“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Venerdì, 27 Maggio 2016 00:00

Cunto mediterraneo

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Cosa può mai legare Don Chisciotte, Colapesce e Peppino Impastato? Apparentemente – e con una certa qual evidenza – siamo dinanzi a tre entità di natura diversa: un personaggio letterario, una creatura mitologica, un uomo realmente vissuto; tre entità per tre epoche diverse, l’una confinata in quel limbo atemporale chiamato mito, l’altra resa eterna nel Siglo de Oro dalla penna di Cervantes, l’altra ancora cittadina del Novecento.

Le lega, con un filo immaginifico, l’arte del cunto, rivisitata da Gaspare Balsamo: ex Asilo Filangieri, uno sgabello, buio e voce. Voce che affabula in un siciliano mai troppo stretto che prende come per mano lo spettatore e gli fa dono di una storia, accompagnandola con una attoralità che fonde mimica e ritmica in una affabulazione sospesa tra mito e realtà, tra letteratura e contemporaneità
Si ascolta quindi un racconto che vede Don Chisciotte e Sancho Panza attraversare saline, tonnare, zolfare per accomodarsi in una locanda di Trapani e farsi infine spettatori – o meglio, ascoltatori – di un cunto. È come se questa presenza del cavaliere errante e del suo scudiero fungesse da “garante” della storia, una sorta di nume tutelare della narrazione, cunto che prende forma nel corpo e nella voce di Gaspare Balsamo, il quale conduce il racconto modulando la voce e sincopando il ritmo, picchiando la mano sinistra sulla spalla destra per dar voce al pappagallo "veggente" (del passato, però) Asparino, che assume la forma dell’altra mano, oppure ancora apre le braccia e le alza per accompagnare con l’enfasi necessaria un racconto che dalla sua bocca prende voce, dalle sue membra prende corpo, un soffio prolungato a riprodurre il sibilo del vento, la voce modulata nel passare da un personaggio all’altro, dal discorso diretto al narrato e viceversa, una gestualità mai eccessiva e sempre funzionale all’evocazione di un’azione, di un momento, di un episodio.
Spina dorsale del cunto la leggenda di Colapesce, nella sua declinazione siciliana (in cui però riverberano echi dei tanti rivoli mitici in cui culture diverse e tra loro lontane nel tempo e nello spazio l’hanno coniugata), che ascoltiamo come fossimo anche noi accomodati all’interno di una locanda trapanese, ad ascoltare questo racconto che sa di Mediterraneo, che ne tocca le sponde e le profondità, come se volesse andare a ripescare radici culturali sedimentate in un abisso ancestrale.
Letteratura, mito e storia sembrano essere tre direttrici che Gaspare Balsamo vuole fondere, rielaborando liberamente – ma non tanto da sovvertire, non troppo da violare – una sostanza pregressa per rimescolarla in funzione di una narrazione originale, che sappia raccogliere attenzione e partecipazione; racconta cose vecchie rivestite di nuovo, storie all’ingrosso risapute, ma infarcite del dettaglio in più e dell’aggiunta scenica di un’interpretazione che rende il racconto pregresso creazione di un cunto nuovo, così rinverdendo una tradizione, coniugandola al tempo presente.
Ed è un tempo presente, quello di questo Don Chisciotte in Sicilia, primo episodio che si proietta nel futuro di un nuovo cunto, lanciando nella sua coda il prodromo di una narrazione futuribile, che parla ancora di Sicilia, non di mito ma di realtà storica, una storia che porta il nome di Peppino Impastato e che s’appunta come preannuncio e rimando ad un’altra storia, argomento di un altro cunto.
Letteratura, mito e storia seguono così un filo che s’intreccia attorno ad un’arte antica che attraversa il tempo, al tempo rimanendo trasversale.

 

 

 

 

 

Festibál
Don Chisciotte in Sicilia (episodio N. 1 – Colapesce)
di e con Gaspare Balsamo
luci Luca Scarpati
foto di scena Mariatolmina Ciriello
lingua siciliano
durata 55’
Napoli, ex Asilo Filangieri, 20 maggio 2016
in scena 20 maggio 2016 (data unica)

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