“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 23 Dicembre 2013 00:00

Il quadernaccio di Sam Weller (n. 13): CorpoTerra di Francesca Leone

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Sam Weller non poteva mancare a questo appuntamento, la mostra di Francesca Leone, figlia dell’immenso Sergio Leone. Certo, Sam Weller non si aspettava di trovarsi di fronte a opere di tale potenza visiva e di tale capacità emotiva, ma, se si tratta di questo, all’estensore del quadernaccio piace sempre essere stupito.

Ecco che allora Sam Weller, come al suo solito, si immerge nella contemplazione delle opere non soltanto per godere di quel piacere tutto estetico che si prova dinanzi a qualcosa di bello, “bello” parola troppo soggettiva per essere da lui accolta serenamente, ma anche per cercare di comprenderne, se non il “senso”, parola troppo carica e che la modestia di Sam Weller non può ammettere, perlomeno la funzione. Ecco: la “funzione”, perché l’arte, qualunque essa sia, ricopre sempre e comunque una funzione, che spesso esula dalle stesse intenzioni dell’artista.
L’impressione è che Francesca Leone lavori né più né meno che sulle dinamiche di appropriazione dell’attimo nella temporalità specifica dell’opera d’arte. Attimo, sicuramente, ma anche costruzione plastica e densa, materica e feroce, di quello che quell’attimo pretende di rappresentare. Pretesa, appunto!, e cioè il significato di fare ancora e sempre arte. In poche parole Sam Weller è rimasto particolarmente colpito, forse proprio perché conosce a fondo il grande Sergio Leone, dall’utilizzazione che l’artista fa del primissimo piano. Mescolanza ed eterogeneità, l’arte figurativa che si nutre delle arti ultime arrivate per riscoprire ancora una volta e riproporre qualcosa che possiamo definire, in maniera falsamente neutra, l’atto di creazione.
E così dinanzi agli occhi dell’estensore del quadernaccio compaiono alcune tele di grandi dimensioni che rappresentano alcuni primissimi piani di persone come Lev Tolstoj, Nelson Mandela e lo stesso Sergio Leone. Ciò che colpisce in questa forma rinnovata di ritrattistica è il fatto che l’espressione umana troppo umana di queste figure esonda continuamente dai confini del quadro. Sembra quasi che l’uomo non possa essere contenuto e del tutto rappresentato, che la grandezza umana e artistica non possa essere colta se non attraverso un atto di modestia che ne delimita le possibilità di rappresentazione. Eppure queste tele dicono tanto proprio perché le figure sono come intrappolate – l’atto per eccellenza della creazione pittorica – all’interno di una dimensione chiusa in se stessa eppure comunicativa, dove il ritratto si fa narrazione sincopata. E poi siamo in tempi di litanie pubbliche per la morte di Nelson Mandela, di tutti coloro che da qualunque lato si vogliono appropriare di una figura che più di tante ha fatto la storia, e l’ha fatta inseguendo un sogno di giustizia sociale non soltanto connesso alla questione razziale ma a quella tutta umana dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Se Barack Obama e gli altri cosiddetti “grandi della terra” hanno voluto mettere il proprio cappello a Nelson Mandela, riconducendolo nei limiti di una protesta accettabile e mai veramente rivoluzionaria, ecco che Francesca Leone, nella modestia non immediatamente politica della sua opera, ci restituisce un ritratto quanto mai veritiero, denso e forte, di Madiba. Ecco il primo senso della parola “funzione” che avevamo utilizzato precedentemente, ecco la funzione che un’opera può assumere nel processo storico di abbandono nel quale viene lasciata, dopo che l’artista finalmente se ne è liberata.
Ma il gusto del primissimo piano lo si trova anche in un’altra serie che è stata presentata in questa esposizione. Si tratta dei Flussi immobili, ancora una volta primissimi piani, dove l’artista, interrompendo il flusso continuo di figurazioni ed emozioni che attraversano costantemente il volto umano, cerca di rendere immobile ciò che è in perenne trasformazione. Le tele rappresentano volti visti come attraverso uno scrosciare d’acqua. Le espressioni sono quelle più dure e immediate, quelle che nello stesso attimo che le percepiamo nella persona che ci sta accanto, già sono svanite. Un tentativo di mantenere fermo, di restituire l’immobilità, di ciò che esiste soltanto come momento di un flusso. E così si rincorrono smile e rage, emotionless e looking back, a new day e delate and be delated, tutte forme di espressione e di manifestazione di ciò che è ma che non può agire. Sospensioni, insomma. E così, Sam Weller, che non ha paura nel sovrainterpretare, legge in questi ritratti feroci e assurdi, potenti e reali, la stessa impossibilità d’azione nel presente. Una manifestazione efficace del tentativo di rappresentare qualcosa che, sfumando, non diviene mai azione nel presente e istinto di trasformazione. In questo senso e per la seconda volta, la funzione dell’arte: i nostri tempi sono fatti di emozioni talmente rapide, di un susseguirsi tale di dolore e impossibilità d’azione, che queste tele ne divengono la dimostrazione più efficace. Non si ferma il flusso e non si riesce più a prendere le distanze da sé e dal mondo, per trasformare se stessi e il mondo.
L’ultima serie è quella che dà il titolo alla mostra, CorpoTerra, e si tratta delle ultime opere dell’artista. Anche qui, il lavoro è sempre sulla funzione del ritratto e della rappresentazione del corpo umano come paesaggio esistenziale. Ancora una volta, ciò che colpisce è la materia non soltanto nella tecnica utilizzata (grumi di materiali, bitume, sabbia, segatura, cellophane) ma di ciò che si intende raccontare. Si tratta di paesaggi onirici che, visti a debita distanza e con le dovute precauzioni, divengono volti umani e corpi. Uomo e paesaggio allo stesso tempo, ancora una volta un’impossibilità di uscita dalla prospettiva umana di realizzazione.
E così, Sam Weller, chiudendo le pagine del suo quadernaccio, si ritira e svanisce, consapevole che ancora una volta l’arte ha avuto qualcosa da raccontare, divenendo strumento e laccio per chi di questo mondo si sforza ancora di coglierne il significato in vista di un’azione che ha i connotati di un già sempre di là da venire.

 

(di-vagazione: 14/12/2013; imbrattamento di carta: 18/12/2013)

 

CorpoTerra
di Francesca Leone
PAN – Palazzo delle Arti di Napoli

Napoli, dal 14 dicembre 2013 al 9 febbraio 2014

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