“Non ho mai il senso ultimo di quello che faccio. Vorrei che niente fosse mai finito. C'è sempre qualcosa che ritorna e scompare a cui non saprei dare un nome. Questo stesso enigma, però, mi spinge fino in fondo alle cose”

Antonio Neiwiller

Lunedì, 05 Settembre 2016 00:00

Art 3.0: AutoRiTratto di Matteo Bussola

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"C'è quest'ora, in perfetto equilibrio tra il pomeriggio e la sera.
Quando il sole appare in bilico tra i pini e la collina, la luce entra pulviscolare dalla finestra, gli ultimi raggi proiettano lunghe ombre sul muro dello studio e fanno scintillare la bottiglia vuota di Franziskaner che uso come porta pennelli. Tutto si gioca nel giro di pochi minuti. La luce si affievolisce piano e accendo la lampada al tavolo, i cani rientrano dal giardino per farmi intendere ch'è ora di cibo, sento piedini correre svelti al piano di sopra, Paola si prepara l'ennesima tazza di tè che abbandonerà nel lavandino o appoggiata sopra a un cassetto.

Io comincio a pensare a cosa fare per cena mentre il pennello scivola sulla carta, quando il fuoco del tramonto si confonde per pochi secondi con la luminosità elettrica della lampadina, finché la mano accarezza volti africani e paesaggi rocciosi che prendono vita tra la luce e l'ombra, in perfetto equilibrio tra l'è stato e il sarà, nel mezzo del guado del potrebbe ancora essere. Poi l'occhio sceglie, la mano esegue, la china scorre, il sole scompare dietro i tetti delle case lasciando una scia prima arancione, poi viola, poi argento, poi tutto. Poi niente. Poi sera".

(da Notti in bianco, baci a colazione, Matteo Bussola – Einaudi)

Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
Diciamo che ho sempre saputo quello che avrei fatto da grande, ho sempre coltivato la passione per il disegno e per i fumetti in particolare. Resto convinto che tutti i bambini sappiano cosa vorranno fare da grandi però, alcuni, crescendo forse se ne dimenticano e vengono sviati da altro. Io non me ne sono dimenticato, tanto che a un certo punto della mia vita ho deciso di licenziarmi dal lavoro e lasciare il posto fisso come architetto del  Comune proprio per fare fumetti. Non ho mai dimenticato la mia passione, e appena è stato possibile ho fatto la mia scelta.

Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Per me tutto fa parte della cosiddetta “evoluzione artistica”: sono state indispensabili tutte le cose che ho visto, che ho vissuto, che ho letto e che ho fatto. Sono stati fondamentali gli anni a Venezia, gli architetti che ho studiato, gli aperitivi al bar Rosso, la musica di Paco de Lucia, i libri di Octavio Paz e le ragazze dagli occhi tristi. Ogni esperienza è poi confluita nei disegni prodotti nel corso degli anni. Dal punto di vista puramente tecnico, se vogliamo dire, la differenza la fanno le ore che passi al tavolo da disegno. Io, per esempio, sono un completo autodidatta. Non ho mai fatto scuole di disegno, nemmeno il liceo artistico, mio padre non me lo ha permesso e quindi ho sempre disegnato per conto mio. Thomas Edison diceva che il talento è per 1% ispirazione e per il 99% traspirazione. Nel mio caso è stato esattamente così, dato che nel disegno sono partito da un talento di base quasi inesistente, ma il disegno è qualcosa che ho voluto con talmente tanta forza e caparbietà che quelle hanno compensato il resto.

Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
Non ho modelli in senso specifico, ho molti artisti che amo e che mi piacciono e che non sono solo disegnatori, ma soprattutto musicisti e scrittori. Ma sarebbe un elenco lunghissimo, e proprio per questo inutile.

Perché non consideri il fumetto una forma d'arte?
Non è che non lo considero una forma d’arte, anzi, in un certo senso per me è forse la forma d’arte suprema, dato che riassume in sé, come linguaggio, la potenza evocativa della parola, la forza del disegno, il ritmo della musica. Ma non va dimenticato che il fumetto è principalmente un'industria, dato che si basa sulla riproducibilità e sulla serialità, e in termini pratici, professionali, si fonda su un lavoro quotidiano, certosino e manuale. Ma sono io che ho un problema con la parola arte in genere, perché trovo che evochi un fraintendimento di fondo. In questo senso, trovo più semplice affermare che il fumetto, da un punto di vista professionale, sia più vicino all’artigianato, e dunque il fumettista sia un artigiano, e lo dico senza sentirmi svilito o che: il fumetto è artigianato così come, per me, è artigianato la scrittura.

Visto che hai appena pubblicato per Einaudi, puoi dirci come sei passato dal disegno alla scrittura?
Non c'è stato alcun “passaggio”, io ho sempre scritto, ho sempre tenuto dei diari – anche Facebook lo uso come fosse un diario – e proprio attraverso le narrazioni quotidiane sono stato contattato dalla casa editrice Einaudi che mi ha chiesto di raccogliere queste narrazioni in un libro. Del resto, devo dirti che per me tra disegno e scrittura non c'è reale differenza, nel senso che cambia solo lo strumento che uso, ovvero il linguaggio che utilizzo, ma alla fine sono solo due maniere diverse per raccontare storie. Uso lo stesso metodo che usavo anche per i progetti di architettura e la cosa bella, in quel caso, è costruire e pensare spazi per altri che, abitandoli, sovrapporranno la loro storia alla tua. La stessa cosa accade con il disegno e con la scrittura. Anche l'approccio che utilizzo è identico, nel senso che, anche quando scrivo, sono sempre le immagini a portarmi le parole. Nelle brevi narrazioni, nelle mie cronache quotidiane, parto sempre da cose che vedo, che sperimento, è come se scattassi tante piccole istantanee e poi riuscissi a tradurre queste istantanee in parole, ma l’innesco viene sempre da un’immagine. La cosa paradossale è che quando faccio i fumetti avviene il processo contrario, cioè sono le parole a portarmi le immagini, infatti devo tradurre in sequenze disegnate la sceneggiatura scritta da altri; probabilmente aver avuto l'opportunità di vivere questo processo da entrambi i punti di vista mi è tornato utile per comprendere meglio come si costruisca una narrazione.

Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei, in particolar modo i fumettisti e il fumetto, cosa suggeriresti?
Non credo che i fumetti abbiano bisogno di essere “valorizzati” perché quando vuoi valorizzare qualcosa significa che vivi all'interno di un complesso di inferiorità. Ritengo che uno dei grossi problemi che ha il fumetto in Italia sia proprio questo tentativo di voler continuamente sdoganare i fumetti presso la cultura cosiddetta “alta”. In realtà la forza dei fumetti sta proprio nell'essere un mezzo povero, con la consapevolezza che proprio attraverso l'apparente povertà si possono veicolare messaggi anche importanti. In ogni caso fare questa distinzione tra cultura popolare “bassa” o cultura “alta” – o cultura pop e cultura elitaria – nel 2016, appare quantomeno anacronistico, visto che  al giorno d'oggi ci sono fumetti vincitori del premio Pulitzer e fumetti che sono stati candidati al premio Strega, a dimostrazione del fatto che la narrazione può configurarsi in diverse forme ma quando è narrazione di qualità, trascende tutte le categorie e i recinti che ci ostiniamo a innalzare. Anche il fatto stesso che si senta oggi la necessità di definire il fumetto letteratura disegnata o graphic novel è già dire che il fumetto è migliore se contiene al suo interno la parola letteratura. Il fumetto, alla fine, semplicemente è o non è, e come dice Gipi esistono alla fine solo due categorie di fumetti: il fumetto fatto bene e il fumetto fatto male. Questo vale anche per gli autori, e per le idee che veicolano, e quanto queste idee possano in qualche modo, anche attraverso il travestimento del racconto – sia esso intimista, o di avventura, o storico – incidere sul punto di vista di chi legge, dunque sulla realtà. In questi giorni, in rete, è scoppiata una polemica incredibile perché alcuni fumettisti si sono permessi di esprimere opionini nette riguardo ad accadimenti contemporanei. Ad esempio, in questo caso, Zerocalcare e Roberto Recchioni hanno preso posizione su un tema specifico e sono stati liquidati – io compreso, che ho espresso un punto di vista analogo sul tema – con “voi non dovete parlare di cose serie continuate a fare i vostri disegnetti”. In questo senso forse si annida ancora la discriminazione verso il fumetto di alcuni, che parte da una distorsione percettiva di fondo, come se i fumetti fossero relegati a “cosette” da bambini e prodotti da “bambinoni” mai cresciuti. Come se non potessero o dovessero occuparsi di cose serie, appunto, qualunque cosa questo voglia dire. Ecco, questa è una puttanata, mi si passi il francesismo. Oltretutto, in realtà, questa è precisamente la forza dei fumetti, poiché tutto quello che è per bambini appartiene a un linguaggio originario, e quel linguaggio è il più trasversale di tutti, quello che sa arrivare più a fondo e più vicino alla verità delle cose. Avere il privilegio di lavorare con questo linguaggio, di usarlo per costuire storie, deve essere vissuto come un privilegio, e non certo come una condizione dalla quale affrancarsi, men che meno come un linguaggio da “elevare”. E gli autori devono sempre essere liberi di esprimere le loro idee, se sono autori che operano nel loro tempo. Soprattutto con le loro opere.

Hai mai pensato di esporre le tue opere?
Ho già esposto le mie tavole a fumetti più volte su richiesta di varie associazioni e gallerie, ma ritengo che il luogo del fumetto non siano i musei, ma siano le edicole o le librerie, anche la rete. Anche perché le tavole a fumetti, alla fine, non sono “opere”, ma tasselli. Mattoni. Il carattere stesso del fumetto, come detto, è quello di essere riproducibile, per questo lo avvicinavo prima più all’artigianato che all’arte. Il paradosso del fumetto è che abbina un lavoro artigianale ad una produzione industriale e quindi è un linguaggio che acquisisce senso non tanto come opera unica, ma proprio attraverso la condivisione della serializzazione. 

Secondo te si può vivere di arte in Italia?
In Italia con l'arte non si campa o si campa solo dopo un po' di tempo. Però con l'arte si vive e ci si tiene accesi che, credo sia molto più importate di campare, soprattutto in aria. Potremmo dire che con l'arte non si campa, ma si scampa.

Nel processo di crescita e nel tentativo di affermazione e diffusione del proprio lavoro quali sono le difficoltà che, più spesso, incontra un artista?
Credo che un artista debba preoccuparsi soprattutto del processo della sua crescita e molto meno del processo della diffusione della sua opera, nel senso che la diffusione di un'opera, qualunque essa sia, resta soprattutto la conseguenza di un lavoro ben fatto. Il processo di promozione contiene un'insidia all'interno del termine, ovvero che l'artista non dovrebbe farsi ossessionare dal riconoscimento. La qualità del tuo lavoro è l'unica vera cosa che farà promuovere il tuo lavoro.

Puoi indicarci un pregio e un difetto della critica?
La critica è sempre utile, quando è una critica onesta. La differenza tra una critica onesta e una critica disonesta (appare perfino pleonastico doverlo specificare) è che la prima si occupa dell'opera e se ne occupa, naturalmente, dopo averla letta, vista o ascoltata. Esperita. La seconda invece si occupa di promuovere l'ego del critico o di demolire quello dell’autore. In questo secondo modo la critica (positiva o negativa che sia) non si configura più come costruttiva, o indicativa, ma semplicemente come fuori fuoco. Perde dunque di utilità.

Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Tutto quello che desidererei che i lettori conoscessero di me e di ciò che faccio è contenuto all'interno delle mie opere, quelle già realizzate e soprattutto quelle che mi auguro potrò ancora realizzare in futuro.

Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
La domanda che vorrei mi venisse rivolta è: “Cosa serve davvero per essere disegnatori, o scrittori, o suonatori di arpe invisibili?”. E la risposta sarebbe: “Principalmente l'impegno e la capacità di mantenere il fuoco della concentrazione costante. E capire che ciò che fa la differenza, per esempio nel campo del disegno, non è la conoscenza pedissequa di anatomia, prospettiva, composizione, e nel caso della scrittura non si tratta solo di saper scegliere con cura le parole, ma in entrambi i casi la cosa più importante, ciò che fa davvero la differenza, è riuscire a stare seduti su uno sgabello, chini su un tavolo o davanti a un monitor, come se sotto di te si aprisse un precipizio senza fondo".
Vale anche per le arpe invisibili, per quelle soprattutto.




 

 

 

Art 3.0 – AutoRiTratti
Matteo Bussola
in collaborazione con Accademia dei Sensi
pagina Facebook dell'artista

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