"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Lunedì, 27 Giugno 2016 00:00

ART 3.0: AutoRiTratto di Claudio Cuomo

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I Neri su neve e brume,
Presso il grande sfiatatoio illuminato
I culi in circolo,
 
In ginocchio cinque piccoli – diamine! –
Guardano il fornai fare
Il pane grande e biondo.

(da Attoniti di Arthur Rimbaud)

 

Un uomo di cartapesta con un ombrello capovolto.

L'immagine mi riporta sul ponte Amerigo Vespucci, a Firenze. Era una giornata in cui, un violento temporale, mi costrinse ad ingaggiare una severa ed impari lotta con le avversità atmosferiche. Il vento forte, non riuscendo a strapparmi l'ombrello dalle mani, ne rivoltò tutte le stecche, consegnandomi inerte alla pioggia incessante. Desideravo intervistare l'autore di quell'opera, ma non sapevo come raggiungerlo, così, Francesco Andoli, attento conoscitore di Napoli, amico ed estimatore del lavoro di Claudio Cuomo, mi ha condotta qui,  proprio nel laboratorio del “cartapestaio”. Resto incantata da queste figure esili, con le braccia lunghissime capaci di aggrapparsi al cielo e poi corpi chiusi in gabbie di parole che la mente trasforma in parole di libertà. Sono tante le sensazioni che ogni opera è capace di trasmettere.
Claudio ci spiega che l'uomo con l'ombrello rovesciato è un personaggio simbolo,  lui stesso si riconosce in questa precarietà, in questa lotta continua, si potrebbe dire in questa resistenza agli eventi; non a caso l'immagine è diventata la copertina del libro di Fabio Lastrucci Precariopoli.
Tra le installazioni di Cuomo troviamo Canaglia: un branco di cani meticci e di razza che stanno insieme, a significare come l'unione riesca ad attenuare le differenze. Ci racconta anche de Gli attoniti che è stata realizzata in occasione di Paleocontemporanea, a Napoli, nel 2013.
Invitato a lavorare sul tema della trascendenza, Claudio Cuomo prepara trecentosessantacinque forme di pane che precedono quindici figure a grandezza naturale poste attorno ad un presepio napoletano del Settecento.
Claudio Cuomo è del 1971, diplomato all'Accademia, nel 2007 ha aperto il laboratorio in via San Nicola a Nilo, proprio nel cuore della vecchia Napoli. La sua passione per il cinema torna spesso nelle opere, come ad esempio da Le conseguenze dell'amore di Sorrentino, in una cui scena il protagonista porta il pensiero a qualcosa di importante: l'amicizia. Lavora su commissione ed infatti molti clienti collezionisti scelgono la sua arte per eventi speciali o ricorrenze.  Tra le sue passioni, è più d'una fonte d'ispirazione la musica. Ascoltando Paolo Conte, avvocato e cantautore, realizza la mostra Forse a quest'ora colleghi tenutasi a Napoli nel dicembre 2015, presso lo studio legale Majorano Siracusa.
Chiamato da Siti Reali per la realizzazione di un premio, crea un gruppo di sedie antropomorfe con la testa di Carlo di Borbone, Napoli sullo schienale e la Sicilia sulla seduta, giocando poi con le parole intitola l'opera Mezzogiorno SurREale.
Infine, unico tra tutti gli artisti fino ad oggi intervistati, alla domanda “Si può vivere di arte in Italia?” risponde senza esitazione “Si deve!”.

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
Il termine "artista" non è affidabile – sorride – questa parola mi mette un po' a disagio, diciamo che mi definisco uno scultore artigiano.  Lavoro la carta e attraverso la carta cerco di raccontare e comunicare un messaggio.


Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Ho sempre disegnato fin da bambino, il disegno è stato il compagno principale della mia infanzia, ma potrei dire della mia vita. Attraverso l'incisione calcografica ho approfondito la mia conoscenza perché vedi, per me era  fondamentale lavorare con le mani. Tra i passaggi importanti della mia formazione: l'Accademia, dove ebbe particolare importanza il corso del maestro Sgambati. Successivamente fu di grande rilievo l'incontro con il maestro Avella, grzie al quale ho approfondito le tecniche di incisione.
Il laboratorio dove ci troviamo adesso, mentre rispondo alle tue domande, l'ho aperto nel 2007: cercavo un luogo in cui lavorare e qui in Via San Nicola a Nilo siamo proprio nel cuore della città, fonte inesauribile di ispirazione. Come vedi lavoro la cartapesta, ma saltuariamente dipingo e disegno: il laboratorio è piccolo e non c'è molto spazio per fare tutto. Qui passo buona parte del mio tempo e non ho orari fissi, salvo quando prendo impegni con i clienti. A volte si fermano turisti o curiosi e mi fa piacere confrontarmi con chi nutre interesse per il mio lavoro e per l'arte in generale.


Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
Modelli veri e propri no...  e tuttavia ci sono artisti che guardo e cerco ripetutamente: scultori come Giacometti o pittori come Bruegel e Bosch. Il cinema è un'altra delle mie grandi passioni e mi piace trarre ispirazione da registi come Lars Von Trier, alcuni cineati francesi o Terry Gilliam: soggetti visionari e surreali che riescono a rendere, in un'unica scena, un'intera storia: mi ricordano molto i pittori del Seicento.


Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Il mercato dell'arte lo sto conoscendo piano pian,o con molta cautela: non ho relazioni dirette con gallerie per poter dire come sia la sua condizione presente. Ho i miei contatti, che sono collezionisti privati che mi seguono da tempo o clienti occasionali. A volte le mie ricerche sono dedicate ad opere commissionate per occasioni o ricorrenze ed il percorso, per arrivare ad una sintesi che soddisfi il committente, può essere tortuoso. In pratica ti direi che il mio mercato è quello che avviene ogni giorno.
Mi sembra inutile ripetere, dunque, le solite banalità che vengono dette in proposito, a partire dalla corruzione di questo ambiente: a me non piace il mercato dei grandi numeri, dei grandi nomi e delle grandi operazioni commerciali, in tutto questo si perde di vista troppo spesso il contenuto che, invece, resta imprescindibile.


Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Un auspicio più che un consiglio è che tutti possano fare il lavoro per cui si sentono portati; per dirla con Sant'Agostino “Ama e fa ciò che vuoi”: in sintesi la mia filosofia di vita.


Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
L'uomo con l'ombrello è l'opera in cui mi riconosco di più. Questa immagine precaria dell'uomo che combatte con il vento la vedo molto attuale e sintetizza il mio lavoro. C'è ironia e tragedia. Tra le opere di altri artisti, citerei Decalogo di Kieslowski, un film degli anni '80 che rende i dieci comandamenti con un linguaggio molto attuale e anche se non sono credente, questi passaggi della Bibbia li amo molto e Kieslowski li ha sintetizzati in maniera magistrale.


Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Non ho un luogo preciso dove esporre, in questi anni ho creato opere che vivessero per strada, nei vicoli e nelle piazze. Tra le mie installazioni ti dico di Ho portato mia madre a vedere il Giro d'Italia che consiste in numerose fotografie scattate sul percorso di gara, a partire da quella di Piazza del Plebiscito, durante una tappa del giro d'Italia. La figura fotografata è una donna, è mia madre ed è realizzata in cartapesta a grandezza naturale, in un momento di attesa con la borsetta tra le mani. Ogni volta che la  sistemavo in prossimità delle transenne per scattare le foto, mi soffermavo ad osservare le reazioni dei presenti. L'uomo reagisce all'arte generando un flusso di emozioni che è vitale per chi ha generato quell'opera.
Se poi mi chiedi di musei o gallerie sono costretto a risponderti che pur non disprezzando assolutamente quei luoghi, non ho alcun contatto con chi li gestisce, nel senso che io non li ho mai cercati e loro non hanno cercato me.


Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Si deve vivere di arte in Italia! È palese! Forse non lo si dice perché siamo assuefatti da certe realtà, forse si dimentica il nostro DNA, ma l'arte per noi è imprescindibile.


Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
(Nel momento in cui pongo la domanda passa un motorino che fa un rumore assordante e poi Claudio mi dice: "Già il motorino potrebbe essere una difficoltà. Puoi ripetere?"; poi riprendiamo la nostra conversazione).
Le difficoltà maggiori sono nel creare occasioni per la visibilità di artisti e artigiani, spesso si devono elemosinare le attenzioni e gli spazi. Molti artisti non hanno modo di esprimersi e non possono neppure lavorare. Poi penso a tutte quelle chiese sconsacrate: se solo si potessero mettere a disposizione per far lavorare gli artisti già sarebbe un aiuto. Infine le difficoltaà quotidiane per cercare di far comprendere e apprezzare il proprio lavoro.


Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica d'arte?
Vedo che c'è molta invidia negli ambienti che trattano arte e questa cosa non mi piace. Spesso sento che il lavoro altrui viene trattato con esagerata approssimazione e superficialità. Non mi piace neppure quando il critico si sostituisce all'artista nascondendosi dietro il nome che dovrebbe rappresentare: non va bene confondere i ruoli.
L'artista deve essere indipendente dal critico invece accade, spesso, che il critico diventi la prima donna di alcuni eventi.


Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Il lavoro complessivo. A volte capitano domande del tipo: “Quanto impieghi a fare questa opera?”. Ecco, il  lavoro può essere realizzato in un tempo variabile ma il fulcro di tutto è il momento intuitivo. Questo vorrei che conoscessero. Infatti quando l'osservatore riesce a cogliere il momento magico, quello in cui si è realizzato l'atto creativo di una mia opera, sento una soddisfazione intima.


Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
“A cosa stai lavorando?”. Adesso sto lavorando ad una figura di San Gennaro e ad un'altra figura che rappresenta il peccato primordiale, e mentre le mie mani plasmano, la mia mente crea nuovi scenari. Da tempo sto progettando un lavoro sui registi che si sono confrontati con la città di Napoli − da Loi a Rosi, da Mario Martone alla Wertmüller − per fare opere che sintetizzino questo rapporto magico tra Napoli, il cinema e e l'arte.

 

 




Art 3.0 − AutoRiTratti

Claudio Cuomo
in collaborazione con Accademia dei Sensi
website pagina FB dell'artista

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