“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Paola Spedaliere

Ma che bel castello!

Un libro degli anni Venti del Novecento del tedesco Rudolf Stratz, un film muto del 1921 del tedesco Friedrich Murnau tratto da questo testo, Il castello di Vogelod, una band italiana di rock alternativo, i Marlene Kunz che, dalla fine degli anni Ottanta del Novecento, ha spaziato dall’indie al post grunge, al noise rock. Un attore italiano, Claudio Santamaria, dalla solida formazione artistica, che ha iniziato la carriera nel doppiaggio per passare al teatro, al cinema − dove ha raggiunto la notorietà − alla televisione, senza mai abbandonare nessuna di queste arti, anzi cimentandosi spesso anche come cantante e come fotografo (ultimo vernissage a Milano qualche settimana fa).

Una voce, un coro, un dramma

Sette paia di scarpe nere sul limitare dello spazio che separa l’assito dalle gradinate del Teatro La Giostra, ad un passo in altezza da Piazza Augusteo, nei Quartieri Spagnoli. Quasi al centro di questa linea, sagomato a terra da un nastro bianco, un gioco da bambini con le caselle numerate in cui si salta senza toccare le linee di demarcazione. Poco più indietro nove piccoli sgabelli di cartone su cui si siederanno gli attori-ballerini, cinque donne e due uomini con abiti neri come le scarpe che li attendono, e una ballerina.

Oggi come allora

Mario Martone è presente fisicamente al primo appuntamento della nuova stagione del Nest − Napoli Est Teatro che porta in scena Tango glaciale Reloaded (1982-2018), dopo essere stato proposto al Piccolo Bellini nella stagione precedente. Dall’assito ruba pochi minuti iniziali per timidi ringraziamenti: in fondo non c’è bisogno di altre parole per raccontare questo riallestimento perché lui stesso ha chiarito che quest'opera, che ha fatto la storia del Nuovo Teatro trentasei anni fa, deve ”mettere il lavoro alla prova di una generazione che nel 1982 era lontana dall’essere concepita”.

Probabilità di un istante

Scenografia scarnificata nella sua essenzialità per There Has Possibly Been an Incident del britannico contemporaneo Chris Thorpe portato in Italia dalla regia altrettanto asciutta di Jacopo Gassman a Galleria Toledo, che quest’anno ha presentato un cartellone ricco di perle teatrali, sempre coraggioso nelle scelte fatte. Tre pannelli scuri che scendono dall’alto verso il basso, davanti ad ognuno di essi tre sedie e tre microfoni a piantana. Sulle sedie dei fogli in attesa.

Una storia di sorellanza

La scenografia di Ranavuottoli al Piccolo Bellini parla da sola: è la favola di Cenerentola al contrario. Ciò che dovrebbe essere orizzontale è verticale e viceversa, come capita con il letto della sorellastra di Cenerentola, Genoveffa, che è posto in verticale, come le statuine sull’angusto piano superiore della misera casetta, una in posizione normale e l’altra che sfida la forza di gravità e persino la porta di ingresso è posizionata in alto perché si scende giù in un sottoscala che porta all’unico ambiente dove si cucina, si dorme, si fa i propri bisogni.

Elogio al tempo rubato

Un suono metallico dagli echi computerizzati si propaga per la platea dove gli spettatori del Nuovo Teatro Sanità si stanno posizionando, accolti da un uomo delle pulizie che si aggira tra le file sorridente, affaccendato, cordiale. Sul palco nella semioscurità vi sono due sedie a destra e a sinistra, gemelle, su cui poggiano degli abiti. Tra loro, al centro scena, un telaio rettangolare che evoca una grande porta trasparente tagliata orizzontalmente da un’asse che divide il sopra e il sotto.

Un sipario, una cornice, un mondo

A sorpresa, entrando nella sala della Galleria Toledo, un sipario chiuso. Ultimamente le messe in scena, nella maggior parte dei casi, ne fanno a meno proiettando subito lo spettatore al centro della storia, attore ignaro, silenzioso partecipante. Il sipario scuro, qui, ne Le braci di Laura Angiulli tratto dal romanzo omonimo di Sándor Márai, con l’adattamento di Fulvio Calise, è il diaframma vellutato che solo in apparenza chiude lo spazio platea/palco perché crea quel momento breve di distacco, è il lungo respiro che riempie i polmoni che precede una immersione in un mondo lontano ma non lontanissimo, un mondo proiezione e introiezione di se stessi.

Nessuno si Illuda!

La suggestiva Chiesa trecentesca del Museo Diocesano di Santa Maria Donnaregina Vecchia a Napoli è il teatro della messa in scena di The Minister’s Black Veil di Romeo Castellucci. Il pubblico diventa l’assemblea dei fedeli che prende posto sulle panche e a cui vengono forniti dei breviari della celebrazione in inglese con testo a fronte in italiano. Il palcoscenico è il transetto semicircolare con un ambone posizionato centralmente. Nulla manca a questo rito cattolico: il suono dell’organo, i canti Ave Regina, Alleluia e altri in latino, con bellissime voci mescolate tra il pubblico che tratteggiano l’atmosfera mistica, preparando l’ingresso del Ministro di culto che, entrando dalla porta della navata centrale alle spalle dell’assemblea, incede ieratico nella sua tonaca nera con il viso coperto da un rettangolo di stoffa dello stesso colore. Nonostante ciò sono riconoscibili i tratti spigolosi e la fisionomia nota di Willem Dafoe nel ruolo di un pastore cattolico che intratterrà il suo gregge in un’omelia che non è moralistica, ma pura esegesi biblica.

Onestà è libertà

Alla sinistra e alla destra dell’assito del Teatro Nest vi sono due (metaforiche) gabbie di metallo forato, una aperta sul lato anteriore e posteriore, mentre l’altra ha una seconda uscita su un retrobottega: sono gli ambienti in cui vivono i due protagonisti Tonino, laureato in filosofia che per vivere eredita la portineria del padre, e Peppino che gestisce la tipografia di famiglia, ma senza successo perché è sommerso dai debiti.

Da “Macbeth” a Eduardo passando per la strage di Erba

In una scatola nera senza quarta parete si può parlare ancora di Shakespeare sia pure sminuzzato, trasformato in bolo e digerito? Quanto rimane di un suo Macbeth dopo averlo fatto a pezzi? Le domande non sono retoriche, anzi le risposte possono essere molteplici, anche in contrasto tra loro. Nella scatola nera del palco di Sala Ichòs una coppia di anziani coniugi, che indossano due camici bianchi insanguinati da macellai, si muove da una quinta all’altra seguendo il solco di una scia luminosa che squarcia il buio.

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