“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Mercoledì, 09 Giugno 2021 00:00

Parlando con I Pesci: intervista alla Compagnia

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Rispondere quando il teatro chiama è una reazione istintiva. Dopo un lungo stop timidamente il palco ha ripreso la sua funzione e il Castel dell’Ovo ha risposto. In occasione del Maggio dei Monumenti la Sala Italia e le terrazze hanno ospitato il progetto (H)earth Ecosystem of Art & Theater sostenuto dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli e ideato da Teatri Associati di Napoli e Interno5, in collaborazione con Il Pozzo e il Pendolo, Nuovo Teatro Sanità, Teatro Area Nord, Teatro dei Piccoli/I Teatrini, Teatro Elicantropo, Teatro Nest, Nuovo Teatro Sancarluccio, Teatro Serra, Teatro Tram, Teatro Troisi.

Il progetto, basato sul mutuo soccorso dei teatri alle compagnie più piccole, è un esperimento di residenza artistica.
In seguito alla visione della prima parte dello spettacolo Memorie dal sottosuolo della Compagnia I Pesci, ho fatto due chiacchiere con loro.


Come vi siete incontrati e come avete unito, amalgamato, le vostre esperienze?
La Compagnia nasce all’inizio del 2014, in occasione del Premio Scenario 2015, dove venne presentato Pisci ’e paranza, spettacolo premiato con la menzione speciale. All’epoca la Compagnia era un collettivo informale che iniziò il percorso artistico incardinato intorno alla ricerca del proprio linguaggio teatrale. In quel gruppo c’erano Mario De Masi, Fiorenzo Madonna, Serena Lauro, Rossella Miscino, Ilaria Cecere, Andrea Avagliano e Luca Sangiovanni. Con il secondo spettacolo, Supernova, c’è stato l’incontro con Alessandro Gioia e Lia Gusein-Zadé. L’amalgama tra le diverse individualità ed esperienze è arrivata attraverso le tante ore passate insieme in sala allenandoci come attori con un obiettivo comune, quello di portare avanti un percorso di ricerca che somigliasse a ognuno di noi. Con gli anni è arrivata l’esigenza di costituirci come compagnia anche dal punto di vista formale, questo è stato un passaggio fondamentale per il riconoscimento professionale e progettuale del nostro lavoro, un passo in più verso la formazione di un’identità di compagnia, per quanto multisfaccettata ancora necessariamente sia.


Cosa vuol dire per voi fare teatro?
Il nostro fare teatro è legato fortemente alla dimensione quotidiana del lavoro. Lo spettacolo è il momento culminante, ma non definitivo, di un percorso di ricerca fatto di scosse e assestamenti continui. Quello che accade nelle nostre vite, giorno dopo giorno, influenza enormemente tanto il processo artistico quanto il nostro vissuto. Fare teatro è il modo che abbiamo scelto per stare al mondo, per guardare il mondo, per dirlo, dunque modificarlo. Fare teatro è intraprendere ogni volta un viaggio nuovo, farsi attraversare da un’esperienza, da suoni, immagini, da anime sempre diverse, poi, una volta ritornati con i piedi per terra, provare a raccontare sulla scena quello che è successo.


Raccontateci i vostri spettacoli.
I primi spettacoli hanno come centro d’indagine la famiglia. Su questo tema abbiamo creato una trilogia composta da Pisci ’e paranza, Supernova e Caini, il prossimo lavoro, che non è ancora stato prodotto. Nel primo capitolo, Pisci ’e paranza (2015), abbiamo affrontato il tema della famiglia in relazione alle questioni della marginalità e della ricerca degli spazi vitali. Supernova (2018), il secondo capitolo, è un lavoro attraverso il quale abbiamo indagato i processi di disgregazione di un nucleo familiare, alle prese con le dinamiche dell’elaborazione del lutto. Con Caini (2021) vogliamo intraprendere un percorso di ricerca che indaghi i concetti di verità e menzogna, il legame tra arte e convenzioni sociali, il rapporto tra colpa e pena e la relazione necessaria tra sacro e violenza nel sacrificio.
La foresta, creato in coproduzione con ORTIKA gtn, affronta i temi della marginalità, della dipendenza e della ricerca dell’estasi attraverso le vite di due giovanissimi nel contesto di un rave.


Come avviene la scelta, lo studio e la preparazione pratica delle vostre performance?
In ogni momento delle nostre vite ci sono dei temi che spingono per essere indagati e approfonditi. La scelta di quale lavoro affrontare dipende, oltre che dalle contingenze pratiche, da quale sia il tema dominante per il gruppo nel momento in cui il viaggio sta per cominciare. In un primo momento di studio si ricerca del materiale esterno che possa ampliare l’orizzonte di ricerca, che possa nutrire il lavoro e lo si condivide con gli altri. Il lavoro condiviso si svolge in sala ed è caratterizzato dalla fluidità e dall’intersezione dei momenti di improvvisazione e cristallizzazione della drammaturgia e della partitura. Questo ci permette di sentirci liberi e a nostro agio durante tutte le fasi del percorso.


Memorie dal sottosuolo non è il primo testo di Dostoevskij che portate in scena, lo avete fatto anche con Le notti bianche. Nella prima parte del libro, Memorie dal sottosuolo, il protagonista, come estrema affermazione della libertà di pensiero, arriva rifiutare che 2+2 abbia come risultato 4. Quindi rifiuta l’immagine di un modo già determinato, vuole affermare la propria volontà. Il sottosuolo in cui sprofonda è il suo inconscio, la parte più abietta. Perché lo avete scelto?
Abbiamo scelto di lavorare su questo testo perché tutti noi amiamo Dostoevskij e abbiamo amato questo testo in particolare a partire dalla prima lettura e ci è sembrato che le forze che contiene siano ancora molto vive. Il testo ci dà la possibilità di ragionare e lavorare sulla scena intorno a temi che ci sono molto cari come la coscienza, gli ideali, il senso di colpa, la libertà, la capacità di amare. Il protagonista, l’uomo del sottosuolo è allo stesso tempo, ai nostri occhi, un essere schiacciato dalla propria coscienza e un uomo in rivolta contro gli ideali romantici e razionalistici del suo tempo, è una voce che ci colpisce forte, che ci dà la sensazione di un urlo lanciato dal diciannovesimo al ventunesimo secolo.


Nel vostro spettacolo la scenografia è essenziale e giocate molto sull’improvvisazione e sul coinvolgimento del pubblico. Cosa vi aspettate in cambio?
Se almeno una delle persone quando esce dalla sala si porta a casa una sensazione forte, una domanda, una lacrima o una speranza, noi abbiamo vinto. Proviamo a fare in modo che il pubblico si senta coinvolto realmente in quello che succede sulla scena usando spesso un modo molto diretto di parlargli. L’essenzialità delle scene è un modo di dare la possibilità a chi guarda di immaginare liberamente lo spazio in cui si muovono i personaggi. E poi è molto economica.


Perché unire un monologo alla danza/ginnastica?
La commistione e il dialogo tra i linguaggi della recitazione e della danza ci ha sempre interessato perché entrambi trovano sulla scena il loro luogo di appartenenza. Nel caso del lavoro su Memorie dal sottosuolo questa differenza ci dà la possibilità di creare in scena due livelli separati, quello del discorso esplicito, della narrazione dell’uomo del sottosuolo e quelli della sua coscienza, nella prima parte, e della sua memoria, nella seconda parte dello spettacolo.


Come si sta sul palco?
In uno stato di calma vigile, per dirla con Claudio Morganti, maestro del teatro contemporaneo.


Qual è lo stato di salute del teatro in Italia e dello spettatore?
Sembra sempre che il teatro vada incontro a una morte annunciata. Poi non muore mai, anzi, è più vivo di tutti noi.


Progetti futuri?
Produrre Caini, incontrare più pubblico possibile con i nostri spettacoli e, magari, chissà, girare un film.





(H)earth Ecosystem of Art & Theater
Memorie dal sottosuolo
di
Fëdor Michajlovič Dostoevskij
regia Fiorenzo Madonna
con Mario De Masi, Lia Gusein-Zadé
aiuto regia Alessandro Gioia
produzione I Pesci
in collaborazione con L’Asilo
Napoli, Castel dell’Ovo, 22 maggio 2021
in scena 22 maggio 2021 (data unica)

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