"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 31 Gennaio 2014 00:00

Impara l'arte e mettiti da parte

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“Ho una vita assolutamente meravigliosa. Io non faccio niente. Non ho mai dovuto lavorare per vivere. […] Si fa pittura perché si vuole essere, per così dire, liberi. Non si vuole andare tutte le mattine in fabbrica”

(Marcel Duchamp)

 

Il superamento dell’aspetto estetico dell’arte ha messo alle porte il sentimento del Bello, quel bello che piace universalmente, senza che sia sottomesso ad alcuna interpretazione ausiliaria, vissuto spontaneamente come bello, direbbe Kant. Il mondo delle idee si è fatto strada nella storia dell’arte, diventando fondamento non solo per la creazione ma finanche per la comprensione dell’opera d’arte, relegando l’aspetto esecutivo e materiale ad un ruolo secondario, talvolta persino trascurabile.

Il simbolismo, nato in accordo con l’arte figurativa e con gli sviluppi nel neoimpressionismo, ha innescato un lento processo di allontanamento dalla realtà riconoscibile, accurata o distorta che fosse, allargando gradualmente la visuale verso l’antiarte (dadaismo), l’irrazionalità inconscia ed immaginaria (surrealismo), la negazione stessa della realtà (astrattismo) ed, infine, verso un livello di astrazione tale da avvicinare la dimensione estetica a quella filosofica, fino a farle quasi coincidere (arte concettuale). Percorso lodevole, che abbraccia tutti i campi artistici, in primis la letteratura, specchio dell’indagine umana avviata dalle teorie dell’inconscio di Freud e dal continuo progresso scientifico che allarga lo spazio e addirittura il tempo. Era certamente più semplice e rassicurante quando l’opprimente varietà della vita veniva ridotta ad un’unica dimensione, forse due, come osservava Ulrich ne L’uomo senza qualità, ma una volta spezzato quel filo che ci rendeva sereni, ci siamo ritrovati di fronte ad uno spazio filtrato da una personale attitudine percettiva che si affaccia sulla quarta dimensione. Ecco che l’uomo non può far altro che piegarsi su se stesso, o al massimo squarciare la bidimensionalità di una tela, come Fontana, nel tentativo di ricercare una consistenza improbabile dell’io. La salvezza può forse venire dalla memoria e dallo sforzo di sottrarsi alla precarietà del presente, ambizione proustiana che racchiude la malinconica reminiscenza del passato perduto. Un flusso di coscienza che rivela lo strato più profondo dell’interiorità e che sommerge qualunque tipo di attività artistica. Non a caso Marcel Duchamp, fra i più intelligenti ed innovativi artisti del XX secolo, viene ricordato come l’ingegnere del tempo perduto.

 

A me interessavano le idee, non soltanto i prodotti visivi. Volevo riportare la pittura al servizio della mente [...] Di fatto fino a cento anni fa tutta la pittura era stata letteraria o religiosa: era stata tutta al servizio della mente

(Marcel Duchamp)

 

Per una corretta analisi, non si deve mai prescindere dalla storicità e dunque dai contesti in cui le opere prendono vita, al di là della linea metodologica adottata. Sappiamo infatti che l’impostazione del Giudizio dipende il più delle volte dalle preferenze dell’osservatore, che esprime però il proprio gusto personale quasi sempre in relazione a ciò che si presenta come universalmente accettato. È questione di abitudine. Senza questo assioma di base, di cui ci siamo rivestiti nel tempo, non sarebbero spiegabili gli sforzi di comprensione, le estasi ed i meriti riconosciuti alle opere che risiedono nei musei di arte contemporanea.
Il ready-made di Duchamp fu indubbiamente una genialata: un oggetto di uso comune, prefabbricato, veniva isolato dal suo contesto funzionale e rifunzionalizzato tramite il solo atto di selezione di un artista.  Fino ad allora l’arte era stata il risultato della trasformazione, concretamente tecnica, di materiali (pittorici e non) che assumevano valore artistico grazie all’abile intervento manuale. Ma Duchamp era ossessionato dalla disumanizzazione dell’opera d’arte e, come Mondrian e Klee, dall’aspirazione ad un Assoluto, quell’assoluto entro cui la cosa diventa una cosa in sé. Dunque, fissando la sua ruota di bicicletta su uno sgabello, Duchamp non solo ha stravolto i segni del linguaggio artistico, ma anche la sostanza dell’operazione stessa. Ben diverso è ritrovarsi spesso di fronte a nuovi pensieri arrabattati attorno a sedie rotte o macchinette del caffè, con l’unico intento di giustificarli all’interno di una galleria d’arte.
C’è troppa Roba in giro, per dirlo alla Verga, ed è facile confondere quello che ha valore con quel che presuntuosamente pretende di averne. Il declino è avvenuto quando l’arte si è resa un po’ troppo democratica, illudendo gli spettatori di poter assumere il ruolo da protagonista cavalcando l’onda della semplicità esecutiva, a favore di una dimensione sempre più mentale e culturale. Si è giunti allora ad una nuova fase dell’arte, erroneamente interpretata e battezzata “Lo potevo fare anch’io”.
Nessuno si sognerebbe mai di dirlo guardando un’opera di Caravaggio o di Delacroix.         
Occorrerebbe però dotarsi della stessa umiltà anche di fronte ad artisti che non impressionano per abilità tecnica o che risultano addirittura discutibili per le loro opere d’arte, come Piero Manzoni con la sua Merda d’Artista, che rappresenta uno snodo fondamentale per la degenerazione dell’arte, e se non altro ci aiuta a capire perché si è giunti tanto in basso. Certo, mai come in questo caso risulta superfluo che ”Lo potevo fare anch’io” ... una riproduzione seriamente accessibile a tutti, un po’ meno fortunati gli stitici... ma l’umiltà sopracitata non era di certo rivolta a Piero Manzoni ma si faceva carico del dovuto e necessario rispetto verso l’arte stessa, che non può aver provato piacere a vedersi ridotta in un barattolo come una cagata.
Un rispetto che dovrebbe spingerci ad osservare tutto ciò che disapproviamo non perché “Lo potevo fare anch’io” ma perché ci ricorda assolutamente di “Non farlo”. In un momento in cui l’arte stava prendendo una piega immorale in nome dell’avanguardia, giungendo alla presentazione di quadri completamente bianchi, Manzoni forse voleva mostrarci quanto il mercato e la critica fossero disposti ad accettare anche Merda purché provenisse da un artista affermato e purché fosse numerata e soprattutto garantita. Ma non ha fatto altro che aggravare questa trista decadenza che ha investito anche il secolo nostro e che ha offerto a tutti, indiscriminatamente, l’arrogante possibilità di essere riconosciuti come artisti.             
 Immagino Duchamp gettare un occhio alle opere contemporanee per poi esclamare sorridendo: "Caspita! mi hanno proprio preso alla lettera. Anche questi non vogliono lavorare.”

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