“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Interviste

Extra La locanda delle chiacchiere

«Il viaggio s’arresta in una locanda: scoppietta la fiamma, una musica dice il suo tono, il bisbiglio di voci vi domina legando i tavoli ai tavoli, gli uomini agli uomini. È qui che i racconti s’incontrano».

“La civiltà è un movimento, non una condizione; un viaggio e non un porto”.
(Arnold J. Toynbee)
 

Palermo è storicamente un crocevia di culture, mediterranea per posizione, multiculturale per vocazione. Palermo (e più in generale la Sicilia) è snodo fluido per osmosi culturali possibili, luogo aperto e porto franco per identità in movimento che si mettono in relazione. Il Progetto Amunì nasce all’insegna di questo spirito, fattivo, progettuale e col dichiarato intento di sottrarre l’idea di migrazione alla stereotipia che l’etichetta come mera emergenza sociale; è un tentativo di conferire al concetto di migrazione un senso più profondo, che ha a che fare con l’essenza dinamica e creativa del viaggio, inteso come percorso stratificato e complesso, capace di generare valore sociale e culturale.
Abbiamo chiesto a Giuseppe Provinzano, che con l’associazione Babel Crew ha strutturato il Progetto Amunì, partito a maggio scorso, di raccontarci cos’è stato finora e cosa potrà ancora essere.

Giovedì, 31 Agosto 2017 00:00

'Atto primo' di Latella alla Biennale Teatro

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“Qual è il compito del teatro oggi? È una domanda che, presi dal fatto di farlo, il teatro, noi non ci poniamo più, non ci poniamo mai”.
Siamo seduti a parlare, tra domande, risposte, articolazione di pensieri, suggestioni varie, per questo mio incontro con Antonio Latella, da quest’anno direttore artistico della Biennale Teatro di Venezia, con mandato quadriennale, già da un po’. Nonostante l’orario da pomeriggio inoltrato e una bibita analcolica a testa, molto fredda, svuotata quasi subito, il caldo sommamente assassino crea fatica anche nel parlare. Ma le mie domande, le curiosità da collega che conosce e segue da tempo la parabola di uno dei pochi registi italiani che pratica ferocemente una ricerca teatrale indefessa, invitato regolarmente con i suoi lavori all’estero e che vive in Germania da molti anni, non si fermano, fluiscono senza intoppi.

Lunedì, 28 Agosto 2017 00:00

La famiglia artistica di Nathalie Béasse

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Come si è formata la famiglia artistica di Nathalie Béasse, regista francese di Angers (patria degli Angioini), abbastanza fuori dai circuiti ufficiali del teatro franco-parigino, ma invitata con una sua retrospettiva alla Biennale Teatro 2017 dal neo-direttore artistico Antonio Latella?
“Io non amo i provini: incontri, caffè, colloqui, attraversamenti. Così si è formato questo magnifico gruppo di attori e tecnici, provenienti da più nazioni, con i quali lavoro da tanti anni”. Quando ribatto chiedendole quanti di loro avesse visto in scena prima di contattarli, conoscerli, coinvolgerli, mi risponde, ma ridendo scherzosa, sornione e complice: “Nessuno di loro. Forse, li avessi visti in scena, non li avrei presi con me”.

Giancarlo Marino è docente di scrittura insieme ad Aldo Putignano per La bottega delle parole della casa editrice Homo Scrivens e autore dei romanzi Ragazzi straordinari ed E pensare che c'entravamo tutti.

Qual è il tuo rapporto con il presente, con l'epoca che stiamo vivendo?
Il mio rapporto col presente, e con il tempo in generale, non è granché. Il più delle volte ho l’impressione di essere avvolto in un’unica bolla atemporale.

Consumami il cuore; malato di desiderio 
       E avvinto a un animale morente 
       Che non sa che cos’è.
 
(da Byzantium di William Butler Yeats)

 

 

Ci sono autori che leggi e ti scivolano addosso. Qua e là ne resta qualche traccia, un momento, una frase, un’espressione. Manca alla fine quella curiosità vitale che ti spinge a dire: vorrei conoscerlo davvero. Strano rapporto quello con i libri, empatico seppure nella distanza oggettiva che c’è fra chi scrive e chi legge, ma sintomatico nello stesso tempo del bisogno che accomuna lo scrittore e il lettore: quello di non essere più soli. Se, come diceva Franz Kafka – non a caso o per caso un altro FK – un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi, Franz Krauspenhaar riesce perfettamente a condurre il suo lettore là dove lui vuole, con uno stile secco, duro, nudo, esattamente come deve essere la vita al di fuori di quella stessa pagina.

Mercoledì, 31 Maggio 2017 00:00

Luca Morelli, le confessioni di un clown

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Luca Morelli, autore, attore e clown ha scritto e rappresenta in giro per l’Italia gli spettacoli Bravo pour le clownLe bureau des objets perdus.

Il tuo rapporto con il presente, con l’epoca che stiamo vivendo.
Sono convinto che non si possa prescindere dall'epoca in cui ci si trova a vivere. Ci si ritrova dentro in qualche modo e prima o poi tocca farci i conti. Il mio rapporto con il presente credo che sia vigile, attento. Probabilmente con il mio lavoro negli anni ho sviluppato una curiosità verso il mondo che ci capita di vivere. Ultimamente si sente dire spesso che sono anni difficili, complicati, ed è vero ma io vedo anche molta bellezza.

Sabato, 27 Maggio 2017 00:00

Floriana Vitale, la scrittura, la vita

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Floriana Vitale, giovane autrice di Grottaminarda, ha di recente pubblicato La Viola dei venti, il suo primo romanzo, con la casa editrice L’Erudita.

Qual è il tuo rapporto con il presente, con l’epoca che stiamo vivendo? 
Con il presente? Aspiro a vivere nel “qui ed ora”. Ritengo che sia la maniera più saggia per vivere. Per godere di tutto ed evitare di farsi risucchiare da un tempo che non c’è più e angosciarsi per qualcosa che verrà. Non sempre è possibile, non sempre ci riesco. Ma mi piace credere di poterlo fare. Quanto all’epoca che stiamo vivendo, invece, avverto un grande disagio. Un radicato e profondo senso di smarrimento: un mondo che manca di giustizia, di equità, di condivisione, fatto a uso e consumo di pochi e di cui i più fanno le spese, unito al diffuso costume per cui “sto bene io, perciò stanno bene tutti”, è motivo di grande scoramento.

Angelo gestisce di un bar a Cairano, borgo di trecento anime nell'alta Irpinia. Abbiamo parlato con lui dello spopolamento dopo il terremoto, di com'era la vita prima, di quale sarà il futuro dei paesi.

Il rapporto con la nostra epoca, il presente. Con quello che stiamo vivendo, i cambiamenti politici.
Eh, purtroppo è una cosa che, secondo i miei tempi di gioventù, coi tempi attuali c’è come uno sbalordimento. Perché purtroppo se avviene un cambiamento, io, che faccio parte della vecchia squadra, la media squadra, non è che mi trovo un granché. Però purtroppo mi sto adeguando man mano che vanno avanti i tempi. Con i miei tempi giovanili era tutta un’altra vita. C’era più familiarità, più... solidarietà. Più comprensione.

Gianluca Calvino è uno scrittore e docente di scrittura creativa presso il laboratorio di Homo Scrivens a Pompei, nonché insegnante. Collabora col suo Gruppo 9, di cui sono usciti vari titoli fra cui il Premio Carver Party per non tornare, Non sono stato io e il più recente Gli affamati.

Qual è il tuo rapporto con il presente, con l'epoca che stiamo vivendo?
Mah, tutto sommato positivo. Nel senso che l’epoca che viviamo non è molto peggiore di quelle che l’hanno preceduta. Guerre, sterminii, genocidi, purtroppo fanno parte della natura barbara dell’individuo. Forse a livello culturale c’è stato un certo declino, ma anche questo credo che lo si dica da sempre. In tutte le epoche avremmo trovato quello che diceva “ai miei tempi era diverso”. La verità è che l’uomo è questo qui, poco da fare. L’importante è vivere con ironia, è l’unica cosa che ti può salvare dalla follia della vita.

Melito è un piccolo centro della Bassa Irpinia. Poche anime, la parte storica abbandonata a se stessa. Alcuni ragazzi, guidati da Carmine Santoro, attivista politico da una vita, hanno deciso di attivarsi per riportare alla luce la bellezza del posto. A loro va un grande in bocca al lupo, abbiamo trascorso insieme uno splendido venticinque aprile.

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