“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Sabato, 13 Novembre 2021 00:00

Residenze Digitali: intervista a M. Landi e A. Lanza

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Si svolge dal 22 al 28 novembre la Settimana delle Residenze Digitali, un festival online dedicato alle contaminazioni tra le performing arts e l’ambiente digitale. Sette progetti, selezionati su centosettantotto partecipanti al bando, si susseguiranno per sette giorni, consentendo l’esplorazione e la sperimentazione di nuove forme di fruizione attraverso la Rete: progettualità legate a linguaggi artistici diversificati, che trovano nel web il loro spazio espressivo ideale.

Il progetto nasce dal bando delle Residenze Digitali, promosso dal Centro di Residenza della Toscana (Armunia − CapoTrave/Kilowatt), in partenariato con l’Associazione Marchigiana Attività Teatrali AMAT, la Cooperativa Anghiari Dance Hub, ATCL – Circuito Multidisciplinare del Lazio per Spazio Rossellini, il Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna (L’arboreto − Teatro Dimora di Mondaino, La Corte Ospitale di Rubiera), la Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova e ZONA K di Milano.
Il Pickwick accompagna questo progetto con un ciclo di interviste agli artisti partecipanti. Sette domande per sette progetti che si succederanno in sette giorni.
Si comincia con Margherita Landi (coreografa, media artist, e antropologa) e Agnese Lanza (danzatrice e coreografa), autrici del progetto Dealing with Absence.


Per prima cosa ci raccontereste il vostro percorso artistico? Come nasce la vostra esperienza? Come si è formata la tua vostra poetica?
Siamo danzatrici contemporanee e ci siamo entrambe formate tra Italia e Inghilterra.
Ci siamo incontrate nel 2018 e abbiamo notato subito un’affinità artistica. Gli studi antropologici (Margherita) e il suo lavoro tra corpo e tecnologie si è accostato bene agli interessi sulla meccanica del corpo (Agnese) e le sue ricerche sui concetti di focus e percezione, tematiche a cui stava lavorando anche Margherita.
Abbiamo iniziato a collaborare nel 2019 per un primo progetto inerente al copiare dei movimenti da schermi e notare come il corpo rispondeva.
Abbiamo affinato nel tempo le ricerche incentrandoci su una tecnologia specifica che è quella della Realtà Virtuale (VR), che dà al corpo la possibilità di essere totalmente immerso in una realtà altra.
La nostra poetica combina sia approcci concreti e interessi quasi scientifici nell’osservare le reazioni del corpo, sia un lavoro con l’immagine che oscilla fra il fotografico, il cinematografico e il puramente meccanico.


Qual è stata la molla che vi ha spinto a partecipare al bando delle Residenze Digitali? E cosa vi aspettate possa germogliare da questa esperienza?
Residenze Digitali è stata un’opportunità per mettere a punto un sistema coreografico a distanza lavorando con la realtà virtuale. Questo bando ci ha dato la possibilità di lavorare con i danzatori a distanza, attraverso piattaforme online. Il sostegno dei vari tutor è stato fondamentale in quanto la nostra ricerca aveva ancora dei grossi punti di domanda che sono stati scardinati grazie ai vari incontri e al sostegno ricevuto. Adesso che abbiamo appurato che il nostro sistema di delivery coreografico può funzionare speriamo da qui in avanti di poterne costruire una prassi di lavoro.


Un nuovo modo di pensare e di lavorare: la residenza digitale va considerata una soluzione emergenziale, o anche una soluzione praticabile a prescindere da fattori contingenti, come lo è stato ad esempio la pandemia?
La pandemia mondiale ha aperto una riflessione su qualcosa che già si stava muovendo. Noi, ad esempio, avevamo pensato al delivery coreografico già prima che questa emergenza si presentasse. Ma il progetto ci fu rifiutato perché non era necessario in quel momento lavorare a distanza. Per noi, fin dall’inizio, era una linea di ricerca che ci premeva approfondire, sia come riflessione sui social che come potenziale di trasmissione del movimento a distanza.


Nello specifico: come cambia il modo di lavorare in una residenza digitale? Quali sono le criticità derivanti dalla mancanza di un lavoro in presenza, dall’assenza del contatto umano diretto con le persone con cui si lavora? E quali sono invece i vantaggi e gli aspetti positivi?
Per Dealing with Absence il concetto del non lavorare in presenza era la base del lavoro. Le comunicazioni con le varie danzatrici coinvolte, avvenute online, sono state fluide e, nonostante la distanza, si è creato un senso di unione e complicità fra tutte noi, forse dettato proprio da questo essere in assenza le une delle altre. Ogni danzatrice ha potuto gestire i tempi come voleva, con totale libertà di lavorare di giorno o di notte, mandandoci via via riprese video che noi valutavamo. Quindi una estrema libertà per tutti. Ci piaceva inoltre che nel nostro lavoro le interpreti fluttuassero fra l’essere interpreti e autrici, e questo è stato possibile anche grazie all’indipendenza che il lavoro a distanza ha dato a ognuna di loro. Il lato umano emergeva in ogni call che facevamo: ci siamo ritrovate a sostenere le danzatrici nelle loro scelte e ad aiutarle nei loro momenti di dubbio e, paradossalmente anche se non in presenza, si è creato un legame umano tra tutte noi molto forte.


Più in generale, come sta cambiando secondo voi l’approccio all’arte alla luce delle nuove tecnologie, sia da un punto di vista filosofico che metodologico?
Non ho chiaro quale sia la visione degli altri artisti nel mondo, posso dire che noi stiamo spingendo molto sull’utilizzo della tecnologia come strumento di amplificazione dell’esperienza fisica. È quindi un processo di integrazione molto naturale, che non cavalca la dualità umano-artificiale, ma la supera proprio in una nuova forma di embodiment.
Forse la nostra generazione, nata a contatto con molte delle tecnologie che oggi usiamo quotidianamente, non si chiede più dove finisca il corpo e inizi la macchina, o dove finisca l’identità personale e inizi quella digitale, ma piuttosto si muove nel continuum tra l’uno e l’altro.


In che modo si trasforma il rapporto con il pubblico, nel momento in cui si lavora da remoto e si presenta poi l’esito di un progetto pensato per avere nel web il proprio spazio di fruizione ideale?
Per noi il rapporto col pubblico è alla nascita del progetto stesso, che si è aperto da subito al dialogo attraverso un profilo Instagram, al punto che al momento non riusciamo a scindere l’esito video che presenteremo dal processo avvenuto sul social. Come dicevo, abbiamo la sensazione di muoverci in un continuum più che in una serie di step separati, in cui stiamo costruendo un rapporto diretto con gli spettatori che hanno quindi partecipato direttamente alla fase di ricerca suggerendo film, commentando i post, addirittura è tra i nostri follower che abbiamo selezionato le danzatrici del progetto.
L’esito video probabilmente ci avvicinerà anche a un pubblico che ancora non ha interagito con noi sui social, ma che inviteremo a seguirci e a interagire sul nostro profilo Instagram.


Alla luce di quanto detto finora, ci illustrereste il progetto al quale avete lavorato e che presenterete nella settimana delle Residenze Digitali?

Il nostro progetto si chiama Dealing with Absence. Il lavoro è pensato come un delivery coreografico attraverso visori di Realtà Virtuale e ruota attorno alla tematica dell’assenza. I visori arrivano direttamente a casa del danzatore che può fruire dei contenuti d’inspirazione cinematografica e che rappresentano la traccia coreografica del lavoro.
Gli schermi si stanno progressivamente avvicinando al corpo, rendendo la fruizione di contenuti sempre più individuale. Per questo abbiamo portato il cinema direttamente a contatto con gli occhi del danzatore, giocando con la percezione di un dentro e di un fuori.
Dealing with Absence esplora nuove visioni di assenza e presenza attraverso un corpo immerso nella tecnologia tanto da perdersi ma anche rinnovarsi. Parte fondamentale del progetto è il nostro profilo Instagram che è diventato il diario di lavoro e la nostra sala prove: qui abbiamo selezionato i danzatori e condiviso la nostra ricerca.
L’esito del lavoro sarà in formato video, troverete solitudini collegate tra loro attraverso il gesto e il visore VR, che portano il loro sentire in diversi spazi e situazioni per sfidare la dimensione del dentro e del fuori nelle loro possibili accezioni: dentro se stessi, dentro al visore, dentro casa, fuori da sé, fuori dal visore, fuori dal mondo.
Una coreografia “istantanea” che passa da una danzatrice all'altra creando una nuova comunità, che si costruisce attraverso canali che escludono la presenza fisica ma che attraverso la tecnologia trova una forma poetica.






www.residenzedigitali.it






Realizzato nell'ambito della Media Partnership con il progetto Residenze Digitali

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