"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Paola Spedaliere

Il cerchio perfetto

Dal suo debutto al Festival Teatrale di Borgio Verezzi il 22 luglio 2018, La scuola delle mogli di Molière con la regia di Arturo Cirillo ha realizzato più di settanta repliche e il risultato è visibile sulla scena sin dai primi minuti: un meccanismo collaudato, perfettamente in sincrono tra tutte le parti che compongono lo spettacolo, un continuo lavoro di studio e approfondimento del testo come il regista da sempre è abituato a fare.

L’assoluzione

L’ampia sala multimediale del Teatro La Giostra è buia: il nero domina le pareti, i vuoti, gli spazi. Solo una piccola, ma intensa luce, che piove dall’alto, illumina una croce alta poco più di due metri, costituita da una struttura in ferro su cui sono inchiodate delle piccole traverse in legno. La luce, insinuata tra gli spazi crea un chiaro segno di demarcazione tra il chiarore e l’oscurità.

Medea, che siamo noi

L’assito c’è, è di legno, ma non è un palcoscenico: è il calpestio di un furgone bianco del ’94 che lo scenografo Filippo Sarcinelli ha allestito per Medea di strada del Teatro dei Borgia. All’interno solo sette posti disposti lungo i tre lati del furgone dove siedono gli spettatori, a stretto contatto tra loro, scomodi perché è il solo modo per entrare nella scomodissima vita della protagonista che a breve si paleserà.

Ma che bel castello!

Un libro degli anni Venti del Novecento del tedesco Rudolf Stratz, un film muto del 1921 del tedesco Friedrich Murnau tratto da questo testo, Il castello di Vogelod, una band italiana di rock alternativo, i Marlene Kunz che, dalla fine degli anni Ottanta del Novecento, ha spaziato dall’indie al post grunge, al noise rock. Un attore italiano, Claudio Santamaria, dalla solida formazione artistica, che ha iniziato la carriera nel doppiaggio per passare al teatro, al cinema − dove ha raggiunto la notorietà − alla televisione, senza mai abbandonare nessuna di queste arti, anzi cimentandosi spesso anche come cantante e come fotografo (ultimo vernissage a Milano qualche settimana fa).

Una voce, un coro, un dramma

Sette paia di scarpe nere sul limitare dello spazio che separa l’assito dalle gradinate del Teatro La Giostra, ad un passo in altezza da Piazza Augusteo, nei Quartieri Spagnoli. Quasi al centro di questa linea, sagomato a terra da un nastro bianco, un gioco da bambini con le caselle numerate in cui si salta senza toccare le linee di demarcazione. Poco più indietro nove piccoli sgabelli di cartone su cui si siederanno gli attori-ballerini, cinque donne e due uomini con abiti neri come le scarpe che li attendono, e una ballerina.

Oggi come allora

Mario Martone è presente fisicamente al primo appuntamento della nuova stagione del Nest − Napoli Est Teatro che porta in scena Tango glaciale Reloaded (1982-2018), dopo essere stato proposto al Piccolo Bellini nella stagione precedente. Dall’assito ruba pochi minuti iniziali per timidi ringraziamenti: in fondo non c’è bisogno di altre parole per raccontare questo riallestimento perché lui stesso ha chiarito che quest'opera, che ha fatto la storia del Nuovo Teatro trentasei anni fa, deve ”mettere il lavoro alla prova di una generazione che nel 1982 era lontana dall’essere concepita”.

Probabilità di un istante

Scenografia scarnificata nella sua essenzialità per There Has Possibly Been an Incident del britannico contemporaneo Chris Thorpe portato in Italia dalla regia altrettanto asciutta di Jacopo Gassman a Galleria Toledo, che quest’anno ha presentato un cartellone ricco di perle teatrali, sempre coraggioso nelle scelte fatte. Tre pannelli scuri che scendono dall’alto verso il basso, davanti ad ognuno di essi tre sedie e tre microfoni a piantana. Sulle sedie dei fogli in attesa.

Una storia di sorellanza

La scenografia di Ranavuottoli al Piccolo Bellini parla da sola: è la favola di Cenerentola al contrario. Ciò che dovrebbe essere orizzontale è verticale e viceversa, come capita con il letto della sorellastra di Cenerentola, Genoveffa, che è posto in verticale, come le statuine sull’angusto piano superiore della misera casetta, una in posizione normale e l’altra che sfida la forza di gravità e persino la porta di ingresso è posizionata in alto perché si scende giù in un sottoscala che porta all’unico ambiente dove si cucina, si dorme, si fa i propri bisogni.

Elogio al tempo rubato

Un suono metallico dagli echi computerizzati si propaga per la platea dove gli spettatori del Nuovo Teatro Sanità si stanno posizionando, accolti da un uomo delle pulizie che si aggira tra le file sorridente, affaccendato, cordiale. Sul palco nella semioscurità vi sono due sedie a destra e a sinistra, gemelle, su cui poggiano degli abiti. Tra loro, al centro scena, un telaio rettangolare che evoca una grande porta trasparente tagliata orizzontalmente da un’asse che divide il sopra e il sotto.

Un sipario, una cornice, un mondo

A sorpresa, entrando nella sala della Galleria Toledo, un sipario chiuso. Ultimamente le messe in scena, nella maggior parte dei casi, ne fanno a meno proiettando subito lo spettatore al centro della storia, attore ignaro, silenzioso partecipante. Il sipario scuro, qui, ne Le braci di Laura Angiulli tratto dal romanzo omonimo di Sándor Márai, con l’adattamento di Fulvio Calise, è il diaframma vellutato che solo in apparenza chiude lo spazio platea/palco perché crea quel momento breve di distacco, è il lungo respiro che riempie i polmoni che precede una immersione in un mondo lontano ma non lontanissimo, un mondo proiezione e introiezione di se stessi.

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