiave e Sik-Sik, l’artefice magico, due scenografie, sei attori, due mostri sacri sulla scena del Teatro Nuovo: Carlo Cecchi e Angelica Ippolito.

L’albero di cocco della mia isola

Un ottimo spettacolo non ha bisogno di grandi scenografie, un testo ben scritto non necessita di macchine scenografiche delle grandi e blasonate produzioni teatrali, bastano delle cassette di legno della frutta disposte su tutto il palco che a seconda della scena fungono da tavole apparecchiate, da sedie o panchine, da alberi da frutta. Le luci calde o blu creano atmosfere e tensioni, rivelano alla luce i quattro personaggi che misurano e occupano tutto lo spazio scenico.

La “tenerezza” domestica

Per la quinta stagione il regista Luciano Melchionna riporta in scena a Napoli al Teatro Sannazaro Parenti serpenti di Carmine Amoroso, pièce scritta nel 1992, e più conosciuta al grande pubblico nella versione cinematografica di Mario Monicelli che ne fece un film strepitoso, amaramente divertente, realisticamente crudo, svelante l’ipocrisia ormai palese della “sacra” famiglia italiana.

Leopardi, con teiera e sabbia

Il palco del Teatro TRAM a Port’Alba è occupato da un cantiere completo: trabattello, telai in tubature, un tavolo da lavoro sul proscenio, luci polverose e teli di plastica poggiati qua e là in attesa che un qualche lavoro edile riprenda. Accanto al tavolo, unico scoperto, si intravede sulla sinistra dello spettatore una grande poltrona in stile barocco. Completano il cantiere qualche casco di sicurezza e una serie di valigie.

Chi vende e chi compra

Il cortile interno di Palazzo Reale di Napoli contiene il palcoscenico allestito per lo spettacolo Nella solitudine dei campi di cotone di Bernard-Marie Koltès, in scena per il Napoli Teatro Festival Italia 2020, scabro nella scenografia per effetto dei decreti governativi conseguenti al Covid-19, ma volutamente essenziale perché sulla scena possa parlare solo il testo, pièce ambientata in un posto non precisato di un tempo imprecisato, anche se il luogo è chiaro e l’ora è il crepuscolo.

Il teatro e la cura del tempo

Come si fa a spiegare a un bambino che gli adorati nonni muoiono? Come si può raccontare la morte, la malattia, l’Alzheimer a un bambino se non attraverso una fiaba, un sogno, un racconto che abbia contenuti di verità trasfigurati dall’immaginazione? La risposta la dà César Brie con il suo spettacolo e, alla fine della pièce, in coda agli applausi per la messa in scena de Il Vecchio Principe, spiega che una volta un amico gli chiese di scrivere un’opera che avesse potuto vedere sua figlia.

La vita attorno a un tavolo

Al centro della scena la tavola, non quella del palcoscenico, dell’assito ligneo, ma proprio la tavola, il desco. Coperta da una tovaglia plastificata a quadretti bianchi e rossi, come quelle delle trattorie classiche, vi è questa lunga mensa, tanto lunga da permettere a trenta persone circa di sedersi attorno ad essa. Ma non siamo in trattoria, siamo al TAN − Teatro Area Nord a Piscinola e non siamo sul palcoscenico. Siamo nello spazio deputato alla biglietteria, al foyer, trasformato nella cucina della campagna di Valsamoggia, in provincia di Bologna dove nasce e vive il Teatro delle Ariette, in mezzo ai campi.

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