“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Arte

Arte L'officina delle arti

«…E, rimasto solo nell’officina, m’accorsi che quelle forme e figure di marmi o colori presero a fissarmi. Me ne impressionai, al punto da darmi quasi alla fuga. Poi, nel silenzio, compresi che chiedevano soltanto di essere raccontate».

Giovedì, 09 Gennaio 2014 00:00

Un Munch senza voce

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È Munch, il vate dell’Espressionismo, il pittore che precorre il nuovo fare pittorico, l’uomo inquieto che squarcia il Novecento; il genio che urla le sue sofferenze, i suoi profondi dolori, che sovverte per sempre l’ispirazione pittorica, frutto non più di una risultante del contatto empirico della realtà, ma parto devastante delle paure, delle sofferenze, delle angosce interiori.

Sam Weller non poteva mancare a questo appuntamento, la mostra di Francesca Leone, figlia dell’immenso Sergio Leone. Certo, Sam Weller non si aspettava di trovarsi di fronte a opere di tale potenza visiva e di tale capacità emotiva, ma, se si tratta di questo, all’estensore del quadernaccio piace sempre essere stupito.

Sam Weller lo sapeva che non doveva recarsi all'inaugurazione del Festival del Cinema dei Diritti Umani e questo perché, anche se può sembrare strano data la sua nota mitezza, Sam Weller ha un rapporto molto particolare e complesso, a tratti realmente "feroce", con tutte le varie forme che assumono l'umanismo e i diritti umani nella modernità e cioè da circa un paio di secoli o poco più a questa parte. Qualcosa come l'orticaria o ancor di più quegli stizzosi colpi di tosse allergici che infuocano la gola.

Sabato, 07 Dicembre 2013 01:00

La Belle Époque. Da Boldini a De Nittis

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Nel 1867 Giovanni Boldini giunge en touriste a Parigi, considerata come un forte polo di attrazione da un gran numero di artisti europei desiderosi di conoscere lo splendore della Ville Lumière. Boldini, come altri artisti italiani − tra i quali ricordiamo De Nittis e Modigliani − rimane folgorato dell’irresistibile charme della città, dai suoi caffè, dalle sue luci serali, dai suoi cabaret − mirabilmente immortalati da Toulouse-Lautrec − dalla sua frenetica ed elegante mondanità.

Mercoledì, 04 Dicembre 2013 01:00

Le Gemme dell’Impressionismo

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Quando nel 1936 il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e il magnate d’arte Andrew W. Mellon diedero vita alla National Gallery di Washington, forse non avrebbero immaginato che sarebbe diventata una delle più pregiate pinacoteche Impressioniste; un incredibile incontro di opere preziose, sublimi, rare.

Sam Weller non ha potuto che fare approfondimenti, non tanto sulla figura di Anselm Kiefer (intorno alla quale, poi, varrà la pena spendere due parole), ma sulla poesia di Walther von der Vogelweide, poeta alto-tedesco vissuto a cavallo tra il XII e il XIII secolo, da cui l’artista prende le mosse. E questo perché si tratta di una mostra molto particolare, una sorta di saluto e omaggio a Lia Rumma, come ben si può vedere dal titolo della mostra. E si tratta, come dire, di una “monografia”, un resoconto prezioso e materico di quella che è la ballata più famosa del poeta tedesco, Under der linden, all’interno della quale si racconta di un incontro amoroso di due giovani, lì sotto le frasche del tiglio, albero caro alla tradizione germanica.

“Just funny!” dice a un certo punto una turista americana rivolgendosi a Sam Weller, e lo ripete due tre volte cercando conferma negli occhi dello stralunato estensore del quadernaccio, il quale risponde con un garbato sorriso. Il “just funny” che la grossa e grossolana turista americana non riusciva a trattenere era dovuto al fatto che, all’improvviso, dinanzi ai suoi occhi era comparsa una strana creatura di color verde e butterata di specchietti, evidentemente mostruosa, ma – bisogna dire – simpaticamente mostruosa, con una specie di grosso fallo rosso che le fuoriusciva dalla bocca completo di genitali ben intarsiati mentre una bella mano azzurra atteggiata a corna spuntava da dietro la bizzarra testa. Ma il “funny” era dovuto probabilmente ancor di più alla collocazione della statua in questione immersa nella Collezione Farnese del Museo Archeologico in mezzo a capolavori dell’arte classica. Ecco perché Sam Weller ha deciso di aprire così il suo racconto, perché è proprio in quel “just funny” che si annida il senso di questa mostra o, perlomeno, del contributo di Luigi Ontani a questa Bali Bulé. Ma, prima di precipitare nelle ricostruzioni di senso, andiamo con ordine.

Giovedì, 31 Ottobre 2013 01:00

Renoir tra Orsay ed Orangerie

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L'elegante Torino, scrigno di arte e cultura si impreziosisce di capolavori delle collezioni parigine del Musée d'Orsay e dell'Orangerie per dare vita ad una meravigliosa esposizione che esalta la grazia pittorica di Pierre-Auguste Renoir, uno dei massimi esponenti dell'Impressionismo.
Grazie all'impeccabile lavoro di esperienza e professionalità di Skira Editore, corifeo indiscusso nella produzione di eventi espositivi, Renoir si mostra in modo completo ed approfondito nelle sale della Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea della più francese delle città italiane. E lo fa toccando le numerose corde tematiche che lo hanno reso immortale: dagli spaccati di vie moderne e di vita domestica, ai paesaggi; dai ritratti, fino alle floreali nature morte e alle nude bagnanti.

Sabato, 26 Ottobre 2013 02:00

Dai diamanti non nasce niente

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Dal 25 settembre al 17 novembre, presso gli spazi del MACRO (Museo d’Arte Contemporanea Roma), è visitabile la prima esposizione in un’istituzione pubblica italiana di Imran Qureshi, artista pakistano proclamato "Artist of The Year" dalla Deutsche Bank e attualmente in mostra alla 55° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia e al Metropolitan Museum of Art di New York.1
La mostra consta di circa trentacinque opere tra miniature, tavole e installazioni site-specific tra cui And They Still Seek the Traces of Blood, già proposta lo scorso aprile a Berlino alla KunstHalle della Deutsche Bank.
Quest’opera è realizzata esclusivamente con fogli di carta sui quali l'artista ha fatto stampare i dettagli fotografici di macchie di colore puro rosso lasciato cadere su superfici diverse. I fogli sono stati accartocciati uno per uno fino a formare una gigantesca montagna, alta circa 3,40 mt2nel punto più alto, che occupa quasi tutta la superficie della sala dedicatale, lasciando libero per il passaggio dei visitatori solo uno stretto corridoio.

Che poi Sam Weller sa benissimo che per quanto riguarda l’arte contemporanea è necessario sempre e comunque che l’idea che plasma una mostra venga esposta, sennò non si capisce nulla di quello che si vede. Ma poi Sam Weller sa benissimo anche che è proprio quello il gioco dell’arte contemporanea, la necessità che l’idea sia, cioè “esista”, perché è l’idea quello che conta (e quando diciamo “quello che conta”, lo intendiamo in un senso particolarmente vasto e particolarmente calzato, le sfumature di quest’espressione sono, ovviamente, molto ampie – anche letterali).

È un bellissimo pomeriggio che sembra più primaverile che autunnale quello che ci accompagna in questo giro per il lungomare. La tappa è Castel dell’Ovo dove un paio di giorni fa è stata inaugurata la mostra di Vittorio Vastarelli. Restiamo immediatamente colpiti da una frase che si trova nel libretto disponibile per i visitatori, Vittorio Vastarelli scrive: “volendo rappresentare una mia idea del mondo, utilizzo un linguaggio pittorico comprensibile a tutti, prima perché non dipingo solo per i critici e gli addetti ai lavori, poi perché la gente non ha troppo tempo da dedicare all’arte”.

Sabato, 05 Ottobre 2013 02:00

Gli irascibili di New York

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Sono irascibili, reazionari, maledetti; sono contro la pittura, la cultura, contro un’epoca catastrofica e cangiante. Sono gli antiaccademici del Novecento, si ribellano ad un fare contemporaneo che non può essere più lo stesso.
Il mondo si leccava le tremende ferite della Guerra più devastante e l’America aveva ancora negli occhi quelle vittime innocenti che avrebbero per sempre cambiato la Storia. E così l’arte non doveva e non poteva più essere natura morta, né corpi ignudi sdraiati nella loro apparente inconsapevolezza. L’arte diveniva, inesorabilmente e mai come questa volta, lo specchio dei tempi, dell’incertezza e della voglia di progresso; la risultante inevitabile dei dettami scanditi dalla depressa quotidianità.

Oggi la giornata è particolarmente favorevole, ci attendono addirittura due nuove inaugurazioni e, si sa, dal punto di vista sociologico e antropologico le inaugurazioni hanno sempre e comunque qualcosa in più. E quel qualcosa in più sono le persone che le frequentano, le quali – e può sembrare strano – hanno una loro funzione rivelatrice se non del senso profondo dell’arte (cosa che non ci azzarderemmo proprio a tentare) perlomeno di quella porzione di senso che l’arte possiede nel “qui ed ora” della sua apparizione all’interno di questa esposizione qui e soprattutto nel significato che acquisisce a partire dal pubblico che ne fruisce. L’arte vive anche della sua contingenza e quindi il nostro compito è quello di fare da tramite tra questa innegabile (e spesso divertente) immanenza e una trascendenza che lo scrittore (o scribacchino) ama spesso creare fingendo di averla trovata lì per caso. Insomma, al di là di queste chiacchiere da chiacchieroni chiocci e queruli, è innegabile il fascino delle inaugurazioni proprio per questo.

Questo racconto comincia con “o uaglion ra cpoll” (uso questa grafia perché è una citazione da fonte diretta: il manifesto funebre – mi perdonino i “napoletanisti” che inserirebbero qualche apostrofo e che correggerebbero la forma "cpoll" in "cepoll"). Si tratta di uno di quei nomignoli di quartiere (che nei Quartieri Spagnoli, residenza d’elezione di Sam Weller, sono ancora molto usati fino a divenire un “vero” nome) utilizzati per caratterizzare l’esistenza lumpen di molti personaggi in via d’estinzione e per riempire i manifestini di morte.

In una soleggiata mattinata di fine estate, di quelle attraversate da una leggera e rinfrescante brezza che sta lì a ricordare che il mare è proprio una grande invenzione, abbiamo deciso di raccogliere ancora una volta il nostro sgualcito quadernaccio (che giaceva, immalinconito, sul bordo di una poltrona in disuso) e di andarcene a vedere una mostra di cui avevamo letto il comunicato stampa e che, in un certo senso, aveva prodotto in noi quella lieve ma poco sbozzata curiosità, quel tipico moto dell’animo che poi senza alcun preavviso lo ritrovi cristallizzato e concreto un po’ come l’argilla fresca cotta al sole e che fa sì che il quadernaccio senta l’esigenza di (e non riesca più a trattenersi dal) riempirsi nuovamente di stravaganti riflessioni.

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