“immagino il teatro come un non finito, / non finibile. / nella sua natura credo sia l'imperfezione / l'imperfezione come aspirazione / l'imperfezione esatta, netta, giusta, precisa / l'imperfezione simile al difetto / il teatro come difetto. / assolutamente imperfetto”.

Roberto Latini

Lunedì, 10 Ottobre 2016 00:00

Art 3.0: AutoRiTratto di Giulio Rincione

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Giulio Rincione è fumettista e illustratore palermitano. Collabora come autore di fumetti con la casa editrice Shockdom, per la quale ha realizzato la sua prima graphic novel Paranoiae e la trilogia Paperi, scritta da suo fratello Marco Rincione. Ultimamente ho iniziato a collaborare con la Sergio Bonelli Editore, per la quale sta realizzando una storia di Dylan Dog, scritta da Michele Monteleone.

Ama esprimersi attraverso le immagini e ne crea attentamente di non convenzionali o legate ad un processo creativo standard. Mescola diverse cose in funzione del risultato, senza porsi troppi paletti.


Quando ti sei accorto di voler essere un artista?
“Artista”, nel senso più largo del termine, penso di esserlo sempre stato. Sono sempre stato legato al concetto di creatività, sin dai primi giochi dell'infanzia. La musica ha sicuramente avuto un ruolo fondamentale nella mia presa di coscienza, infatti, dai dodici ai quindici anni ho studiato musica al conservatorio (suonavo la tromba). Da lì in poi ho capito che nella vita avrei sempre voluto aver a che fare con l'arte, con qualcosa che mi permettesse di esprimermi senza venir limitato dal tipo di materiale.
Ho capito che volevo vivere di immagini e di fumetti intorno ai quindici anni, dunque, quando ho iniziato a fare dei piccoli fumetti ironici che facevo leggere ai miei compagni di classe. La sensazione di appagamento era così grande che ho subito realizzato di non poterne fare a meno.


Quali sono i passaggi fondamentali della tua evoluzione artistica?
Direi che posso suddividere il tutto in tre passaggi fondamentali.
Il primo riguarda la scuola del fumetto, che ho frequentato subito dopo il diploma. Lì, in tre anni, ho appreso le nozioni di base del disegno, dello storytelling, del fumetto. Non mi ha formato a livello artistico e di stile, ma ha posto delle solide basi su cui sperimentare.
Il secondo passaggio è stato quando ho scoperto e mi sono avvicinato ad una serie di autori e artisti che hanno totalmente modificato il mio modo di vivere il disegno. È stato come tornare a casa dopo una vita in esilio. Tra questi voglio citare Bill Sienkiewiz, Ashley Wood, Dave McKean. Pur non avendoli mai conosciuti, gli devo tantissimo.
Il terzo passaggio credo sia ancora in atto, ed è una continua sperimentazione, tra digitale, pittura tradizionale e ricerca di un segno che mi calzi sempre più comodamente.


Hai dei modelli a cui ti sei ispirato e perché?
Come ho detto prima, ci sono stati artisti che mi hanno totalmente ispirato. Il perché rimane un mistero, credo semplicemente che per quanto distanti, molte persone si somiglino. È una sorta di ciclo. L'arte degli artisti che ho citato precedentemente, mi ha “svelato” cosa realmente sentivo, tra pennellate, asimmetrie, uso del colore. Non è mai l'artista a scegliere lo stile o l'ispirazione, è sempre il contrario. 


Cosa pensi del mercato dell'arte, quali sono i limiti e quali le potenzialità?
Penso che sia in costante espansione, che molti limiti che potevano esserci prima, oggi sono stati abbattuti grazie ai social network e al web in generale. Penso che ci siano molte più potenzialità rispetto al passato, molti più temi contemporanei da trattare.
Il limite potrebbe essere solo uno: la perdita della sincerità a favore di una ricerca del consenso da parte del pubblico del web.


Se tu potessi suggerire un'idea per valorizzare gli artisti contemporanei cosa suggeriresti?
Non rinunciare mai alla propria personalità, al proprio percorso di crescita personale, per poter ottenere un'applauso dal pubblico. La sincerità e la fedeltà ai propri valori, al proprio segno, deve essere al primo posto.


Qual è l'opera tua o di altri a cui sei più legato e perché?
Una tavola di Ashley Wood che ritrae una donna. Non voglio specificare oltre perché ne  sono in qualche modo geloso. Il perché rimane ancora un mistero, potrebbe essere il volto di lei, o il giallo arancio che fa da protagonista. Non saprei dirlo. È come quando sei innamorato (davvero) di una persona, non sai mai veramente perché ti piace così tanto.


Se potessi scegliere, dove vorresti esporre e perché e in quale periodo dell'anno?
Non ho un luogo o un periodo dell'anno ben preciso in cui mi piacerebbe esporre. Il mio sogno sarebbe però quello di poter esporre insieme agli artisti e pittori che mi hanno ispirato. In questo caso vorrei citare Kent Williams.


Secondo te si può vivere di arte in Italia?
Sì, se si accettano un paio di condizioni: un compromesso saltuario con la commerciabilità dell'arte e, soprattutto, una lunga gavetta.


Cosa vorresti che i lettori conoscessero di te e della tua arte?
Di me, poco o niente. Mi piacerebbe più che altro riuscire a comunicare loro qualcosa, mi piacerebbe che i lettori riuscissero a vedere loro stessi o parte, grazie a qualcosa che ho scritto o disegnato io.


Infine, che domanda vorresti che ti venisse rivolta durante un'intervista?
Qualche domanda legata al cibo, suppongo. Il cibo, la cucina e le abitudini alimentari credo influenzino molto il modo di concepire l'arte.

 

 

ART 3.0 − AutoRiTratti
Giulio Rincione
in collaborazione con Accademia dei Sensi

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