“Nonna Citta muore addrìtta. Si curva mentre esala l'ultimo respiro ma non cade. La sua è una morte in dialetto. Assurda e volgare. I quattro superstiti, sbandando, vengono verso di noi. Il sole è ormai calato e l'uscio dove imperterriti stanno è il proscenio del teatro che li tiene prigionieri. Spalancano la bocca ma il loro urlo è muto. Sembra, piuttosto, uno sbadiglio”

Emma Dante

Rosella Ricci del Manso

Cattelan all’HangarBicocca: “Breath Ghosts Blind”

“Un’opera d’arte è un’azione simbolica, è lì per tramandare e rappresentare una certa storia o un sentimento. Il mondo di oggi mi sembra povero di simboli ma sopravvivono immagini o metafore ancestrali capaci di dare fondamento e significato alla nostra vita. Blind è un’opera sul dolore e sulla sua dimensione sociale, è lì a ricordare la fragilità di una società in cui aumentano la solitudine e l’egoismo. Avevo in mente quest’opera da anni ma devo dire che la pandemia ha reso nuovamente visibile la morte nelle nostre vite: cerchiamo sempre di rimuoverla e dimenticarcene, siamo tutti proiettati al nostro benessere e ad allontanare qualsiasi tipo di dolore, come fosse solo un problema di medicina, ma forse per la prima volta dalla generazione dei nostri genitori, che hanno vissuto la guerra, la morte è tornata a essere uno spettro quotidiano”.
(Maurizio Cattelan)



Gli uccelli ci aspettano fin dall’entrata di questo HangarBicocca. Appollaiati sulla porta d’ingresso non ci fai neanche caso. Non sai, non puoi ancora sapere che saranno loro a farci da guida nell’immersione totale di un buio che rappresenta la nostra vita e il nostro destino. Dalla luce all’oscurità in un viaggio che, intriso di silenzio, coinvolge e sconvolge.

Maurizio Cattelan: la serietà prima di tutto

“Un giullare? Cerco di dire cose serie da una vita ma nessuno mi crede mai. Un imbroglione? Mai rubato a nessuno, mai commesso spergiuro, mai atti impuri. Un bugiardo? Non credo mai in un’unica verità, ma solo in una combinazione infinita di possibilità. Sono una matassa di controsensi, come tutti.

Stoccolma 1912: la leggenda di Fanny Durack

“Ai Giochi Olimpici, il ruolo delle donne dovrebbe essere soprattutto quello di incoronare i vincitori. Una olimpiade femmina sarebbe non pratica, non interessante, antiestetica e non corretta. Le Olimpiadi sono l’esaltazione solenne e periodica dell’atletismo maschile con il cosmopolitismo come base, la fedeltà come mezzo, l’arte come sfondo, l’applauso femminile come premio”
(Pierre de Coubertin)

 

  
1912 − Olimpiadi di Stoccolma. Dovettero risuonare nei pensieri di Fanny Durack queste parole quel giorno, mentre ad ampie bracciate si avviava a conquistare il podio dei 100 stile libero di nuoto battendo tutte le altre avversarie in 1’22″2.

L'animale morente: intervista a Franz Krauspenhaar

Consumami il cuore; malato di desiderio 
       E avvinto a un animale morente 
       Che non sa che cos’è.
 
(da Byzantium di William Butler Yeats)

 

 

Ci sono autori che leggi e ti scivolano addosso. Qua e là ne resta qualche traccia, un momento, una frase, un’espressione. Manca alla fine quella curiosità vitale che ti spinge a dire: vorrei conoscerlo davvero. Strano rapporto quello con i libri, empatico seppure nella distanza oggettiva che c’è fra chi scrive e chi legge, ma sintomatico nello stesso tempo del bisogno che accomuna lo scrittore e il lettore: quello di non essere più soli. Se, come diceva Franz Kafka – non a caso o per caso un altro FK – un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi, Franz Krauspenhaar riesce perfettamente a condurre il suo lettore là dove lui vuole, con uno stile secco, duro, nudo, esattamente come deve essere la vita al di fuori di quella stessa pagina.

Jean-Michel Basquiat, SAMO is dead

In ricordo del bambino selvaggio e del bambino geniale e di quel giorno in cui vedendo Guernica di Picasso decise di prendere in mano una matita e non lasciarla più... Aveva sei anni... In ricordo di Samo, il ragazzo che se ne andò a quindici anni da casa per conquistare il mondo con la sua arte facendosi "veggente" e morì a ventisette anni ucciso da nient’altro che dalla propria vita... In ricordo di Jean-Michel e del suo ultimo capodanno passato da solo davanti al bicchiere in un bar.

Come una vela nera nel riflesso della luce: Mark Rothko

“Il sentire che sentiamo, il vedere che vediamo, non è pensiero di vedere e di sentire, ma visione, sentire, esperienza muta di un senso muto”.
(Maurice Merleau-Ponty da Memorie di cieco. L’autoritratto e altre rovine di Jacques Derrida, Abscondita edizioni, 2003)

“Le forme sono sospese in un equilibrio precario, sempre sull’orlo della rottura. La violenza è l’humus dei miei quadri e l’unico equilibrio possibile è quello precario che precede l’istante del disastro. Rimango sempre sorpreso nel sentire che i miei dipinti comunicano un’impressione di pace. In realtà sono una lacerazione. Nascono dalla violenza”.
(Mark Rothko, Scritti, Abscondita  edizioni, 2002)

È difficile dire se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà

“Siamo tutti case vuote e aspettiamo qualcuno che apra la porta e ci renda liberi".
(Kim Ki-duk)

Neil MacGregor, “La storia del mondo in 100 oggetti”. La nostra storia

“Davanti all’oceano, sotto la scogliera, sulla parete di granito: queste mani aperte, blu e nere. Del blu dell’acqua, del nero della notte. L’uomo è venuto solo nella grotta, davanti all’oceano. Tutte le mani hanno la stessa grandezza. Era solo. L’uomo, solo nella notte, ha guardato nel rumore, nel rumore del mare, l’immensità delle cose. E ha gridato. Tu, che hai un nome, tu che hai un’identità: Io ti amo. Queste mani, del blu dell’acqua, del nero del cielo, impresse, aperte, squartate, sul granito grigio affinché qualcuno le veda. Sono quello che chiama, sono quello che chiamava, che gridava trentamila anni fa. Ti amo. Grido che voglio amarti.

Robert Walser. Il paziente confessa di sentire voci

“Il singhiozzo è la melodia del bisbiglio walseriano. Ci rivela la provenienza dei suoi soggetti preferiti. La follia e nessun altro luogo. Sono personaggi che hanno attraversato la follia e per questo rimangono di una superficialità straziante, completamente disumana, imperturbabile. Se volessimo definire in una parola quello che hanno di divertente e terribile, potremmo dire: sono tutti guariti. Chiaramente non sapremo mai quale sia stato il procedimento della cura, a meno che ci si avventuri nella sua Biancaneve”.
(Walter Benjamin, Ombre corte. Scritti 1928-1929)

In sonno o in veglia questi duri pensieri?

Il 3 gennaio del 1889 Friedrich Nietszche risiedeva a Torino e uscendo dalla sua camera ammobiliata di via Carlo Alberto 6 rimase così scosso dalla crudeltà con cui un cocchiere frustava il suo cavallo da gettare le braccia al collo dell’animale e perdere da quel momento in modo definitivo l’uso della ragione. In lacrime, non sopportando più la vista di quello spettacolo, disse una frase: “Madre, sono uno stupido”. Cadde al suolo e collassò. L’ultimo episodio conosciuto della vita del filosofo diviene l’inizio della sua Fine. Nietzsche ne aveva sentito il respiro tra le frustate, l’aveva riconosciuta. Il cavallo ne respirava il marcio fetore ormai da tempo. Gli uomini invece non si accorsero di nulla.

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