“L'attore, ad un certo punto, per il pubblico e i teatranti si identificava con la sua maschera. Per Marcello era quasi una condanna. Ricordo la sua tristezza, talvolta, dopo un travolgente successo. Diceva: 'E quando sarò vecchio e non potrò più fare l'Arlecchino?'. Non c'era in questa domanda soltanto la semplice paura del'attore che invecchia e che deve lasciare il suo ruolo. C'era lo smarrimento del vero attore davanti a tutti i personaggi che non aveva e non avrebbe mai potuto fare”

Giorgio Strehler su Marcello Moretti

Paola Spedaliere

Per fortuna, è mio padre

Il teatro che si fa memoria, si fa impegno, si fa testimonianza di storia personale e collettiva si trova spesso in circuiti ai margini dei grandi cartelloni guidati dagli imponenti carrozzoni politici che nascondono un vuoto culturale che restituisce allo spettatore altrettanta vacuità. Geograficamente a pochi passi da Piazza Plebiscito, il teatro Quartieri Airots ha messo in scena lo spettacolo di Antonello Cossia, datato 2007, che l’autore riporta spesso in scena per le suggestioni che il suo testo sa ancora riproporre.

L'ansia di morire bambini

Sipario aperto. Palcoscenico buio su cui due pedane nere inclinate verso la platea sono illuminate da due fari di luce bianca, come una bocca spalancata sull’orrore di una storia che è ormai cronaca quotidiana, la storia di un gruppo di ragazzini di un quartiere malavitoso di Napoli che vuole crescere in fretta assimilando le regole non scritte di quell’unica realtà che conoscono. La storia è quella tratta dall’ultimo romanzo di Roberto Saviano, La paranza dei bambini, che ne ha curata la drammaturgia insieme al regista Mario Gelardi con cui mise in scena alcuni anni fa Gomorra.

Un Hamlet, mille specchi

Hamlet, sempre lui. Attraversa le epoche come un eroe immortale, senza essere scalfito dal tempo passato, proiettato verso il futuro che lo vede oggetto di studio e di sperimentazione, analizzato a teatro in ogni piega della sua anima eppure sempre più sconosciuto, sempre più ricco di sfumature nascoste e di letture diverse.

L’umanità senza l’amore

Il palco del Teatro Sanità è occupato solamente da un tavolino basso al centro scena, quello che gli inglesi definiscono coffee table, e quattro sedie allineate sulla parete di fondo, quasi nascoste nel buio. Quel tavolino verde si trasformerà nel palcoscenico vero e proprio che mette al centro il microcosmo di un condominio allucinato che riflette e amplifica in uno spazio claustrofobico quello che avviene fuori di esso.

Un assurdo noir in “Pink”

Il palco si presenta a sipario aperto, con due porte ai lati che fungono da ulteriori quinte per gli ingressi e le uscite di scena. Sono bianche, alte e strette con la parte interna sagomata come un osso. Lo stesso tema tutto colorato si presenta sulla parete di fondo, che poi si scoprirà essere un secondo sipario che nasconde la band musicale di quattro elementi che suona dal vivo. Il pubblico conosce il motivo del richiamo all’osso già dal titolo: Madame Pink – commedia con canzoni e cane.

Una partita di tennis teatrale

Basta poco per creare un’atmosfera che sa di antico e di moderno, per far rivivere storie e personaggi che fanno parte di un vissuto comune, di una cultura condivisa, dove canzone e parola si mescolano e si alternano.

Tutti eroi, nessun eroe

Sulla scena un alto parallelepipedo che fronteggia la platea con un lato composto da cinque pannelli bianchi e due microfoni a piantana posizionati alla destra e alla sinistra del palco. La scenografia di Giulio Cesare di Shakespeare è tutta qui. Ha il suo significato dall’inizio dello spettacolo perché su tali pannelli sono proiettate le immagini degli uomini e delle donne di potere del passato e del presente per fermarsi sulla celebre foto che ritrae l’ex Presidente degli Stati Uniti Obama con lo staff delle Forze Armate e Hillary Clinton, suo Segretario di Stato, che assistono con pàthos su dei monitor all’azione conclusiva che porterà alla cattura di Bin Laden.

Amore, matrimonio, morte

“Finalmente qualcosa di nuovo”, viene da dire andando a vedere Il lavoro di vivere al Teatro Nuovo: essenzialmente perché il testo è stato scritto da un autore israeliano, Hanoch Levin, considerato il maggior drammaturgo del suo Paese e conosciuto in Francia e negli Stati Uniti ma che, in Italia, circolava solo nelle rappresentazioni della comunità ebraica romana, in qualche sala minore, mentre giaceva ignorato dal teatro ufficiale, dedito alla replicabilità del proprio repertorio classico. La direttrice del teatro Franco Parenti di Milano, Andrée Ruth Shammah, ha tradotto il testo insieme a Claudia Della Seta e sotto la sua regia Carlo Cecchi lo ha proposto in un questa prima uscita nazionale. Carlo Cecchi ricostruisce questi passaggi nell’intervista rilasciata al Il Mattino a Luciano Giannini, ricordando anche che il titolo originario − Il mestiere di vivere − ricordava troppo Cesare Pavese; quindi la scelta di utilizzare un sinonimo per evidenziare l’assoluta novità di questo autore. 

Di spiriti antichi e disastri moderni

Per la rassegna Il Teatro cerca Casa, formula vincente che da alcuni anni vede gli appassionati del teatro recarsi nei salotti privati ad assistere a interessanti performance, nell’abitazione del drammaturgo Manlio Santanelli è andato in scena per la prima volta in questo ambiente Enzo Moscato con la lettura drammatizzata di un suo scritto Spiritilli e altri incontri, seguito da un dibattito sul teatro che ha regalato a tutti i presenti, tra cui alcuni alunni delle scuole di recitazione napoletane, dei momenti di autentico e vibrante coinvolgimento.

La geometria della sterilità sentimentale

Due grosse scatole di cartone da imballaggio per i traslochi messe al centro della scena e una luce aranciata che proviene da una lampada tonda che pende dall’alto. Questa è tutta la scenografia dello spettacolo Il catalogo, scritto e diretto da Angela Di Maso, già rappresentato in precedenza e ora in scena a Sala Ichòs.

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