"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 10 Aprile 2014 00:00

Come una vela nera nel riflesso della luce: Mark Rothko

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“Il sentire che sentiamo, il vedere che vediamo, non è pensiero di vedere e di sentire, ma visione, sentire, esperienza muta di un senso muto”.
(Maurice Merleau-Ponty da Memorie di cieco. L’autoritratto e altre rovine di Jacques Derrida, Abscondita edizioni, 2003)

“Le forme sono sospese in un equilibrio precario, sempre sull’orlo della rottura. La violenza è l’humus dei miei quadri e l’unico equilibrio possibile è quello precario che precede l’istante del disastro. Rimango sempre sorpreso nel sentire che i miei dipinti comunicano un’impressione di pace. In realtà sono una lacerazione. Nascono dalla violenza”.
(Mark Rothko, Scritti, Abscondita  edizioni, 2002)

 


(Henry Elkan, Mark Rothko in his West 53rd Street Street Studio, 1953)

Ci sono ferite che non si rimarginano. Nascoste nel profondo di noi stessi sanno tacere a lungo, per poi riaprirsi all’improvviso trascinandoci giù, nel buio sanguinolento dell’anima. Le tele di Mark Rothko ci parlano di un uomo che in quegli abissi è sceso troppe volte fino all’ultima, quando non gli è stato più possibile risalire. Sono l’urlo silenzioso di un’esistenza straziata trascorsa sempre sulla soglia: lontana, sempre più lontana, la Bellezza di una vita sempre immaginata e mai toccata. 
La perdita del padre ancora bambino, la miseria di un ragazzino che vende giornali agli angoli delle strade per aiutare madre e fratelli a sopravvivere, una sensibilità toccata fin da subito dagli effetti devastanti di una realtà che non gli impediscono, nonostante tutto, di studiare e arrivare all’università. Sacrifici. Immani sacrifici in questo incedere faticosamente in salita negandosi un’infanzia, una giovinezza... si diventa grandi subito quando nessuno ti regala niente. Neanche un sorriso.
In ogni abbandono il dolore di un lutto mai superato. Nuove perdite per un vecchio senso di colpa. Fatica di vivere. Fatica di accettare che in ogni cosa ci siano un inizio e una fine. Aveva una grande sete interiore di eternità Mark Rothko, di affetti e presenze che non avrebbe mai voluto perdere. 
Lo devasta la fine del suo primo legame, il divorzio dopo dodici anni di matrimonio con Edith Sachar, una scultrice che applica l’arte plastica per la creazione di gioielli. Il bambino che piange dentro di sé riemerge con tutte le sue paure: impossibile farlo tacere. Una depressione profonda lo costringe al ricovero in clinica e poi, di nuovo, a quella immensa solitudine che neppure il ritorno alla sua famiglia di origine riesce ad arginare. Sono solo, sembrano ripetere i suoi quadri, sono solo in questo deserto che chiamate vita, in questo mio incedere stanco che è come un lutto attraversato dalla paura e dal senso di inadeguatezza all’esistenza”.

(Mark Rothko nel suo studio, New York)

“Lo strumento più importante che l’artista impiega grazie a una pratica costante è la fede nella sua capacità di produrre miracoli quando ve n’è il bisogno. I quadri devono essere miracolosi: non appena uno è terminato, l’intimità tra la creazione e il creatore è finita. Questi diventa uno spettatore. Il quadro deve essere per lui, come per chiunque altro ne farà esperienza più tardi, una rivelazione, una risoluzione inattesa e inaudita di un bisogno eternamente familiare”.
(Mark Rothko, Scritti)
Un dolore che tace ma non scompare. Una tristezza indossata ogni giorno, nascosta sotto gli abiti, i gesti, i sorrisi e una vita che continua mentre dentro si continua a morire.
Il secondo matrimonio con Mell Beistle e due bambini non riescono a proteggerlo dalla scomparsa di sua madre. È il riaprirsi di un baratro affettivo che lo porterà per mesi a non dipingere più. È la morte interiore. La fine di tutto. Il collasso di un mondo illusorio costruito come un castello di carte in balia del vento. Da allora in poi per Mark Rothko sarà un continuo alternarsi di momenti più o meno gravi di depressione.

(Mark Rothko, Blu, verde e marroni, 1951, National Gallery of Art, Washington)

Le sue tele andrebbero lette, anno per anno, come un lungo muto diario.
La malattia lo coglie così, in tutta la sua fragilità. In tutta la sua solitudine. Il 20 aprile del 1968 è colpito da un aneurisma dell’aorta causato da una ipertensione persistente e difficilmente curabile a causa di una iniziale cirrosi epatica che non permette l’uso di farmaci né l’intervento cardiochirurgico. Contemporaneamente si chiude anche il secondo matrimonio. È tale lo sconforto, l’incapacità di superare questo nuovo lutto, che Rothko continua ogni giorno a parlare con sua moglie pur di mantenere viva l’illusione di un legame che non c’è più. La solitudine lo attanaglia di nuovo, ne mangia la forze residue, lo imprigiona come un ragno mostruoso nella sua tela. Tele che divengono nere.

(Mark Rothko, Light Red Over Black)

Le masse cromatiche, porpora e nero e un rosso simile a sangue rappreso emanano un senso quasi tangibile di sciagura”.
(Mark Rothko, Scritti)
La solitudine dell’uomo che è anche la solitudine dell’artista.
Tele come santuari. Pennellate che sono spirito che grida. Rothko non può pensare le sue vele nere abbellire le sale da pranzo di un ristorante, non può immaginarle fare da sfondo a una umanità ludica, distante e lontana dalla sua anima. La mercificazione del suo lavoro è ormai un’altra costante fonte di dolore e inquietudine.

(Mark Rothko e le sue tele nere)

“Dal punto di vista umano prima che clinico non può sfuggire la percezione drammatica dell’esistenza e la fragilità di essere nel mondo: si sentiva destinato a dipingere templi e le sue opere invece erano considerate beni di consumo... La purezza dei suoi ultimi dipinti, enormi tele di cinque metri per quattro, coperte di nero, non aveva più la possibilità di un’evoluzione.  Oltre non era possibile andare con la pittura. E Rothko rispondeva con la percezione della vita che si colorava di nero come le sue grandi tele”.
(Vittorino Andreoli, dalla rivista Mente & Cervello, agosto 2009)
25 febbraio 1970. Quali pensieri dovettero attraversargli la mente in quelle prime buie ore del mattino, in una New York d’inverno, ghiacciata e senza spiragli di luce e calore, quali emozioni dovettero attraversargli l’anima, quali immagini e quali ricordi di una esistenza tutta in salita dovettero attraversargli la memoria mentre il silenzio cominciava a lasciar posto alle voci, mentre lui cominciava a dire addio per sempre alla vita? Il tempo dei miracoli è finito: ci si uccide per un eccesso di lucidità. Nel suo studio Rothko smette di morire recidendosi le vene e l’arteria del braccio destro ed intossicandosi con due flaconi di idrato di cloralio. Una lama di rasoio a doppio taglio. Una pozza di sangue davanti al lavandino.


Anche lui, alla fine è entrato dentro le sue stesse opere dopo averle completate".
(Vittorino Andreoli)
Quel che resta di Mark Rothko non cercatelo nelle collezioni private, nelle aste d’arte dove i suoi quadri oggi vengono venduti a prezzi altissimi, nelle gallerie dove le sue tele vengono esposte e hanno fatto di lui un autore di culto per ricchi collezionisti. Lui non lo avrebbe voluto. Lui si rifiutava di esserlo. Il ‘miracolo’ di Mark Rothko dovrete cercarlo altrove, in quel luogo dell’anima che è la Rothko Chapel, a Houston, una piccola cappella consacrata al cattolicesimo in cui qualsiasi credente e qualsiasi dio possono sentirsi veramente a casa. Solo lì entrerete davvero nelle profondità di chi era Mark Rothko.
Ne decisero la costruzione i collezionisti Dominique e John de Menil dopo aver visitato il suo studio newyorkese. Colpiti dalle immense tele che l’artista stava realizzando per il ristorante Four Seasons (e che poi avrebbe invece donato alla Tate Gallery, dov’è tuttora presente un’installazione permanente progettata dallo stesso Rothko anch’essa bellissima da vedere), decisero di commissionargli alcuni grandi quadri per la cappella che volevano farsi costruire nei pressi della St. Thomas Catholic University di Houston, dove Dominique insegnava alla facoltà d’arte. Fu Rothko stesso a deciderne la forma ottagonale che rimanda visivamente agli antichi battisteri e pone il visitatore in uno spazio circolare circondato dai dipinti. Nessuna finestra, niente altro se non la luce che cade dall’alto schermata da veli come una carezza lieve nell’oscurità e i testi sacri delle maggiori religioni del mondo unite fra quelle mura nel nome dell’Assoluto. All’inaugurazione, avvenuta un anno dopo il suo suicidio, parteciparono le principali cariche della chiesa cattolica, ebrea, buddista, musulmana, protestante e greco-ortodossa. Per desiderio di Dominique e John de Menil fu chiamata Rothko Chapel, in onore e in ricordo dell’uomo che l’aveva creata.

(esterno della Rothko Chapel)

“L'ingresso della Rothko Chapel, costruito da un portico anonimo e calato nella semioscurità, fa pensare più a una cripta che a una cappella. Sebbene la sua forma ottagonale dia stabilità all’insieme, lo spazio è difficile da dominare, nella successione di trittici e singole tele, di porte e pareti. Dalla tonalità ombrosa che permea l’atmosfera, si staccano man mano tenue sfumature cromatiche, dalla terra d’ombra all’indaco, dal cremisi d’alizarina al porpora, dal blu fino al deciso rosso della tela singola che di questo percorso è il culmine... Con la loro successione – quasi un’orchestrazione – l’esperienza acquista uno spessore temporale e il nostro sguardo una memoria, trattenendo qualcosa dell’immagine precedente. La serie cattura così lo sguardo, lo sottopone a quella stessa disciplina che permetteva a Rothko di circoscrivere la pittura a pochi elementi, articolandoli però in modo inesauribile”.
(Riccardo Venturi, Lo spazio e la sua disciplina, Electa edizioni, 2007)

(interno della Rothko Chapel)

Quest’uomo che non credeva nella vita ed era affamato di eternità ha saputo così lasciarci un luogo tanto profondamente mistico da essere segnalato dal National Geographic come uno dei primi dieci posti più dispensatori di pace dell’intero globo. Un’architettura sobria, un minimalismo francescano, l’assenza di qualsiasi immagine sacra. E il vuoto. E in questo vuoto, alle pareti, tre trittici e cinque quadri singoli dai colori cupi, il nero opaco, il marrone, il viola scuro, solo un pannello mostra una zona rossa, davanti ai quali sedersi in silenzio a lasciar scorrere il tempo. È qui il suo miracolo. È qui la sua eternità.
Nessuno esce da quella stanza ottagonale uguale a prima. Alcuni vi entrano e ne fuggono in fretta, incapaci di sopportarne l’impatto visivo e il silenzio. Altri provano un profondo senso di angoscia e di morte. Altri ancora non riescono a trattenere il loro bisogno di lacrime. A capo chino qualcuno singhiozza perso nelle emozioni che quelle tele riescono a trasmettere. Ma per la maggior parte di chi supera quella porta avviene di entrare in uno stato meditativo al di là dello spazio e del tempo. 
In quel silenzio le tele di Mark Rothko parlano all’uomo. Alle profondità della sua anima. Smuovono emozioni e tenerezze dimenticate, cancellate, seppellite. Rispondono a quel bisogno eternamente familiare che richiama l’Assoluto. Ed è questo, solo questo, il miracolo che lui per tutta la vita ha desiderato. Il tempio che lui ha costruito e ci ha consegnato nella speranza che capissimo chi siamo. Se n’è andato senza la consapevolezza di quello che ci ha lasciato. Non consola il pensiero che Mark Rothko abbia oggi quella comprensione e quella empatia di ascolto che in vita aveva sempre cercato e che nessuno è stato capace di dargli salvandolo dagli abissi della sua anima troppo sola.
“Il mondo, in fondo, è un'infinita tela nera di Rothko, di cui ciascuno finisce per far parte.”
(Vittorino Andreoli)

Nel paradiso perduto
della probabilità.
Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.
(Wisława Szymborska)


“Non sono un astrattista. Ho sempre avvertito una forte esigenza di concretezza. Per me l’immagine deve essere sempre concreta, indivisibile e comprensibile in termini di vita vera. Non credo che sia mai stata questione di essere figurativi o astratti. Piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio e a questa solitudine, di dilatare il petto e tornare a respirare”.
(Mark Rothko, Scritti)
Una lama di rasoio a doppio taglio. Una pozza di sangue davanti al lavandino.

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