“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Interviste

Extra La locanda delle chiacchiere

«Il viaggio s’arresta in una locanda: scoppietta la fiamma, una musica dice il suo tono, il bisbiglio di voci vi domina legando i tavoli ai tavoli, gli uomini agli uomini. È qui che i racconti s’incontrano».

Lunedì, 22 Febbraio 2016 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Benedetta Manfriani

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"Per offrire una definizione alla poetica di Benedetta Manfriani – pittrice, scultrice, fotografa, videomaker, cantante – artista versatile quanto fedele ad una vocazione profonda e originale, potremmo usare il termine di "ulteriorità". Fin dalle primissime sperimentazioni pittoriche nello studio-bottega di Margherita Mazzoni – dopo gli importanti corsi alla Scuola di iconografia bizantina del monastero parigino di Saint-Jervais, e quelli alla Scuola di Seriate – intrigata dall’uso dell’oro, materia simbolica per eccellenza e dotata di una evidente semantica dell’“oltre”, l’artista toscana riesce subito a trasfigurare in chiave personale il materiale narrativo cui attinge nella sua produzione (pitture, xilografie, sculture), riferito in gran parte all’immaginario ebraico.

Bari. Sul lungomare, il viola del cielo si fonde con quello dell’acqua. Alle due di pomeriggio i pescatori sono ancora sul molo, ad aprire ricci e arricciare polpi dai colori iridati. Il Teatro Margherita, il Petruzzelli e il cinema teatro Kursaal si fanno compagnia, l’uno a poca distanza dall’altro, a ricordare un passato glorioso e antico. Oggi sono chiusi. Nei vicoli stretti di Bari Vecchia, sotto gli archi, edicole votive e affreschi di "San Nicolino", come lo chiama la signora Nunzia, che impasta orecchiette e ti parla, sorridendo, in un dialetto contratto e rotondo, pieno di ritmo e melodia. Tutto scorre lento, almeno a quest’ora della giornata, se non fosse per sparuti gruppi di ragazzini che giocano a pallone nelle piccole piazze che ti si aprono davanti, quando meno te l’aspetti.

Lunedì, 08 Febbraio 2016 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Davide La Greca

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“La verità nella performance è la verità della performance in sé. Se il performer non è presente a se stesso,e dunque non aderisce come un  tutt’uno alla propria mente e al proprio corpo, in un determinato spazio e tempo, allora la performance non potrà essere valida (come espressione artistica)”. Con queste parole Marina Abramović, celebre artista concettuale serba, sottolinea come l'espressione artistica contemporanea sia limitata nello spazio-tempo, cioè “in fieri” anziché tendente alla connotazione univoca e permanente come nell'arte classica.
In tal senso la “legatura” e quindi la forma d'arte che fa della legatura il suo fulcro espressivo, diventa il simbolo perfetto di questa transitorietà espressiva.


Anche a chi non frequenta regolarmente i teatri di Napoli sarà capitato, almeno una volta, di passare un’ora o più nell’antro nero e accogliente in Vico Gerolomini, budello stretto e lungo che collega l’Anticaglia alla parte finale di via Tribunali: nel cuore antico della città. Chi ci è stato ricorderà la forma particolare di questo spazio con una platea di soli trentotto posti, ricavata su due gradinate che tagliano a metà una sala piccola col soffitto alto e profondo, una volta parte della cappella del complesso dei Gerolomini. L’imponente scenografia (di Roberto Crea) del recente adattamento di Scannasurice firmato Cerciello/Villa, probabilmente, poteva nascere solo in un posto così.

Lunedì, 25 Gennaio 2016 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Albin Talik

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“Cosa rappresentano i nastri bianchi presenti in molte delle tue opere?” Questa è la domanda che Albin avrebbe voluto che gli fosse posta da un fruitore della sua arte.
Avendo lasciato la domanda senza risposta non possiamo che tentare di dare una interpretazione soggettiva e personale. Forse quei nastri sono i fili del destino che conducono i protagonisti dei suoi quadri nel dispiegarsi caotico delle loro esistenze, oppure sono la figurazione dei vincoli e delle convenzioni che legano e immobilizzano l'operato umano: in ogni caso, quello che è evidente, è che alcuni dei soggetti di Talik usano o giocano con tali nastri laddove altri ne sono vincolati.
Alla ricchezza dei contenuti questo giovane artista polacco è in grado di affiancare una tecnica esecutiva del tutto originale. Egli infatti non fa uso di colori ma rende le sue rappresentazioni incollando pezzi di carta colorati e opportunamente sagomati così da costruire effetti e transizioni stupefacenti. Tale effetto così genuinamente materico è frutto di una lunga ricerca espressiva che Albin ha condotto partendo dalla sperimentazione musicale, all'accademismo pittorico fino alla manualità artigianale.

Sulla scena nera si muove, compatta, una schiera, che intona canti sacri e antichi a ritmo di tamburello. Quando la schiera si rompe, i nove giovani attori, cinque donne e quattro uomini, in mutande e sottane, si dispongono in riga davanti a un fascio rettangolare di luce rossa. In dialetto lucano si passano barattoli, sputi, sguardi e imprecazioni: tutti riuniti, per le ferie, a fare la conserva “re pumm'dur". C’è chi è emigrato in Germania e non torna da un anno; chi non si è mai allontanato ma da quel paesino della Val D’Agri vorrebbe fuggire; chi a casa non è tornato mai più. Un grumo di storie e umane pulsioni compresse dentro barattoli di acqua infetta, dove gli attori soffiano, per ricreare il suono del bollore della salsa in cottura.

Lunedì, 11 Gennaio 2016 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Salvatore Virdis

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Sin dalla giovane età, non appena le sue mani hanno occasione di esperire l'arte della modellazione del legno, Salvatore Virdis inizia a interpretare lo spirito della sua isola (nasce in Sardegna nel 1947 a Bono, in provincia di Sassari) scolpendo il legno, dando forma a giocattoli e oggetti della vita quotidiana. Con il passare del tempo, grazie all’esempio paterno, va sviluppando una progressiva manualità nell'uso del primo strumento di modellazione con cui entra in contatto: il coltello che gli consente una sempre maggiore capacità di definizione dei soggetti tridimensionali che va scolpendo.

Martedì, 05 Gennaio 2016 00:00

ART. 3.0: AutoRiTratto di Giancarlo Muzzolon

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Ad ottobre ero a Venezia. Già gli ultimi chilometri di ferrovia mi sembravano particolarmente suggestivi per non parlare della cattedrale che ti si stampa in faccia uscendo dalla stazione. Venezia è unica e passando in ogni vicolo sembra di sentir sussurrare storie. Potresti immaginare di incontrare qualcuno che si nega, respirare l’aria delle calli dove vive uno dei tuoi sogni virtuali o sperare di incontrare, perdendosi in un vicolo senza sfondo, una dama di altri tempi celata da una maschera di raffinata bellezza. Guardando i quadri di Muzzolon si ricrea questa atmosfera, ci si proietta in una situazione già vissuta di cui si riconoscono i suoni, l’odore del forno, lo sguardo di un passante che non è passato per caso, di quella persona che ci ha sfiorati senza dire una parola. Sogni che si avverano, progetti che si realizzano, trame tessute ad arte proprio come la mappa di una città che tra terra ed acqua nasconde il cielo. Muzzolon ci offre scorci dai colori vivaci e invitanti.

E stu spasso mo è fernuto: 
ce so’ gghiuto a na "Cantata",
ma però me so’ addurmuto,
aggio perzo na nuttata.
Senza cchiù chella curnice,
nun teneva cchiù sapore!
‘a "Madonna" era n’attrice,
"Sarchiàpone" era n’attore.
So’ spettacole ‘e Natale,
è na vecchia tradizione
comm’ ‘a tombola, ‘o bengale,
‘o Presepio, ‘o capitone.
Chill’ambiente, e chella gente
‘ncopp’ ‘a scena a recita’.
Chille ‘e mo nun fanno niente
pecché ‘a vonno stilizza’.

('A cantata d’ ‘e pasture, Raffeaele Viviani)


Bell’è Babbele, bella e senz’uocchie...
Vecchia, sorda e semp’annura...
E mo addò jamme?
Addò ce portane?
Da quale parte de’ mure, stanotte, amma piglia’ l’acqua d’ ‘a morte?
[...]

Lengua?
E che mi abbisogna di una lengua a me?
Ne tengo ciente,
‘e Menelicche
e una, di soppiatto, ‘e fuoco
e abbruscia,
abbruscia,
cupole e ciardine,
parucche e pettinasse,
nutricce e signore,
carrozze e ‘ciucesse [...]

(Signurì, signurì, Enzo Moscato)

Lunedì, 28 Dicembre 2015 00:00

Art. 3.0: AutoRiTratto di Salvo Tesauro

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Salvo Tesauro, così si racconta a Il Pickwick: “Mi chiamo Salvo Tesauro, sono nato a Palermo nel marzo del ‘53. Mio padre proveniva dalla bottega d'arte ed era un ottimo restauratore e pittore; purtroppo, la sua generazione aveva vissuto la tragedia della guerra e quindi la prima preoccupazione fu quella di trovare un lavoro stabile per dare sicurezza alla famiglia: erano tempi difficili per tutti. Il fratello di mio padre, Totò, era un promettente scultore, ma non tornò mai dalla guerra. Per quanto riguarda me, pur avendo mostrato una spiccata attitudine per l'arte, dovevo trovare un lavoro sicuro e così fui indirizzato verso qualcosa di più pratico: istituto tecnico e facoltà di matematica che scelsi avendo una certa predisposizione per questa disciplina.

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