"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Arte

Arte L'officina delle arti

«…E, rimasto solo nell’officina, m’accorsi che quelle forme e figure di marmi o colori presero a fissarmi. Me ne impressionai, al punto da darmi quasi alla fuga. Poi, nel silenzio, compresi che chiedevano soltanto di essere raccontate».

Una strada deserta, un casinò prima dell'inaugurazione, un garage mai utilizzato, il particolare della facciata esterna di una palazzina priva di condomini: sono questi i soggetti della serie di fotografie dal titolo LDPE esposte da Julian Faulhaber alla galleria Extraspazio di Roma fino al 28 giugno.
Tutti i luoghi immortalati sono stati scelti dall'artista non solo per l'assenza della figura umana ma soprattutto perché nessuno di essi è ancora stato adibito all'uso.

Si tratta oramai di una sorta di destino all’interno del quale si compie il senso profondo dell’Occidente, o almeno dell’Occidente degli ultimi (a occhio e croce) cinque secoli e rotti. Si tratta allo stesso tempo di ciò che possiamo chiamare l’orrore per il diverso e di ciò che amiamo definire il fascino per l’Altro. Anzi si potrebbe dire che si tratta di una forma speculare (insensata). Lo sguardo dell’Altro ci mette in crisi, ci spacca in due e orrore e fascino sono due re-azioni, cioè: non ancora azioni. C’è una sorta di filo rosso che lega l’elezione della Kyenge al Ministero per l’Integrazione, dunque: il nuovo governo di unità nazionale che ha trovato lo sponsor migliore per presentarsi al suo elettorato benpensante e sinceramente “progressista” e le reazioni balorde e sgraziate dell’Italia produttiva, quella del Nord-Est, che si muove lungo le rive del Po e che gioca con riti celtici sognando libertà comunali ma trovando soltanto il ridicolo mito del sangue puro.
Poi ci capita questa mostra.

Sabato, 11 Maggio 2013 02:00

Senza rimpianti, col colesterolo alle stelle

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Mi sono immatricolata all’università lo stesso anno in cui è esplosa la crisi economica, un po’ come se il mondo intero stesse dicendo alla mia generazione “Welcome to the real world! Take a sit and a glass of vodka, its on me!”. Quando qualcuno mi chiede cosa studio all’università aspetto almeno un paio di secondi prima di rispondere. Prendo un respiro profondo e mi preparo al peggio: storia dellarte, sussurro. Ecco le risposte più frequenti:

 

  • Bello... Vuoi diventare come Sgarbi?

  • Ah, ma quindi dipingi?

  • Anche a me piaceva educazione artistica alle medie, ma sai, ho preferito fare qualcosa di utile.

  • Arte, hai detto? Non avevo mai conosciuto nessuno di Scienze delle Merendine, tanto piacere.

     

Ciò che odio di più, oltre al senso di precariato che però, ormai, è assolutamente vietato menzionare (“Sii creativa, oggi il lavoro devi inventartelo! Non esiste più nulla di preconfezionato, bambocciona che non sei altro! Sii pioniere di te stessa! Stay hungry, stay foolish!”), non sono i commenti fuori luogo o le domande un po’ sciocche, ma tutti quelli che si spacciano per esperti proponendo un’immagine distorta del critico d’arte.

Lunedì, 06 Maggio 2013 02:00

L'Angelo di Belluno

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Attraverso il volgere di secoli di storia dell'arte, vi è un mondo di geni del pennello, di maestri della parola e di artisti dello scalpello, fuori dai canali tradizionali, lontani dalla fama, avulsi dalla critica superficiale, che hanno lasciato tracce criptiche ma indelebili delle loro immense capacità.
Uno di questi è certamente Angelo Majer, di Chiesa di Goima, lì dove le montagne di Belluno si specchiano nelle imponenti vette Dolomitiche.
Angelo fece del legno la sua forma mirabile di espressione raggiungendo un livello qualitativo che raramente in Italia trovò eguale valore.

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